1. Gli avvertimenti del cappellano crocifero richiamano un atteggiamento delle persone intorno al cardinale già indicato e condannato nel capitolo XXII. Spiegare
Il cappellano crocifero riferisce al cardinale Federigo, con una certa riluttanza, che l’Innominato ha chiesto di essere ricevuto. Turbato dalla commozione, il prelato è ben felice di avere il colloquio , in contrapposizione con il cappellano che sembra incarnare la figura dei prudenti che si attengono alla norma del “niente di troppo, non esagerare”. Si tratta dei fautori del criterio del giusto mezzo, contro i quali Manzoni non esita a polemizzare. Il cappellano è uno di quegli individui che fanno parte dell’entourage del cardinale, abituati, con coraggio, a riprendere il prelato ogni qual volta che ritengono che quest’ultimo si spinga troppo avanti nel fare del bene. Contro di essi, Federigo è sempre costretto a difendersi.
2. Individuare i riferimenti biblici nel linguaggio del cardinale.
Nell’incontro, il cardinale non pronuncia un sermone dai noiosi contenuti moralistici, bensì si rivolge al suo interlocutore facendo continuamente riferimento a concetti presenti nelle Sacre Scritture, che sono tutte in relazione con la misericordia divina e della felicità quando un peccatore si pente.
• La parabola della pecorella smarrita, dal Vangelo di Matteo, “Lasciamo le novantanove pecorelle, “rispose il cardinale: “sono in sicuro sul monte: io voglio ora stare con quelle qu’era smarrita”. Il ruolo dell’uomo di Chiesa è di recuperare alla salvezza tutti i fedeli e anche una sola perduta deve essere instancabilmente ricercata e posta in salvo
• Allo stupore dell’Innominato di fronte ad un’accoglienza inaspettata, il cardinale risponde con una frase tratta dal Vangelo di S. Luca: “C'è più gioia in cielo per un solo peccatore che si converte, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione". In tal modo l’uomo ha la garanzia che Dio lo perdonerà.
• Il cardinale prende la mano dell’Innominato e la stringe nella sua precisando che sarà quella “che riparerà tanti torti, che spargerà tante beneficienze, che solleverà tanti afflitti….” Queste parole, unitamente al gesto fanno riferimento ad una lettera di s. Paolo ai Romani in cui egli parla di passaggio dalle “opere di morte” a quelle del bene e della giustizia.
3. Su quali doti dell’Innominato il cardinale fa leva per orientarlo verso la speranza di un ricatto morale?
Il Cardinale sa che l’Innominato ha un grande coraggio ed una grande forza innata per cui fa leva su queste due doti per indirizzare le sue energie verso il riscatto che egli chiede e soprattutto verso il servizio nei confronti degli altri.
4. La conversione dell’Innominato ha ora motivazioni anche morali e religiose
Se all’inizio le motivazioni erano soltanto di ordine psicologico, ora esse acquistano una connotazione legata alla morale e all’insegnamento cristiano. Dal punto di vista morale, possiamo dire che l’Innominato prova una noia profonda del male che ha commesso fino ad ora. Se un tempo le scelleratezze e il male lo affascinavano, ora prova una totale avversione per tutto ciò fino a trasformarsi in un peso opprimente (cfr. metafora delle coperte pesanti pesanti e del letto duro duro). Il suo essere uomo entra in crisi perché comincia a provare un sentimento di compassione e di rimorso, fino ad ora viste come segno di debolezza. Le motivazioni religiose sono da ricercarsi nel pensiero della morte che comporta l’idea del Giudizio finale di fronte al quali tutti i poteri terreni non valgono nulla. Si pone poi il dubbio riguardo all’esistenza di un’altra vita da cui deriva la necessità di trovare un fine ultimo all’esistenza che coincide con la ricerca di un Dio misericordioso. L’incontro con il Cardinale Federigo perfeziona questo cammino: l’energia vitale che lo caratterizza può essere indirizzata verso la carità cristiana e il colloquio termina con il riconoscimento dell’esistenza della Provvidenza divina.
5. Come entra in scena don Abbondio? Quale funzione assolve questo intervento? Per rendere evidente l’imbarazzo di don Abbondio quale paragone costruisce il Manzoni?
Dopo tanti capitoli don Abbondio rientra in scena. Il colloquio fra il cardinale e l’Innominato sta volgendo alla fine . L’uomo, riferisce al cardinale si aver appena avviano una delle sue tante scelleratezze (= il rapimento di Lucia) che intende interrompere subito. Racconta brevemente, ma con un sentimento di odio, quello che ha organizzato e fatto. Il cardinale chiede informazioni precise sul luogo di origine di Lucia, chiama il cappellano crocifero per far entrare il relativo parroco, qualora fosse presente fra quelli convenuti. Infatti egli si trova in mezzo agli altri parroci. Si mostra coerente con se stesso, egoista e pauroso. Per rendere l’imbarazzo in cui si trova a seguito dell’ordine del cardinale di viaggiare insieme all’Innominato verso il castello, don Abbondio è paragonato ad un ragazzo che vede qualcuno che accarezza con sicurezza un grosso cane, avvezzo a mordere e a spaventare, dicendo che è un animale pacifico e che non ha mai fatto male a nessuno. Più di un paragone, si tratta di una traduzione in chiave comica dello stato d’animo di don Abbondio e tutti i particolari sono altrettanti momenti di paura nel trovarsi a tu per tu con l’Innominato.
6. Il soliloquio di don Abbondio. Mentre si dirige verso il castello dell’Innominato con chi se la prende?
Don Abbondio si ritiene in credito con tutti perché tutti sono responsabili della situazione in cui si trova: don Rodrigo (non aveva bisogno di molestare una ragazza), l’Innominato (prima terrorizzava tutti e ora mette tutti in subbuglio con la conversione), il cardinale Federigo (avrebbe dovuto essere più cauto nell’aprire le braccia all’Innominato convertito), la stessa Lucia (la causa diretta o indiretta di tutto. E infine egli si sente in credito anche con la Provvidenza a cui incombe l’obbligo di aiutarlo.
Capitolo 23 Promessi Sposi - Questionario di comprensione
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