Questionario

Che posizione occupa nella gerarchia ecclesiastica il padre provinciale?
Il padre provinciale è il superiore dell’ordine dei cappuccini e quindi di padre Cristoforo; per questo, decide di trasferire a Rimini il frate suo subalterno, cedendo così alle pressioni del conte zio.
2. Fra i commensali presenti al pranzo, due categorie di persone servono, in modo diverso, la gloria del “casato”.
Per chiedere al padre provinciale di intervenire nei confronti di padre Cristoforo, il conte zio organizza un banchetto a cui invita due categorie di commensali che pur con modalità diverse hanno il ruolo di sottolineare e rendere illustre la casata. Innanzitutto abbiamo coloro che portano il nome della casata, che nel comportamento fanno pensare al concetto di “sprezzatura” teorizzato da Baldesar Castiglione, cioè che mostrano un’abile non curanza; poi abbiamo i “parassiti”, per altro già visti al banchetto del padre di Ludovico e di don Rodrigo. In cambio della protezione della nobile famiglia, essi curavano gli interessi di quest’ultima. La scopo di entrambe le categorie è identico accrescere l’immagine di potenza del conte zio e tutti collaborano alla coreografia e alla messinscena.
3. Che significato allusivo hanno Madrid e Roma nel discorso del conte zio e del padre provinciale?
La frase esatta è. “A tavola, il conte padrone fece cader ben presto il discorso sul tema di Madrid. A Roma si va per più strade; a Madrid egli andava per tutte”. La frase si ricollega al detto italiano tradizione “Tutte le strade portano a Roma” che il conte zio modifica, adattandolo a Madrid. Da ricordare che Madrid era la città dove risiedeva la centralità del potere, capitale del sistema che il nobiluomo serviva e che gli procurava, per questo, ogni gloria. L’espressione ha anche un significato metaforico: non esiste per il conte zio un solo modo per soddisfare la propria volontà (la via diplomatica o una richiesta diretta). Per raggiungere gli obiettivi (e conservare il potere) tante strade sono possibili: il servilismo, la corruzione, la minaccia, gli intrighi. Questo sottolinea la natura servile verso il potere centrale, ma anche l’arroganza e l’astuzia nel gestire gli affari e le situazioni che gli competono.
4. Nel discusso comportamento del padre provinciale prevale la prudenza o l’ipocrisia?
Nel colloquio in separata sede fra il padre provinciale e il conte zio, quest’ultimo fa di padre Cristoforo un quadro non del tutto positivo: manca di prudenza, ama gli scontri, è solito andare alla ricerca di individui traviati come nel caso di Renzo Tramaglino. All’inizio, il padre provinciale respinge con fare gentile ogni giudizio espresso dal su interlocutore, ma poi sembra fare un passo indietro quando chiede di fargli conoscere le mancanze di padre Cristoforo se conosciute per certo dato che il suo compito è quello intervenire correggendo i suoi sottoposti. Allora il conte zio entra nel vivo della questione a cui il religioso non sa come rispondere. Il conte sollecita dal “padre molto reverendo” una specie di alleanza familiare dei vecchi contro i giovani (contro un nipote e contro un “figlio”), sottolineando anche le affinità che crede di vedere tra sé e il padre provinciale, e fra don Rodrigo e un padre Cristoforo, a suo giudizio, non meno scapestrato. Per quanto il padre provinciale sappia bene che il comportamento di padre Cristoforo sia corretto, non si oppone alla richiesta del conte, dimostrandosi, così complice del potere costituito. A prima vista sembrerebbe che il suo comportamento sia improntato alla prudenza, ma in realtà predomina l’ipocrisia perché egli antepone la necessità di mantenere buoni rapporti con il potere costituito, piuttosto che difendere un frate dell’ordine che prende la difesa dei deboli. Accetta di trasferire padre Cristoforo a Rimini per chiudere la faccenda senza fare tanto rumore, una modalità di agire tipica della diplomazia del tempo in cui l’apparenza prevaleva su tutto.
5. Il “duello” tra il conte zio e il padre provinciale richiama quello tra don Rodrigo e padre Cristoforo: rilevarne le analogie e le antitesi.
In entrambi i casi i confronti si ha lo scontro fra potere religioso e poter laico.

Nel capitolo VI, padre Cristoforo si reca al palazzotto di don Rodrigo per ottenere che costui desista dal mettere in atto il suo proposito nei confronti di Lucia.
Nel capitolo XIX, il conte zio sollecita il padre provinciale dei cappuccini affinché esso allontani padre Cristoforo e lasci libero campo al nipote don Rodrigo.
Nel primo caso si assiste ad una sorta di duello verbale fra i due interlocutori che vede l’arroganza e la superbia scontrarsi con la ragione e l’ideale cristiano: uno scontro, tutto sommato, fra bene e male che pur non ottenendo l’effetto sperato, si conclude con la celebre profezia del frate che nell’animo di don Rodrigo crea un enorme spavento.
Nel capitolo XIX, lo scontro verbale è più velato: predomina l’astuzia del conte zio e l’ipocrisia del padre provinciale. Il conte zio cerca di manipolare il suo interlocutore usando un linguaggio assai ambiguo e ricorrendo all’amicizia esistente da tempo fra l’ordine dei cappuccini e la casata nobiliare. All’inizio, il religioso risponde ai colpi difendendo padre Cristoforo, ma alla fine cede alla richiesta del conte zio. In questo caso, è quest’ultimo che risulta vincitore. Ma esiste un’analogia: in entrambe le situazioni, lo scrittore vuole evidenziare la difficoltà che incontra il potere religioso a contrastare i soprusi e le ingiustizie a cui è solito dedicarsi il potere laico.
6. La doppiezza di linguaggio nel conte zio e nel padre provinciale
Tutto il colloquio è caratterizzato dall’ipocrisia mascherata da prudenza, dalla cortesia formale e da giri di parole con cui ognuno dei due interlocutori vuole difendere i propri interessi: il conte zio difende l’onore della sua casata e il padre provinciale il suo ordine religioso.
Lo scrittore definisce i due interlocutori come “Due Potestà, Due Canizie”, cioè due persone di grande esperienza, molto capaci nel nascondere la realtà dei fatti. Il linguaggio del conte zio è artificioso, lascia a volte sottintendere delle minacce; il termini restano nel vago, ma molto pesanti; infatti, egli definisce padre Cristoforo “un soggetto turbolento” e “un figlio degenere”, facendo con ciò allusione al passato del frate e al fatto che aiuta i delinquenti come Renzo. Questo potrebbe creare degli scandali all’interno dell’Ordine dei cappuccini. Lo scopo di tutto ciò è agire in silenzio, applicando la politica dell’omertà, così frequente nel XVII secolo. Il padre provinciale utilizza delle parole misurate che non mostrano una forte resistenza a quelle del conte zio. Si autocontrolla e dà un seguito positivo a quanto richiestogli, soltanto per evitare conflitti.
7. La figura storica dell’Innominato
Dopo la prima e sommaria informazione sul personaggio che incute timore ad un piccolo tiranno come don Rodrigo, pur non dichiarandone l’identità storica, lo scrittore gli crea intorno un’atmosfera sempre più sinistra e misteriosa per passare poi a delinearne la psicologia in pochi tratti che gli conferiscono la statura di un vero genio del male.
Anche l’Innominato è figlio del suo tempo, cioè di una società determinata storicamente (come Gertrude e Ludovico): ama ostacolare e contrastare per sfidarli coloro che appartengono alla stessa classe sociale. Era arrivato a tal punto che, per il grand numero di crimini commessi, dovette andarsene, ma non interruppe le relazioni, anzi qualche tempo dopo, l’intimazione all’esilio perse efficacia, rientrò nel ducato di Milano e si stabilì in un castello presso il confine bergamasco, che diventò un’officina di ordini sanguinosi. Fra l’altro, in vari parti del territorio manteneva dei sicari, pronti ad eseguire ogni suo scellerato ordine. Tutti i signorotti che abitavano nei dintorni, prima o poi erano stati costretti ad essergli o suoi amici o suoi nemici, ma coloro che avevano cercato di resistergli ben presto non se la sentirono di provarci e se ne pentirono amaramente. Anche don Rodrigo, il cui palazzo si trovava a poca distanza dall’Innominato, era stato costretto in qualche modo a farselo amico con l’obbiettivo di farsi dei favori reciproci.
Ci possiamo chiedere quale fosse l’identità storica dell’Innominato. Lo scrittore non ne parla, ma si può ragionevolmente supporre che si trattasse di Francesco Bernardino Visconti, un feudatario di Brignano Geradda che con i suoi seguaci era molto conosciuto per i suoi misfatti e le sue scelleratezze. Sappiamo che due grida promettevano una ricompensa a chi avesse consegnato vivo o morto uno dei suoi seguaci.
8. Dal Conte del Sagrato all’Innominato
In “Fermo e Lucia”, l’innominato porta il nome di Conte del Sagrato. Esso porta questo nome poiché commesso un omicidio sul sagrata di una chiesa. Manzoni, nel descriverlo, riporta molti dettagli macabri, da ricollegarsi con il gusto “horror” de romanticismo dell’epoca. L’innominato, invece, è circondato da un alone di mistero, il suo aspetto è meno macabro, ma più oscuro e più approfondito dal punto di vista psicologico. Nell’insieme, ne risulta un personaggio eccezione che si distacca da tutti gli altri..
9. I riferimenti storici nella presentazione dell’Innominato
Pur essendo un personaggi immaginario, l’Innominato si può prestare a dei riferimenti storici ben precisi. Per gli studiosi, esso coinciderebbe con il feudatario Francesco Bernardino Visconti, anche se alcuni studiosi sono più propensi ad identificarlo con il fratello Galeazzo Maria, anch’esso un individuo senza scrupoli. Alcune grida dell’epoca ci informano che egli aveva a proprio servizio uno stuolo di malviventi, pronti ad eseguire gli ordini più efferati e sanguinario del proprio padrone. Testimonianze storiche ci tramandano che il Visconti, dopo aver attraversato un momento di crisi spirituale, si convertì e decise di cambiare totalmente vita. Questo è quello che succede anche al personaggio immaginario del romanzo.
10. Si può stabilire un parallelo fra la psicologia dell’Innominato e quella di Ludovico?
Ludovico e l’Innominato appartengono allo stesso contesto storico dove domina l’alterigia, la superbia, il sopruso, l’irruenza e l’ostentazione. Per natura sono due uomini di azione e anche se appartengono a classi sociali diverse (quella dei mercanti che vogliono uguagliare i nobili nel caso di Ludovico, poi Cristoforo e quella dell’aristocrazia con l’Innominato) hanno il gusto del dominio. Entrambi hanno un passato da delinquente: Ludovico uccide un giovane per desiderio di vendetta, l’Innominato vive nel disprezzo della legge. Esiste, però, fra i due una profonda differenza: Ludovico uccide a seguito di uno scatto inconsulto di rabbia di cui però si pente subito e chiede perdono alla famiglia dell’ucciso mentre l’Innominato fa dei delitti e dei soprusi la sua unica ragione di vita.
11. Illustrare il rapporto che lega don Rodrigo con l’Innominato
Sostanzialmente si tratta di un rapporto di convenienza. Poiché l’Innominato è più potente, don Rodrigo non aveva che una scelta: andare d’accordo con lui. Tuttavia don Rodrigo non aveva interesse a rendere pubblico questo legame, soprattutto non desiderava che il conte zio lo venisse a sapere. Sostanzialmente si tratta di un’amicizia indispensabile con uomo la cui inimicizia sarebbe stata molto pericolosa.
12. Esistono altri aiuti “altolocati” per don Rodrigo?[/b
No, gli unici aiuti altolocati possibili sono il cugino Attilio, il conte zio e l’Innominato. Essi sostengono la prepotenza di don Rodrigo e ne garantiscono l’impunità. Poi, esistono altri due individui, non nobili che, aiutano don Rodrigo a compiere i suoi atti scellerati: Egidio e il dott. Azzecca-garbugli.
13. Che cosa indicano i puntini di sospensione nel discorso del conte zio?
Essi lasciano sottintendere qualcosa di più grave di quanto il conte zio dice esplicitamente. Contribuiscono a lasciare nel dubbio il padre Provinciale se non a creare una velata minaccia. Pertanto essi hanno oltre ad un valore retorico, la funzione di indicare la falsità su cui poggia il dialogo. Sono della pause diplomatiche che lasciano sottintendere ben altra cosa.

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