Indice

  1. Domande
  2. Risposte

Domande

1. Il paesaggio del “castellaccio” dell’Innominato.
2. Sottolineare, richiamando altri paesaggi famosi del romanzo, il rapporto tra paesaggio e personaggio.
3. Anche la taverna della Malanotte riflette la cupezza e la degradazione del luogo.
4. Analogie tra la figura di Gertrude e quella dell’Innominato.
5. Perché l’Innominato accetta subito la richiesta di don Rodrigo?
6. Inutili richiami della coscienza in Gertrude. Il suo comportamento in questa occasione è coerente con la sua vicenda?
7. Nella scena drammatica del rapimento e della lunga corsa è possibile rintracciare qualche nota ironica?
8. La “vecchia” del castello: riassumerne la breve storia ed i tratti fisici e psicologici, sottolineando il tema del grottesco.
9. Quale funzione sembra che questo personaggio potrebbe assolvere?

Risposte

1. Alla descrizione del paesaggio che circonda il castello dell’Innominato è riservata la prima pagina del capitolo XX.
L’edificio sorge in cima ad una valle stretta, ombrosa e tetra, sulla cima di un poggio che sporge oltre una dorsale montuosa e separata da essa da tutta una serie di grotte, precipizi e dirupi oltre a massi accatastati. La parte della dorsale rivolta verso la valle è l’unica ad essere praticabile: il pendio è molto scosceso ed uniforme, in alto si distinguono dei prati e nei pendii in prossimità della valle si notano delle casupole. Nel fondo della valle scorre un torrente la cui portata è variabile a seconda della stagione. A quel tempo, esso serviva da confine fra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. Anche l’altro versante della valle ha delle zone coltivate e tutto il resto non è altro che un insieme di rocce acuminate e di pendii scoscesi, senza alcun sentiero e privo di vegetazione, eccetto qualche raro cespuglio nelle fenditure e sugli orli dei precipizi.
2. Nel momento in cui Lucia si trova più che mai isolata (Renzo è fuggito ed ha trovato riparo dal cugino Bortolo e Agnese si è recata a Pescarenico per conferire con padre Cristoforo), viene descritto un paesaggio i cui contorni ostili ad ogni presenza umana, richiamano la solitudine di un nuovo avversario, l’Innominato. La comunicazione è pressoché impossibile ed esiste una sola via praticabile per accedere al castello. Da sottolineare l’uso di termini che per allitterazione richiamano l’asprezza del paesaggio: aspro, erto, dirupi, precipizi, scorre, torrentaccio, schegge, ripide. Il campo semantico di appartenenza di questi termini ci rimanda alla solitudine dell’Innominato che dal suo castello domina tutto, respingendo così, in modo ostile, ogni forma di associazione umana. Il paesaggio è simbolo di una solitudine dello spirito propria di colui che non vede mai nessuno sopra di sé (ossia nessuna presenza divina). In altri passi del romanzo, lo scrittore di dilunga a descrivere il paesaggio, sempre in accordo con il sentimento che in quel momento provano i protagonisti. Durante la fuga di Renzo verso il bergamasco, la sterpaglia, una volta attraversati i campi coltivati, gli è ostile e Renzo prova paura. Quando, invece, approda sull’altra riva dell’Adda e quindi nella Repubblica di Venezia, riacquista la sicurezza e la serenità è il paesaggio gli si fa amico.
3. La taverna della Malanotte è situata lungo il sentiero che conduce al castello dell’Innominato e più precisamente in cui il percorso divento erto e tortuoso. Si tratta del luogo dove, fra un turno e l’altro, si riposano i bravi dell’Innominato con il compito di salvaguardare l’inviolabilità del luogo. Pertanto esso costituisce il primo posto di controllo per chiunque intenda salire al castello. Sulla porta è collocata una vecchia insegna che porta da entrambe le parti la raffigurazione di un sole raggiante che però gli abitanti del posto chiamano “La Malanotte”. Questo termine sottolinea la paura che incute quel ritrovo di banditi, ignorando il sole dell’insegna che ricorda l’Osteria della Luna piena di Milano. Il nome di cattivo augurio suggerisce una notte senza luce quindi favorevole a tutte quelle azioni tenebrose e scellerate di cui i bravi sono gli strumenti. Simbolicamente la taverna può essere vista come l’entrata nel mondo violento che aspetta Lucia.
4. Sia Gertrude che l’Innominato provengono da un ambiente aristocratico molto elevato. Sono pertanto due figure nobili, potenti, ma anche complesse dal punto di vista psicologico. Entrambe vivono isolate sia dal punto di vista fisico che morale: Gertrude nel convento, l’Innominato nel suo castello di difficile e controllato accesso. Sia l’uno che l’altra sono incapaci di dire “no” e la loro condotta è caratterizzata dalla presenza del male. Il loro destino, però, non è identico: l’Innominato conoscerà la via del riscatto, mentre Gertrude resterà vittima della sua debolezza che l’ha costretta a sottostare alla volontà del padre.
5. In realtà fra l’Innominato e don Rodrigo non si instaura un colloquio, ma una semplice udienza. Don Rodrigo illustra il caso facendo leva sull’onore della sua famiglia, secondo le usanze del Seicento ed esagera anche sulle difficoltà che il caso presenta. Quando lo scrittore nel capitolo XVIII fa un breve accenno all’Innominato scrive che era “un uomo o un diavolo, per cui la difficoltà dell’imprese era spesso uno stimolo a prenderle sopra di sé”. Visto che questa volta avrebbe a che fare con padre Cristoforo nemico acerrimo dei tiranni e di grande levatura, non esita un minuto ad accettare di venire in aiuto a don Rodrigo, riconosce che l’impresa è ardua ma altrettanto appetibile. Passa subito all’azione, prendendo contatto con Egidio, suo compagno di scelleratezze che già aveva dato una mano a Gertrude per sopprimere la conversa.
6. Egidio si affretta a contattare Gertrude perché sa che gli potrà rendere l’impresa molto più facile. Sappiamo che già una volta essa, definita dallo scrittore “sventurata” aveva risposto positivamente ad una proposta di Egidio, dando così avvio ad una relazione peccaminosa con l’uomo, sfociata nel crimine. All’inizio, la richiesta di Egidio le appare spaventosa. La sua coscienza le dice che perdere Lucia per un caso imprevisto sarebbe stata una grande sventura assimilabile ad una punizione, ma perderla in un modo così scellerato era ancora più grave e avrebbe creato un nuovo rimorso. Ma essa subisce troppo fortemente il fascino di Egidio e non trova la forza di ribellarsi nonostante la sua coscienza la richiami al dovere. Sostanzialmente, in questo caso la monaca si configura come vittime e nel contempo carnefice.
7. Lucia, un po’ titubante, ma rassicurata dalla monaca, esce dal convento per recarsi a quello dei padri Cappuccini. Quando la strada è fiancheggiata da vegetazione che forma una specie di volta, viene rapita e trascinata all’interno di una carrozza ad opera dei bravi.
La ragazza è terrorizzata, tenta di buttarsi dallo sportello, di divincolarsi dalla presa nerboruta dei bravi e ad un certo punto sviene. I bravi si preoccupano perché la credono morta mentre hanno avuto l’ordine di non farle del male. Uno di loro rassicura i compagni, ricordando loro, con una brutalità umoristica le prodezze del genere già effettuate e la fatica che costa uccidere una persona. Ordina ai compagni di tirare fuori gli schioppi, ma di nasconderli dalla vista della ragazza. Il momento più ironico è quando il Nibbio ricorda che nel bosco che stanno attraversando si annidano dei delinquenti e bisogna stare sul chi va là. Il senso dell’espressione è involontariamente umoristico, considerando che è un bravo a parlare; a questo punto, si deve ricordare che i bravi non erano altro che dei delinquenti in livrea ed è lo stesso Manzoni a ricordare che nel XVII secolo il portare una livrea, cioè avere la protezione di un potente, oltre a garantire l’impunità, conferisce una sorta di dignità anche ai malviventi incalliti. In pratica si tratta di un gruppo di ribaldi che tratta da ribaldi altri e contro i quali si deve difendere
8. La vecchia del castello è destinata a fare da guardiana a Lucia ed è l’unica presenza femminile nel mondo dell’Innominato fatto di violenza e cinismo maschile. Vedova di uno bravo ucciso in battaglia, l’Innominato aveva ucciso il responsabile e, per ricompensa aveva preso la donna sotto la sua protezione, adibendola a compiti svariati. Figlia di un vecchio custode del castello era sempre vissuta qui ed aveva imparato che bisognava sempre ubbidire al signorotto perché esso è capace di fare tutto il bene, ma anche tutto il male possibile. Quindi aveva in sé ben radicato il concetto di dovere, di rispetto, di terrore, ma anche di servilismo. All’inizio, quando passò agli ordini dell’Innominato, provò una sorta di sgomento che aumentò il sentimento di sottomissione e gli atti scellerati che il signore spesso portava a termine, acquisivano la connotazione di un atto di giustizia. Le sue passioni dominanti erano la pigrizia e la rabbia e se era stuzzicata dai bravi con ingiurie e rimproveri non esitava a rispondere per le rime. Quando l’Innominato gli dice di guardare verso la valle la carrozza che si sta avvicinando alla taverna della Malanotte, essa fa sporgere ancora di più il mento e gli occhi, già infossati sembrano essere spinti sugli orli delle occhiaie. Questi dettagli sono altrettanti segni di sottomissione al padrone che le ha ordinato di “vedere”
9. La vecchia ha l’ordine di andare a prendere Lucia alla taverna e per tutto il tempo di prigionia deve far coraggio alla ragazza e rincuorarla, ma non deve lasciarsi scappare informazioni sul luogo e sul proprietario del castello.

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community