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Manzoni


Vita e opere

Alessandro Manzoni fu il caposcuola del romanticismo Italiano, la sua vita fù prevalentemente contemplativa e meditativa e la sua condizione di nobile agiato gli consentì di non lavorare. Quindi è dunque sul piano della vita interiore che si devono cercare i tratti significativi della sua storia => vita assai poco romantica.
La sua vita è considerata poco romantica a causa del rigorismo morale e religioso, la sua avversione per ogni forma di polemica e ipersensibilità e la ricerca del vero al di là di ogni opportunità contingente.
Nacque a Milano il 7 marzo 1785 da Giulia Beccaria e fu accettato come figlio da Pietro Manzoni.
La rigida educazione cattolica favorì un atteggiamento giacobino e democratico con atteggiamento ateistico. In seguito alla morte di Carlo Imbonati ( compagno della madre ) la raggiunse a Parigi => quinquennio parigino (1805-1810), fondamentale fu la frequentazione con gli "ideologues" parigini e l'apporto della cultura francese razionalistica,illuministica e liberale.
Nel 1808 sposò Enrichetta Blondel prima con rito calvinista e successivamente con rito cattolico (dopo la conversione nel 1810).
nel 1810 rientrò a Milano e iniziò la produzione dei suoi scritti.
La produzione della maturità è frutto di una conversione letteraria che ha molti punti di contatto con la conversione al cattolicesimo e un fermo rigetto degli scritti giovanili.
Il suo soggiorno parigini lo accosta alla grande letteratura romantica europea accrescendo il suo interesse per la storia e gli fanno considerare da una diversa prospettiva anche la situazione politica e il dibattito culturale italiano. La passione civile e un austero senso morale sono presenti anche nelle composizioni mature.
Il suo senso morale alieno ad ogni compromesso gli fanno ripudiare la mitologia in quanto falso ideologico e credenza pagana. La poesia moderna deve iscriversi in una cornice adeguata al proprio tempo e anche il linguaggio deve essere coerente con le scelte morali.
il cattolicesimo di Manzoni rimane aperto e problematico, volto all'impegno civile, non è in contraddizione con alcuni ideali illuministici

Inni Sacri

La nuova fase letteraria si apre con gli Inni Sacri , poesia di natura corale orientata al recupero di forme e modelli arcaici, la scelta di una poesia corale indica il ripudio di un romanticismo facile e di maniera. Negli inni sacri pone al centro il sentimento religioso individuale e momenti della liturgia e dottrina cristiana radicati nella realtà e nella storia.

Opere poetiche

Le altre opere poetiche sono alcune poesie civili di forte impegno etico e politico: marzo 1821 e il 5 maggio
Marzo 1821 riflette le speranze che si erano diffuse nel 1821 dopo un' insurrezione che lasciava presumere una guerra di liberazione dell'Italia settentrionale, vi è anche una riflessione più ampia sulla giustizia della storia, nell'ottica di una fraternità di tutti i popoli. Manzoni dipinge la presenza di Dio nella storia come principio di giustizia. Si rivolge agli italiani perché riconquistino la propria dignità e lottino per affermare i propri giusti diritti, ma anche agli austriaci perché riconoscano il diritto del popolo italiano alla libertà e al' indipendenza
La ricerca della verità e i modi con cui raggiungerla sono il centro della riflessione di Manzoni , in particolare il rapporto tra il vero storico e il vero poetico. In un primo momento si afferma la possibilità di mescolare storia e invenzione, poi però cambia radicalmente opinione. Il fine della poesia è quello di scrutare a fondo gli eventi di cui la storia ha tramandato solo l'aspetto esteriore (pensieri,sentimenti,dimensione morale e spirituale)
Il poeta può inserire fatti secondari non tramandati dalla storiografia. Manzoni può spostare l'attenzione dai potenti agli umili, delle cui vicende non si ha memoria.
"la poesia e la letteratura in genere debba porsi l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo"
al poeta si deve chiedere solo di essere vero e di favorire nel pubblico lo sviluppo della forza morale con cui dominare e giudicare le passioni che egli rappresenta

Tragedie

le tragedie sono incentrate sull'importanza del vero storico e sull'assunzione di modelli moderni e si tratta di una tragedia morale ne duplice senso di impegno scrupoloso nella ricerca della verità e di un impegno educativo nei confronti dello spettatore. Manzoni critica la regola delle unità della tragedia (tempo, spazio e azione) cioè la limitazione di concentrare in una sola giornata e in un solo luogo tutti i fatti necessari allo svolgimento della tragedia, poiché costringe l'autore a inventare e non ad attenersi al vero storico.

Dal Fermo e Lucia ai Promessi Sposi

la stesura del Fermo e Lucia inizia nel 1821 e termina nel 1823, anche se paragonabile alle tragedie il Romanzo può concentrati su personaggi del popolo che erano solo marginali e per la prima volta la vicenda tragica veniva raccontata dal loro punto di vista . Terminata la stesura Manzoni sottopone il testo a revisione e crea i Promessi sposi che usciranno in due versioni (1827 e 1840)
tra il Fermo e Lucia e i Promessi sposi si nota la presenza della stessa fabula nelle linee importanti, ma diversi sono la caratterizzazione dei personaggi , intreccio e i modelli. Il Fermo e Lucia fornisce una visione più drammatica e contraddittoria della società e rivela l'intenzione dell'autore di legare passato e presente, oltretutto è presente una concezione di realismo più libera anche se artisticamente meno felice
le due redazioni dei promessi sposi (1827 e 1840) differiscono principalmente sul piano linguistico e stilistico, infatti in seguito alla " risciacquatura dei panni nell'Arno" elimina i lombardismi e cerca di adattare la lingua all'uso fiorentino, capace di adattarsi a qualsiasi situazione e varietà dei personaggi. Sul piano dello stile si nota un raggiungimento di un tono medio. È presente la tecnica del trapasso tonale, del riequilibrio e dello smorzamento, anche per intervento del narratore che molto spesso giudica

I Promessi Sposi

il narratore afferma che probabilmente l'anonimo secentista ha sentito direttamente la storia da Renzo, si tratterebbe quindi di una narrazione stratificata che rappresenta le tre mentalità che dominano e si intrecciano nel corso del romanzo, si afferma dunque il tema della contrapposizione tra pacifica laboriosità e moralità degli umili e appunto corruzione e malgoverno dei potenti e cultura popolare ingenua .
Nei Promessi Sposi si possono rinvenire molteplici modelli narrativi: exemplum ( contrasto fra bene e male nell'introduzione dell'anonimo), la fiaba ( prove e peripezie), romanzo di formazione (Renzo), romanzo storico
Manzoni appare mosso da un intento di analisi storica, lasciando all'invenzione solamente il compito d'indagare al di là dei documenti. Decide di occuparsi del Seicento poiché appare un epoca sostanzialmente negativa e diventa il simbolo dell'immobilismo e della condizione umana, ciò ci porta a un senso generale di pessimismo.
È un libro di storia involto in pagine di romanzo, anche se gli eventi storici principali diventano secondari e al centro della storia si pongono la crisi agraria, i prezzi del frumento e la curva delle epidemie. Ogni evento trova senso solo proiettandosi nel contesto storico ed è proprio quest'ultimo che non consente agli oppressi di far valere i propri diritti di fronte alla legge e alle istituzioni.
La storia diplomatico-militare è vista da coloro che la subiscono, come quella politico- istituzionale è sottoposta ad un processo d'intronizzazione => critica serrata nei confronti dei potenti e forte senso di pessimismo
è un romanzo della provvidenza in quanto tutti i personaggi cercano di decifrare ciò che gli sta accadendo come un segno divino, tuttavia Manzoni non nominerà mai in prima persona la provvidenza , poiché quella che rappresenta è una natura abbandonata da Dio. La provvidenza di manifesta negli animi degli uomini ai quali spetta decidere se seguila o meno.

5 Maggio

l Cinque Maggio viene composta da Manzoni "di getto", cosa eccezionale per lui, appena pervenuta la notizia dell'avvenuta morte il 5 maggio 1821, di Napoleone Bonaparte. E' significativo che la struttura metrica del Cinque Maggio sia la stessa che Manzoni utilizzerà per il coro dell'atto IV dell'Adelchi, Significativo perché entrambi i testi, in qualche modo, da prospettive diverse , affrontano il tema dell'eroismo, e lo demistificano. Quel tema dell’eroismo delle grandi personalità, la cui azione nella storia non significa altro che spargimento di sangue, che perpetuazione di sofferenze. Anche Ermengarda, che pure non parteciperà alle azioni politiche del suo popolo, in qualche modo, come dirà appunto il coro a cui facevo riferimento prima, parteciperà della logica che agli occhi di Manzoni spiega la dinamica storica e cioè la logica per cui o si è oppressi o si è oppressori, o si agisce nella storia, e per fare questo si compie il male o ci si rifiuta di compiere il male e si è oppressi.
In qualche modo anche Napoleone, che si è comportato per tutta la vita da oppressore, pur con la grandezza delle sue imprese alla fine diventa un oppresso, Quando infatti Manzoni immagina gli ultimi giorni di Napoleone lo vede come un uomo che è vinto dal ricordo delle sue grandi imprese che ora gli appaiono come un fallimento. E’ significativo sotto questo aspetto soffermarsi brevemente sull’attacco dell’ode:“Ei fu”. In qualche modo la forte pausa dopo il verbo isola l’espressione, che è un’espressione di profonda antitesi, un’espressione potremmo dire ossimorica. “Ei”, non c’è bisogno neanche di nominarlo. “. Anche la grandezza più grande che la dimensione umana possa attingere, scompare. . Manzoni, con un potentissimo scorcio, rievoca le imprese che hanno percorso buona parte del mondo, E al verso 31 una prima pausa di riflessione relegata ad una domanda drammatica: "Fu vera gloria? In qualche modo la grandezza di Napoleone contiene una scintilla dell’onnipotente spirito creatore di Dio. Eppure è un uomo, eppure è fallito. Un altro degli elementi interessanti di quest’ode è il fatto che in qualche modo è concepita come una sorta di Inno sacro, cioè come gli Inni Sacri ricordavano un evento nella storia, per quanto nella storia sacra, ma avvenuto nella storia che abbia cambiato il mondo, così in qualche modo la vicenda storica di Napoleone comporta una profonda riflessione che il "noi", fa sull’evento sacro ricordato. , pone in luce l'inganno dell'eroismo e della dinamica storica. Infatti nel verso 55 allora vediamo Napoleone che a fronte del suo fallimento sta per crollare sotto il peso dei suoi ricordi. Infatti osserva al verso 69:”
Il ricordo della grandezza passata diventa umanamente insostenibile. Niente sembra meno accettabile di un uomo che, illusosi di poter attingere ad una sfera superiore, quasi una sorta di antico eroe greco che si macchia di hybris, cioè del travalicamento dei limiti imposti dagli dei all’uomo, deve fare i conti con la propria umanità ritrovata che lasciata a se stessa è un fallimento. Ma ecco che proprio nel momento del fallimento, il momento della fine, in realtà sia rinascita in un’ottica di fede. Dio si pone vicino al letto di Napoleone morente. Si diceva infatti che prima di morire Napoleone avesse chiesto un prete. Ebbene Manzoni, rifacendosi a questa notizia, osserva che forse a tanto strazio: non è altro che silenzio e tenebra, ma quel silenzio che si riempie di vita quando è illuminato da Dio, quando apre l’uomo alla dimensione dell’eterno, quando come la discesa dello Spirito Santo nella Pentecoste fa si che l’uomo si ricongiunga, si riconnetta a Dio ed in Dio trovi quel senso che la sua vicenda umana altrimenti gli avrebbe negato.

Adelchi

Iniziato nel 1820, ma interrotto nel 1821 per l'avvio del romanzo storico, il testo fu concluso nel 1822. L'opera esprime già quella polifonia narrativa e quella molteplicità di punti di vista, che si riscontreranno poi nei Promessi sposi. La dimensione politica della Storia ed il suo significato morale e metafisico dominano le vicende narrate. I personaggi centrali (Adelchi e sua sorella Ermengarda) si qualificano come una nuova tipologia di "eroi": il loro eroismo si definisce, infatti, sul piano dell'opposizione e della non azione. Tutto ciò in contrapposizione con le dinamiche di egoismo e di affermazione di sè, che caratterizzano non soltanto i personaggi palesemente negativi (i traditori Svarto e Guntigi, Desiderio e i Longobardi in genere) ma anche Carlo, a cui pure tocca di sviluppare un'azione positiva nella Storia. Quest'ultimo è, infatti, partecipe di un realismo politico spietato che non esita a sacrificare la moglie innocente Ermengarda alla ragion di stato e alla sua volontà di potenza, per giustificare la quale dichiara di farsi interprete dei piani divini: . Davanti al fallimento dell'ideale eroico di Adelchi, non gli rimane che la stessa via d'uscita che aveva caratterizzato l'avventura umana, chiusa nel fallimento, di Napoleone: il conflitto con la realtà, si può risolvere soltanto sul piano dell'eterno. Vera patria è l'altra vita, ed Adelchi lo comprende in punto di morte, unico momento di verità per l'uomo.

Coro dell'atto terzo

Il testo ha un inizio molto solenne e cadenzato, ribattuto dal ritmo martellante dei dodecasillabi che compongono le strofe. Si apre con uno sguardo - non annunciato in precedenza- sul popolo dei Latini, nel momento in cui essi avvertono la possibilità di un'ipotetica liberazione, che si rivelerà poi illusoria. Il coro presenta notevoli aspetti di novità rispetto alla tradizione tragica, a partire dalla scelta stessa di avere come protagonisti dei popoli, in ordine: i Latini, i Longobardi e i Franchi. Qui Manzoni sembra dare compiuto sviluppo ad alcuni elementi propri della sua riflessione poetica: in particolare l'esigenza, di ordine etico, di guardare la Storia dal "basso". Ciò che colpisce, infatti, nella prima parte del coro (vv. 1-30) è l'insistere da parte dell'autore sugli sguardi degli umili: "Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti, | Qual raggio di sole da nuvoli folti, | Traluce dai padri la fiera virtù; | Nei guardi, nei volti confuso ed incerto | Si mesce e discorda lo spregio sofferto | Col misero orgoglio d’un tempo che fu". I Longobardi sono visti dai Latini come fiere incalzate dal nemico, che essi osservano da lontano senza prendere direttamente parte alle vicende narrate: "Ansanti li vede, quai trepide fere, | Irsuti per tema le fulve criniere, | Le note latebre del covo cercar: | E quivi, deposta l’usata minaccia, | Le donne superbe, con pallida faccia, | I figli pensosi pensose guatar".
Manzoni intende, dunque, mettere al centro dell'indagine storica coloro che la storiografia ha deciso di ignorare: le masse popolari, per loro natura anonime; ciò consente al lettore, di cogliere da vicino la complessità del reale. Anche per la tragedia, attraverso questo allargamento prospettico in senso orizzontale, Manzoni forza i limiti del genere letterario, non ritenendolo adeguato alla sua volontà di rappresentazione.
La seconda parte del coro dell'atto III, dedicata al popolo dei Franchi, comincia al verso 41 con l'imperativo "Udite!", rivolto ai Latini, i quali si illudono di diventare liberi. E' un saggio di poesia storica, nel senso definito da Manzoni nella Lettera a Chauvet e in quello richiesto dalla letteratura romantica a lui contemporanea. Domina, anche in questo caso, la dimensione popolare: si immaginano le sofferenze subite dai Franchi per affrontare la guerra contro i Longobardi (l'abbandono dei castelli, delle case e delle persone amate, gli sforzi nelle battaglie, etc.), espresse con acuto realismo.
Se nella prima parte del coro, lo scontro - descritto dalla prospettiva dei Latini - era rappresentato come una caccia animalesca, qui si mostra il punto di vista umano dei vincitori, con le loro fatiche e i loro sacrifici. La voce poetica si chiede: "E il premio sperato, promesso a quei forti | Sarebbe o delusi, rivolger le sorti, | D’un volgo straniero por fine al dolor? | Tornate alle vostre superbe ruine, | All’opere imbelli dell’arse officine, | Ai solchi bagnati di servo sudor."
Senza dubbio Manzoni ha qui in mente la tematica risorgimentale, nella considerazione che l'Italia si liberi con le proprie forze e non con aiuti esterni. Eppure questa non è l'unica dimensione politica presente nel brano: anzi, prevale su di essa ancora una volta la dinamica storica di oppressi e oppressori. Secondo l'autore non è possibile sottrarsi a tale contrapposizione: nella Storia o si è tra gli uni o si è tra gli altri. Manzoni concretizza in questo brano un esempio di alta poesia popolare, i cui obiettivi sono l'intensità e la comunicazione immediata sul pubblico, come richiesto dalle istanze stesse della poesia romantica.

Morte di Ermengarda

L'atto IV di Adelchi si apre con la tragedia di Ermengarda, un punto particolarmente drammatico dell'economia dell'opera. Ermengarda è stata trasportata presso il convento di Brescia, presso la sorella monaca, Ansberga, e viene accolta, prostrata dalla sofferenza a seguito del ripudio che ha subito da parte di re Carlo. Il personaggio di Ermengarda viene costruito da Manzoni con lo scopo di mettere in evidenza gli aspetti più conflittuali dell'animo umano e una dimensione di tensione emotiva, unica nell'insieme della produzione manzoniana. Ermengarda mostra alla sorella, una volta giunta in convento, la volontà di distaccarsi dal mondo. Afferma di essersi staccata dalla passione per Carlo, anche se una serie di indizi rivelano che si tratta in realtà di una maschera. Manzoni mette in luce le strategie che l'animo umano usa per ingannarsi, e difendersi dalla sofferenza. Ermengarda desidera un ultimo messaggio da Carlo ed essere sepolta con l'anello nuziale. La donna rifiuta di entrare in convento e farsi monaca, dichiarando esplicitamente che il suo cuore appartiene a un altro. La sorella si lascia sfuggire la notizia del nuovo matrimonio di Carlo, facendo cadere la maschera dell'indifferenza che Ermengarda aveva assunto. Ermengarda si abbandona al delirio, immaginando di parlare con Carlo, e lascia libero sfogo alla passione. C'è una violenza nello scoppio dei sentimenti della donna, che stupisce, soprattutto in un autore così sorvegliato come Manzoni.
Si vede come l'autore abbia in questo episodio scoperto le dinamiche profonde della psiche, i suoi meccanismi difensivi e anche quella dimensione autodistruttiva che la passione comporta per l'individuo. Il dramma d'amore si sviluppa in un contesto di quotidianità, come la vicenda di un matrimonio. Infatti, è significativo che la passione rimossa sia l'amore, e che questa venga rappresentata in modo da non farla condividere al lettore e allo spettatore. Ermengarda confessa di provare un amore che è tremendo. Questo tema dell'eccesso sarà ripreso nel coro dell'atto IV. Un altro aspetto importante è il fatto che sia Ermengarda, sia il fratello Adelchi si configurano come "figura Christi", come una sorta di figura di Cristo. Come colei che muore innocente, vivendo un dolore tremendo. Con questa sofferenza viene saldato un debito che l'uomo contrae misteriosamente con Dio.

Coro dell'atto quarto

Il coro dell'atto IV si struttura su un incrocio di piani temporali tra presente, passato prossimo e passato remoto. Ad ognuno di essi corrisponde un tema specifico: al presente l'attuazione del concetto di "provvida sventura" (liberazione dal dolore di Ermengarda), al passato prossimo l'analisi sull'impossibilità dell'oblio, al passato remoto il momento della felicità legata all'amore (ingannevole e impossibile). Attraverso questi diversi momenti, si sviluppa una delle riflessioni più profonde presenti nell'Adelchi. L'inizio del brano è collegato alla scena precedente nel convento; dopo un paio di strofe, il coro si rivolge verso Ermengarda per esortarla a liberarsi dalle passioni terrene (i "terrestri ardori"). Comincia qui un gioco di rimandi al componimento Cinque Maggio e alla figura di Napoleone, che si dipana nel corso dell'intero coro. La tragedia ne condivide, infatti, insieme alla struttura metrica, l'importanza attribuita al peso del ricordo e alla purificazione concessa dalla sofferenza: "Tal della mesta, immobile | Er quaggiuso il fato: | Sempre un obblio di chiedere | Che le saria negato; | E al Dio de' santi ascendere | Santa del suo patir".
Due similitudini vengono scelte da Manzoni, nelle due opere, per illustrare le sofferenze interiori: nel Cinque Maggio l'immagine del naufrago travolto dall'onda dei ricordi, nell'Adelchi il sole dell'amore che riarde gli steli appena rifioriti dalla rugiada dell'alba. Da tale prigione, Ermengarda non può che fuggire con la morte. Ella si qualifica come l'offerta pura, che compensa impurità della sua stirpe e contro-bilancia il male perpetrato dai protagonisti della storia: è, come Adelchi, una "figura Christi".
È definita in questo passaggio la provvida sventura, che facendo provare dolore agli oppressi riscatta la pia Ermengarda dalla colpa di appartenere a una stirpe di oppressori.

Morte di Adelchi

Questo nella sua agonia è anche il momento della definitiva presa di coscienza circa la condizione umana e le leggi che regolano la storia. Il gran segreto della vita si fonda sulla scoperta di una legge che regola la storia: il mondo è regolato dallo spirito di violenza e dalla volontà di sopraffazione. L'alternativa è secca: o far torto o patirlo, questo è il punto di massimo pessimismo di Manzoni. Adelchi scopre il gran segreto della vita che può rivelargli il senso del suo destino ( soffri e sii grande). Bisogna accettare con gioia di subire il torto , di vedersi collocato nel campo dei sofferenti , degli oppressi. Tuttavia non bisogna forzare il destino e la storia: Adelchi adempie fino in fondo il suo compito di principe di una stirpe insanguinata => non è ancora la scelta francescana di dedicarsi agli altri (Fra Cristoforo)
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