Concetti Chiave
- L'anonimo seicentesco è un'invenzione del Manzoni, usata per creare un clima barocco e ironico nel romanzo, riflettendo un'epoca sfarzosa e trascurata.
- La questione linguistica è centrale: Manzoni cerca di tradurre il linguaggio dell'anonimo in una lingua viva, capace di comunicare con i lettori dell'epoca.
- In Lombardia nel Seicento, il linguaggio era rozzo e incolto, con una ricercatezza artificiosa che rispecchiava la letteratura dell'epoca.
- Manzoni si basa su un'indagine rigorosa delle fonti storiche, come le gride e cronache del tempo, per costruire l'intreccio del romanzo.
- Le fonti storiche conferiscono al romanzo un carattere di verità poetica, essenziale per la narrativa di Manzoni, come espresso nella "Lettre à M. Chauvet".
Indice
Il ruolo dell’anonimo
Nell’introduzione compare subito la voce dell’anonimo seicentesco a cui il Manzoni attribuisce la prima redazione del racconto a cui spesso si riferirà nel corso della narrazione. Solo alcuni tratti de “I Promessi Sposi” riecheggiano la trama di opere del Seicento; del resto, anche le formule riprese nell’Introduzione da pagine di scrittori dell’epoca sono alcune delle molte sfaccettature del misterioso autore-personaggio: l’anonimo è un’invenzione del ManzoniCon questa pagina di gusto barocco, piena di concetti più o meno profondi e di figure retoriche in cui si insinuano sfumature di goffaggine e trascuratezza, l’autore ci presenta il clima del romanzo, ossia le caratteristiche di “un’età sudicia e sfarzosa”, come scrive più avanti il Manzoni, e intanto crea una profonda ironia, non difforme da quella che scaturirà dall’indagine sulla cultura di don Ferrante, specchio di quella dell’anonimo (cap. XXVII). Si tratta dell’ ironia dell’Illuminismo che considera false le luci del Seicento; ma è anche l’ironia di chi considerai limiti di ogni momento della storia poiché nel Fermo e Lucia, il Manzoni scrive: “E se anche noi viventi tenessimo per verissime cose che sieno per dar molto da ridere alle età venture?”
La questione della lingua
La seconda parte dell’Introduzione presenta la riflessione del narratore sul farsi del romanzo. La prima difficoltà è linguistica: come tradurre il difficile linguaggio dell’anonimo in forme che siano accessibili ai lettori contemporanei? Il problema ne lascia intravedere un altro, centrale nel pensiero del Manzoni, ossia, come trasformare il linguaggio morto nella tradizione letteraria italiana in una lingua viva, capace di rispecchiare il reale e di comunicare con tutti? La questione è ormai risolta e resta appena accennata ne “I Promessi Sposi” (ormai lo scrittore ha optato per il modello toscano), ma trovava uno sviluppo nella seconda Introduzione al “Fermo e Lucia” quando il Manzoni scrive: “Scrivo male; e si perdoni all’autore che egli parli di sé…”. Da ricordare che da persone vicine allo scrittore, risulta che tra il 1823 e il 1824, egli iniziò a comporre un libro sulla lingua che in seguito, lui stesso distrusse. Anni dopo, nel 1830, egli avviò un nuovo libro, “Della lingua italiana”; punto di confluenza delle riflessioni linguistiche dell’autore, l’opera subì rielaborazioni per circa trent’anni, ma non fu condotta oltre i primi quattro capitoli.
Com’era il linguaggio parlato in Lombardia nel Seicento
La lingua toscana veniva studiata pochissimo e nessuno si dedicava allo studio delle lingue straniere. IL linguaggio comune doveva essere rozzo, incolto, inesatto, arbitrario, casuale. Su questo fondo venivano poi inserite delle arguzie. Si cercava di costruire una certa ricercatezza che poi era la tendenza generale di tutta la letteratura italiana. Da questo ne usciva un linguaggio goffo, presuntuoso
Le fonti
Dell’ultima parte dell’Introduzioni, lo scrittore parla delle fonti. Come già all’epoca delle tragedie, il Manzonisi basa su di un’indagine rigorosa delle fonti storiche da cui ricava l’intreccio del romanzo; si tratta di gride dell’epoca e di cronache dell’epoca come la “Vita” del Cardinale Federigo Borromeo e numerosi altri documenti. A questo proposito, lo scrittore nella “Lettre à M. Chauvet” scrive: “i fatti, proprio perché sono
conformi alla verità per così dire materiale, possiedono al più alto grado, il carattere di verità poetica che si
ricerca”.