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Un topos: Il lamento dell'eroina abbandonata

All’interno del mito classico ricorre frequentemente il tema dell’eroina abbandonata dall’amato, tema che nei secoli gli autori hanno ripreso ispirandosi ai modelli passati. Dall’analisi di tre testi che vedono come protagoniste Arianna, Medea e Didone, si è evinto che ci sia una serie di elementi di continuità presenti sia nella struttura che nelle tematiche. Si può descrivere l’intero racconto come un climax ascendente che culmina nel momento di tensione massima: l’abbandono dell’eroina e il conseguente lamento. La storia si origina con la gioventù della ragazza, bellissima e innocente, che, incontrato per svariati motivi un uomo straniero, se ne innamora. In seguito, spesso per volontà di un dio o del Fato, la fanciulla decide di scappare col proprio amante, mancando ai doveri nei confronti del padre, quindi della famiglia, e della patria. Infine però, l’essersi buttate alla cieca tra le braccia di uno sconosciuto porterà le proprie conseguenze e tutte e tre le donne vedranno i patti amorosi infranti e davanti a loro un futuro di dolore e solitudine.

Andiamo ora a ripercorrere singolarmente il lamento di ogni eroina.
A prescindere dall’epoca storica, il primo autore da noi incontrato è Catullo con il suo carme 64, un epillio appartenente ai carmina docta. A partire dal verso 132 incomincia il drammatico monologo di Arianna, abbandonata sull’isola di Dia o Nasso dall’amato Teseo ritornato ad Atene dal padre Egeo. Come narra il mito, Arianna, figlia di Minosse e Pasifae, sovrani di Creta, innamoratasi del giovane che aveva sconfitto il terribile Minotauro, si era lasciata andare ad un amore passionale fidandosi ciecamente. Lasciata dunque sull’isola, la fanciulla, iraconda, scaglia parole ingiuriose contro l’amato traditore, perfide! (vv. 132-133). Quest’ultimo vocabolo rimanda alla rottura del patto amoroso, il foedus. Inoltre risaltano fortemente il tema dell’abbandono grazie all’utilizzo del verbo linquo di retaggio poetico, dal greco λείπω (v. 133) e il tema della memoria, cioè la dimenticanza delle promesse fatte e la negligenza nei confronti delle divinità (vedi neglecto numine divum v. 134; inmemor a! v. 135). In aggiunta la donna accusa Teseo di aver pronunciato “giuramenti falsi ed empi” (devota periuria v. 135) e di averla illusa con la promessa di “matrimoni felici e nozze desiderate” (conubia laeta, optatos hymenaeos, v. 141). In seguito, dapprima Arianna descrive le origini di Teseo da elementi selvaggi della natura (vv. 153-157), poi si dispera rendendosi conto della sua situazione di solitudine (vv.184-187). Infine, a partire dal v. 188 fino al v. 201, la fanciulla invoca l’aiuto degli dèi nel lanciare una tremenda maledizione contro l’amato.
Proseguendo il percorso, siamo giunti ad esaminare la storia di Medea raccontata da Apollonio Rodio nelle Argonautiche, poema epico di età ellenistica. Figlia di Eete, re della Colchide, e Idia, Medea viene descritta sin dalla sua infanzia in tutta la sua bellezza e innocenza. Nel libro III° per la prima volta la fanciulla incontra l’amore grazie alla dea Afrodite, un sentimento individuale che proviene dall’interno dell’animo. Già da subito la forza dell’amore è contrastata, infatti vi è da parte della ragazza rispetto per il padre e la patria, sebbene ella sia travolta da questa nuova esperienza sensuale. Il testo in lingua greca da noi analizzato è tratto dal IV° e ultimo libro delle Argonautiche e tratta della fuga degli Argonauti inseguiti da Apsirto, fratello di Medea. In questo brano Medea, minacciata di essere abbandonata rivolge a Giasone un lungo lamento. Come Arianna, anche Medea fa riferimento all’infedeltà dei giuramenti (ὅρκια, v. 359) e delle promesse fatte (μελιχραί ὑποσχεσίαι, v. 359). Successivamente la donna esprime un sentimento di vergogna (αἶσχος, v. 367) per le azioni compiute a causa della sua follia e si concede completamente all’amato “come figlia, sposa e sorella”, supplicandolo di non lasciarla sola (μηδέ με μούνην λίπῃς, v. 370). La donna inveisce poi contro Giasone chiamandolo “sciagurato” (Σχέτλιε, v. 376) e gli scaglia contro una maledizione, augurandogli di soffrire ciò che lei soffre a causa sua.
Incontriamo come terza e ultima donna Didone, la cui storia è narrata da Virgilio nell’Eneide, particolarmente nel libro IV°. Didone, regina fenicia fondatrice di Cartagine, precedentemente regina di Tiro, nel testo da noi esaminato l’eroina è descritta nel momento in cui presagisce la partenza dell’amante Enea. Ardente, disperata e spietata, la donna attacca l’eroe con forti parole. Prima di tutto si riferisce alla Fama (impia Fama, v. 298) dalla quale è venuta a conoscenza della terribile notizia, si rivolge direttamente a Enea con l’appellativo di perfide, v. 305, come nel lamento di Arianna. Inizia così l’invettiva di Didone: “Dissimulare etiam sperasti, perfide, tantum posse nefas tactiusque mea decedere terra? Nec te noster amor nec te data dextera quondam nec moritura tenet crudeli funere Dido?”, vv. 305-308. (Speravi, o perfido, di poter dissimulare una tale infamia, e di allontanarti senza parole dalla mia terra? Non ti trattiene il nostro amore e la mano che un giorno mi desti, e Didone ostinata a morire amaramente?). In seguito, si nota nuovamente una continuità lessicale con il carme 64 di Catullo, cioè il riferimento al matrimonio (per conubia nostra, per inceptos hymenaeos, vv. 316). Vi è poi una trasformazione radicale nella psicologia del personaggio: Didone si rivolge ad Enea non più termini legati all’amore, come “amante”, ma lo chiama “ospite”, hospes, v. 323. Infine la donna dichiara di sentirsi sorpresa e abbandonata perché l’eroe non le ha nemmeno concesso un figlio in cui lei potesse rivedere l’amante consolandosi.
Dopo aver confrontato e analizzato le figure di queste tre eroine, è emerso come per ognuna di esse l’esperienza d’amore sia stata tragica e dolorosa a causa del comportamento empio e crudele del proprio amante. Forse l’ingenuità nel campo dei sentimenti o la cieca fiducia posta nei confronti dell’uomo amato hanno trascinato le donne in un violento vortice di emozioni da cui non poterono più uscire. A questi abbandoni seguirono atti estremamente violenti da parte delle tre eroine, il ché rispecchia il tradimento dei patti da parte dell’amante.

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