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Alessandro Manzoni


-La vita

Alessandro Manzoni nasce nel 1785 a Milano, quasi certamente da una storia extra coniugale della madre Giulia Beccaria (figlia del noto Filosofo e Giurista illuminista Cesare Beccaria); il conte Pietro Manzoni tutta via lo riconosce come figlio legittimo.
Manzoni nel 1791 all’età di soli sei anni, viene allontanato dalla famiglia per avviarsi agli studi, e viene mandato presso il “Collegio dei Padri Somaschi di Merate”.

Nel 1798, Manzoni rientrato a Milano, conclude gli studi presso il “Collegio Longone dei Barnabiti”. Quest’ambiente è favorevole a Manzoni, rivelandosi fondamentale per la sua formazione culturale.
Qui conosce personaggi di spicco come: Ermes Visconti, Ugo Foscolo, Vincenzo Monti e lo scrittore ed esule Vincenzo Cuoco.
Manzoni esordisce in campo letterario nei primi anni del nuovo secolo, con diversi componimenti scritti nello stile neoclassico. Il primo di importanza rilevante fu quello del “poemetto del Trionfo e della Libertà”(1801) di carattere giacobino ed anticlericale.

Nel 1805, Manzoni raggiunge la madre in Francia, che dopo essersi separata dal conte Manzoni si era stabilita in Francia con il Conte Imbonati (1792) in lutto proprio per la morte del conte. Per lei comporrà come consolatoria: “Il Carme in morte di Carlo Imbonati”.
Attraverso l’ambiente parigino Manzoni, entra in contatto con i grandi intellettuali Ottocenteschi, presi dalla bufera dei venti rivoluzionari, suscitati dalla nuova poesia romantica, contrapposta alla corrente letteraria precedente. Manzoni stringerà amicizia con lo storico del romanzo medievale italiano e francese Claude Fauriel.

Il matrimonio e la conversione di Manzoni

Nel 1807, conosciutosi con la ginevrina Enrichetta Blondel, la sposa a Milano l’anno successivo secondo il credo calvinista di cui la moglie apparteneva. La successiva conversione della moglie dalla fede calvinista a quella cattolica, suscita in Manzoni la necessità di rivalutare le sue posizioni, in merito alla fede in Dio.
Nel 1810 Manzoni si converte e nel 1812 comincia la stesura degli “Inni Sacri”, poesie di contenuto religioso. Sempre nello stesso anno Manzoni si trasferisce definitivamente con la famiglia a Milano.

Il ritorno a Milano

A Milano riallaccia i rapporti con la cultura milanese, la sua casa diventa il punto di ritrovo per i letterati romantici come Giovanni Berchet, Silvio Pellico, Tommaso Grossi, Ermes Visconti e l’anziano Carlo Porta, scrittori della rivista del “Conciliatore”; con loro discute in merito alle nuove idee suscitate dalla poesia romantica.

Tra le principali idee si possono racchiudere in:
-L’abbandono dei vecchi temi mitologici legati al Neoclassicismo;
-L’apertura alla società ed alla storia;
-Il rinnovamento dei generi letterari.

Dopo il trattato su "Osservazioni sulla morale cattolica” del 1819, termina la sua Prima Tragedia: “Il Conte di Carmagnola”.
Manzoni tra il 1821 e il 1823 raggiunge il suo massimo fervore creativo: compone la grande ode “Il 5 Maggio” dedicata alla morte di Napoleone, scrive la sua seconda tragedia “Adelchi” e scrive la “lettera sul romanticismo” dove mette a punto la propria poetica.

Dopo la prima stampa dei Promessi Sposi del 1827 e il rientro a Milano, l’attività di Manzoni resta in gran parte assorbita dalla correzione del capolavoro e da riflessioni di carattere storico- linguistico.
Sono anni funestati da numerosi lutti familiari: tra il 1833 e il 1839 muoiono alcuni dei figli, la madre Giulia e la moglie Enrichetta.

Dopo la morte di Enrichetta Blondel, il giorno di Natale del 1833, Alessandro Manzoni era sprofondato nella malinconia così l’amico Tommaso Grossi, lo scrittore che viveva in casa Manzoni, presentò Teresa Borri Stampa a Manzoni, si piacquero e il 2 gennaio 1837 si risposò in seconde nozze.

Impegni nel sociale di Manzoni

Nel 1848 firma l’appello con cui i milanesi, invitano Carlo Alberto ad intervenire militarmente in Lombardia.
Nel 1861 Vittorio Emanuele II lo nomina Senatore e Manzoni accetta.
L’ultimo suo atto pubblico, è il voto per trasferire la capitale da Torino a Firenze.
Lo scrittore muore a Milano il 22 Maggio 1873 circondato dall’affetto di tutta la città.

La personalità

Manzoni rimase tutta via in costante dialogo con il pensiero e la società contemporanei.
Negli anni risorgimentali Manzoni, fornì il suo contributo alla battaglia politica, non solo con la poesia come Lode Patriottica del 1821, Il Coro dagli Atri Muscosi Dell’Adelchi, ma anche attraverso il lunghissimo lavoro di correzione linguistica dei promessi sposi, attraverso il quale diede alla Nazione che nasceva tra mille difficoltà una lingua unitaria.

La religiosità di Manzoni

L’evento più importante della vita dell’autore è la sua conversione religiosa del 1810, da quel momento in poi egli interpretò la sua opera di scrittore come una vocazione a testimoniare l’ordine che Dio ha impresso nel mondo.
Tutta via il Dio di Manzoni è silenzioso e spesso nascosto.
La personalità e l’opera letteraria di Manzoni appaiono dunque improntate dalla sua religiosità.
In questo ambito il cattolicesimo dell’autore appare mediatore tra vecchio e nuovo. La visione religiosa di Manzoni è infatti rispettosa ma allo stesso tempo si apre alla nuova esigenza di una religione vissuta profondamente: si tratta di una fede che illumini la vita quotidiana degli individui nella loro esistenza.
Per esempio la provvidenza uno dei temi presenti nei promessi sposi, più che essere una forza che salva dall’esterno è una voce che risuona nell’interiorità della coscienza; è la capacita di ascoltare davvero la voce di Dio e di seguirne la parola, e se esiste l’ingiustizia che Manzoni non si stanca di denunciare, essa dipende dalla responsabilità dell’uomo e non da Dio.
Gli individui sono liberi di scegliere tra il bene ed il male.

Dal Giansenismo ad un cattolicesimo più spirituale

Dapprima la religiosità di Manzoni fu improntata dal Giansenismo, corrente religiosa del cattolicesimo, molto diffusa nella Francia del ‘600/700, caratterizzata da una spiritualità intransigente, aspra nel rimproverare i limiti dell’uomo e la sua facilità a cadere nel peccato.

Tuttavia Manzoni in seguito si accosta ad un cattolicesimo più calmo, abbandonando pian piano la denuncia del male, addolcita dalla fiducia che Dio, se l’uomo collabora, con la grazia è sempre capace di trarre il bene dal male.

Illuminismo la base verso il Romanticismo

Fu l’eredità illuministica a spronare Manzoni al “VERO” e all’ “UTILE”; infatti a suo avviso, la letteratura, non può basarsi solo sulla ragione e sulla riflessione.

Manzoni di fatto assegna alla letteratura, il compito di guardare alla storia ma soprattutto all’interiorità dell’uomo.
Da qui nasce il progetto nutrito insieme agli amici del “Conciliatore”, di una letteratura:
• Capace di sentimento e di passionalità, imperniata sulle verità del cuore.
• Immersa nella storia, in quel passato che gli illuministi consideravano inferiore rispetto al loro presente;
• Razionale, obbiettiva perché fedele alla realtà.

Ecco perché il capolavoro di Manzoni sarà il romanzo storico dei Promessi Sposi.
Esso ricostruisce un epoca ben precisa <il Seicento> per uno scopo di miglioramento complessivo della società contemporanea. Dentro allo sfondo collettivo si collocano i drammi morali e psicologici degli individui e si mette in rilievo l’opera della grazia divina, che scava nell’intimo delle coscienze.

La lunga lettera sul “Romanticismo” del 1823 inviata Cesare Taparelli d’Azeglio, rappresenta l’ultimo documento della poetica manzoniana.
In questa lettera Manzoni afferma che “la poesia e la letteratura debbano proporre: Il vero per soggetto: l'autore mette al centro la ricostruzione storica degli eventi che caratterizzarono quei luoghi a quel tempo, l’utile per scopo e l’ interessante per mezzo. in sostanza l’autore deve essere un fedele interprete della storia e quindi rappresentare il vero e avere una missione educativa perseguendo quindi l’utile, ma essendo artista deve saper anche coinvolgere il pubblico alla sua opera attraverso l’interessante.

-Le opere di Manzoni:

Le poesie Civili

Rappresentate da un gruppo di testi poetici, ispirati dal forte sentimento patriottico di Manzoni.
La più famosa di queste composizioni è il “5 Maggio” del 1821, dedicata a commemorare la morte di Napoleone. Manzoni compose l’ode tra il 18 e il 20 Luglio 1821, non appena ebbe appreso attraverso la Gazzetta di Milano, la morte di Napoleone esiliato a Sant’Elena.
L’ode fu composta quasi di getto, stile abbastanza insolito per Manzoni, commosso per la morte di un uomo che era stato per quindici anni arbitro delle sorti dell’intera Europa.

ADELCHI: Un dramma storico ma romantico

La tragedia composta da Manzoni tra il novembre 1820 ed il gennaio 1822.
L’opera s’inquadra nel nuovo genere romantico del dramma storico. Come già il Carmagnola, anche l’Adelchi è privo di vera e propria azione drammatica; il suo linguaggio più lirico che teatrale è un testo destinato alla lettura più che alla rappresentazione.
Manzoni porta qui a compimento le novità di poetica, già illustrate nella prefazione al Conte di Carmagnola del 1820 e poi più estesamente nella “Lettre à M. Chauvet” in merito a:
• Rispetto alla storia;
• Accantonamento delle unità aristoteliche di tempo e di luogo, difatti l’Adelchi si svolge in un esteso arco temporale e si ambienta in luoghi diversi;
• Scopo morale

Novità strutturali dell'Opera

In vista di quest’ultimo fine, Manzoni adottò nell’Adelchi, una novità di grande rilievo: L’uso del coro drammatico a scopo di commento e di insegnamento morale. Già i poeti classici avevano scritto cori tragici; Eschilo, Sofocle, Euripide e i loro imitatori, il coro agiva come un personaggio collettivo, presente in scena, che parlava in prima persona e giudicava gli eventi.
Invece Manzoni, nei suoi cori prende direttamente la parola in qualità d’autore, il coro consente la personificazione dei pensieri morali, e serve dunque all0autore quale cantuccio per:
• Raffreddare le emozioni che la vicenda suscita;
• Sollecitare il pubblico.

Il dolore della storia ed il pessimismo Manzoniano

Ambientata nel periodo più oscuro e barbarico del medioevo, l’Adelchi diviene un viaggio nei meandri della storia, in particolare, diviene una requisitoria sul dramma del potere, con il suo contorno d’ingiustizia, vigliaccheria, tradimenti da un lato, di grandezza morale dall’altro.
L’opera porta in primo piano i grandi temi cari alla poetica manzoniana: le contraddizioni della storia umana, la maledizione del potere, l’ingiustizia, la follia delle lotte fratricide.
L’Adelchi diviene così l’opera in cui meglio si evidenzia tutto il pessimismo manzoniano, in parte dovuto alla sua formazione linguistica: l’umanità appare nettamente divisa nelle due categorie degli oppressori e dei vinti, al male dell’uomo non c’è rimedio né giustizia terrena.

Un' arte che doveva essere popolare

L’Adelchi è dramma di singoli personaggi e nello stesso tempo di tutto un popolo: sullo sfondo dell’opera si avverte infatti la viva speranza di una collettività palpitante, che non è protagonista dei fatti d’arme, ma del quale secondo Manzoni, nessun poeta che guardi alla storia reale può disinteressarsi. Proprio il popolo è al centro del coro del terzo atto.

-I Promessi Sposi

L’origine dell’opera

I promessi sposi si pongono come culmine ad esito della fase d’intensa attività creativa di Manzoni. La stesura iniziò nel 1821 sulla scia suscitata dai romanzi dell’inglese Walter Scott, ma soprattutto dalla poetica del vero, la trama che ne scaturì venne a configurarsi direttamente come romanzo storico, come da sottotitolo definitivo Storia milanese del secolo XVII.

L’opera conobbe una lunga e travagliata revisione, la prima stesura venne intitolata Fermo e Lucia, fu elaborata dal 1821 al 1823, ma fu destinata ad essere messa da parte da Manzoni.
In effetti Fermo e Lucia, dava l’impressione di un’opera che fosse stata creata di getto, dove eventi e situazioni si collocavano alla rinfusa.
Per questo motivo Manzoni dal 1824 al 1826, sottopose l’opera ad una profondissima revisione soprattutto dal punto di vista narrativo: l’intera vicenda venne ad assumere contorni più armoniosi, in cui i personaggi venivano approfonditi e soprattutto caratterizzati psicologicamente.

Così rielaborato, il romanzo venne pubblicato nel 1827, e sul frontespizio recava il titolo di “Gli sposi promessi, per poi divenire definitivamente “I Promessi Sposi”.

La complessa revisione linguistica

Subito dopo la prima uscita a stampa, Manzoni volle correggere la lingua del romanzo: egli stesso ribattezzò tale revisione in “risciacquatura in Arno”, proprio perché venne iniziata durante il soggiorno di Manzoni in Toscana nel 1827. Durante quella permanenza Manzoni si sforzò di cogliere dalla viva voce della popolazione, le parole, le inflessioni, l’ ”uso vivo della lingua toscana”.

Tale operazione proseguì a Milano, sempre più minuziosamente, e durò circa dodici anni. Il risultato fu nel 1840, l’edizione definitiva del romanzo, quella che ancora tutt’oggi leggiamo.

La scelta del romanzo

La scelta del Romanzo, per Manzoni non fu facile, tuttavia egli intuiva che il genere di romanzo da lui adottato poteva offrirgli diversi vantaggi, come, la possibilità di poter approfondire lo studio tra realtà e riflessione morale e in secondo luogo poteva dar vita ad una letteratura popolare, adeguata al nuovo pubblico di ceto medio, che stava nascendo in Italia.

Con Manzoni, il romanzo diviene tutt’altro che un genere disimpegnato. Nell’ambizioso progetto si legano saldamente alcuni elementi di rilievo come:
• Amore per il vero storico, il romanzo si ambiente su uno sfondo rigorosamente ricostruito e perfettamente credibile.
• Esigenze didattiche: il romanzo non è fine a se stesso, ma punta a fornire al pubblico insegnamento morale e spunti di riflessione
• Ispirazione religiosa: perché il punto nodale di questo insegnamento è la presenza di Dio nel profondo delle coscienze
• Infine uno spazio anche al verisimile, cioè a personaggi e vicende non reali ma possibili

Il contenuto dei promessi sposi

Il romanzo in passato fu definito epopea della provvidenza; ma la provvidenza che opera nei Promessi Sposi, non è quella di una divinità capricciosa ed estranea (il fato) che nell’antica tragedia greca tirava le fila della storia umana, come in un teatro di burattini. Il Dio cristiano è una presenza interiore, che si può accettare o rifiutare, scoprire o negare.

Il male trova spiegazione nel principio, il motore di tutto il racconto è che Dio non priva ma i suoi figli della gioia, se non per procuragliene una più certa e più grande. Tale gioia si può cogliere al di là delle apparenze umane del mondo, solo attraverso gli occhi della fede.

Per Manzoni è proprio la fede, il criterio di costante lettura ed interpretazione del reale, cioè di una fede che è contro le possibili degenerazioni rappresentate da Don Abbondio, la monaca di Monza e donna Prassede, che è parola profondamente vissuta attraverso Lucia, e che è fede di un Cristianesimo attivo e presente nella storia attraverso Fra Cristoforo, Cardinale Borromeo e lo stesso innominato dopo la conversione.

Il romanzo del perdono

Alla fine il riscatto è possibile, ma solo se gli individui lo desiderano e agiscono di conseguenza. Nella prima metà del romanzo si assiste ad una graduale perdita delle speranze, il male del mondo impedisce a Renzo e Licia di poter realizzare il loro amore.
Renzo è ricercato per una serie di equivoci e costretto a nascondersi; Lucia, rapita nel luogo dove più avrebbe dovuto essere al sicuro, in un convento ed invece si ritrova preda dell’innominato.

Poco dopo la metà del romanzo la storia cambia, il moto si inverte: “Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia dice Lucia all’innominato” e da qui in poi la vicenda andrà alla risoluzione.
Si assiste ad un graduale aumento del trionfo delle forze del bene; il sopruso esercitato dagli oppressori, si trasforma nella grazia ricevuta proprio da coloro che avevano oppresso.

Il pendono diviene proprio il tema decisivo: rappresentato dal pane del perdono, che Fra Cristoforo aveva ricevuto dalla famiglia dell’uomo che tanti anni fa aveva ucciso durante un duello, gesto di cui Fra Cristoforo si era profondamente pentito. Lo stesso pane darà a Renzo e Lucia dopo che Renzo avrà perdonato don Rodrigo, affinché lo conservino come sacramento della pace familiare.

Lo scenario del Seicento

È molto significativa la scelta del seicento, quale sfondo dell’opera.
Ebbene questo secolo così sciagurato, diviene una sorta di specchio in cui riflettere fatti eventi del presente: difatti la denominazione spagnola, rinvia a quella austriaca, difatti non è un caso che l’opera nasca proprio nel periodo storico, successivi ai vari fallimenti rivoluzionari all’interno di un Italia oppressa e stanca di essere dominata dallo straniero.

Il messaggio morale

Il pubblico a cui si rivolge Manzoni è proprio il ceto medio borghese, a cui affida il compito di costruire una società più giusta ed illuminata, il significato civile dell’opera è che l’uomo deve conquistarsi la propria libertà, ma commette un errore se crede di poterlo fare attraverso le proprie forze, difatti l’uomo lasciato a se stesso è solo capace di costruire un inferno per i propri simili.

Secondo Manzoni, la ragione dopo aver compiuto il suo compito fondamentale, quello di svelare il male storico e di averne individuato le cause e gli individui, il secondo posto spetta la fede in Dio che deve guidare gli uomini alla costruzione di un mondo migliore e più giusto, dunque significato morale e significato civile si incontrano, fondendosi all’interno del romanzo.

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