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Capitolo Trentunesimo

Il pericolo di una epidemia che il tribunale di sanità aveva temuto come conseguenza del passaggio delle soldatesche, purtroppo si dimostrò presto non infondato. Infatti nei luoghi attraversati dalle truppe si era trovato qualche soldato morto nelle case o per le strade; insorgono strane malattie e la gente comincia a morire, e talora intere famiglie, di un male violento non prima conosciuto. II governatore di Milano, don Gonzalo, pur essendo avvertito del contagio scoppiato nel territorio di Lecco, tutto preso dalle preoccupazioni della guerra, non prende nessun provvedimento; d'altra parte in città nessuno vuole arrendersi alla realtà della peste che già infieriva nei territori vicini e tutti preferiscono attribuire la mortalità alla carestia dell’anno prima e alle prepotenze dei soldati. Cosi la peste arriva in Milano, portata da un soldato italiano al servizio della Spagna, che si era fermato presso dei parenti. Qui si era ammalato e, trasportato all'ospedale, era morto dando il sospetto ai medici che si trattasse di peste. La famiglia presso cui era stato ospitato e i vicini di casa si ammalarono poco dopo; alcuni di loro, portati al lazzaretto, vi morirono. II contagio dilaga nei primi mesi del 1630 e comincia a colpire anche le persone agiate. II popolino ignorante non vuole credere alla natura del male e si ostina a pensare che la peste sia stata sparsa da gente malvagia, che chiama "untori", superstizione avvalorata dal fatto che una mattina, inspiegabilmente, le porte e i muri di una gran parte della città sono trovati imbrattati di una sostanza biancastra con spugne. Il popolo credette che fossero stati degli untori, ossia dei malvagi, diffonditori della peste con quel liquido. Si bruciano i luoghi unti e vengono accusati anche don Gonzalo e altri grandi personaggi. Si continua a non voler credere alla malattia, si pensa al maleficio, finché la realtà della tragedia non si impone in tutta la sua gravità.

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