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Cap.31 riassunto-Promessi Sposi

Nell’ introduzione del capitolo, Manzoni apprezza il lavoro di Ripamonti di ricerca sulla peste perché ne parla oggettivamente. Il tipo di ricerca di Manzoni, invece, è di confronto di varie fonti per arrivare alla verità; per lui intelligenza vuol dire razionalità. Presentazione della peste come un climax ascendente, ed il primo conoscitore di questa, avvisò che era contagiosa ma nessuno lo ascoltò. Nella prima fase, la malattia fu sottovalutata e si addossò tutta la colpa alle paludi, si portavano ampolle contenenti erbe che, secondo i cittadini, se venivano annusate, allontanavano la peste. Per certificare che non si era contagiati si possedeva la così detta “bulletta” che accertava la tua salute. Ogni giorno la pestilenza aumenta sempre di più, e questo fu alimentato da fatto che il Re di Spagna organizzò una festa pubblica in piazza, che diede il via al culmine della malattia. In questo ambito, però, la guerra era tenuta più in considerazione della peste, che fu presa con superficialità anche se non era affatto lontana. Chiunque osava nominarla veniva beffato e la cosa non ebbe importanza, se non per il Cardinale Borromeo che si preoccupava di conoscere il numero dei morti e di sbarazzarsi dei vestiti degli ammalati. Nei primi di novembre, la peste arrivò a Milano, e tutti volevano sapere di chi era stata la colpa. Anche se non era certo, la colpa si diede ad un soldato che, mentre saccheggiava una casa, toccò i beni di un appestato, e contagiò sia se stesso che i suoi compagni. Coloro che s’ammalavano venivano portati di forza al lazzaretto: questo portava paura, muoveva la corruzione, propaga la peste. Chi pagava per chi non farsi portare al lazzaretto lo faceva per non perdere tutto quello che avevano, ma questo portava solo propagazione. Erano pochi i medici che si preoccupavano della peste, ma costoro venivano presi a sassate, quando ne parlavano. Manzoni critica il governo, perché dei lazzaretti non se ne occupano loro, ma i cappuccini che facevano anche carità. La peste iniziò anche a toccare la nobiltà e solo così iniziò ad essere creduta, invece prima c’era sempre la speranza che la peste non ci fosse. In questo clima di caos, c’era il bisogno di trovare dei colpevoli, un capro espiatorio: gli untori. Si pensava che questi fossero persone che con degli oli incontaminati di batteri della peste, ungessero le porte della gente. La presenza degli untori era determinata da due fatti: il primo è che fuori dal Duomo, si erano visti degli uomini ungere le panchine; il secondo è che le porte della città erano sporche di un liquido giallastro. L’incontro per la Pentecoste favorì, ancora di più, il contagio. Alla fine del capitolo troviamo un intervento Manzoniano che dice che prima di agire, è bene pensare.

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