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Manzoni, Alessandro (1785 – 1873)

Manzoni nasce prima della rivoluzione francese.
Contesto storico: Napoleone (1802-1815) + congresso di Vienna (1815) + Restaurazione + Moti insurrezionali (’33-’34) + 1848: Prima guerra di indipendenza + 1859: Seconda guerra di indipendenza + Anni ’60-’61: plebisciti e unità d’Italia + 1866: Terza guerra di indipendenza + 1870: Presa di Roma.

Vincenzo Cuoco (Napoli) viene condannato all’esilio dopo un’esperienza repubblicana. Va a Milano e fa conoscere a Manzoni Gian Battista Vico, che ha studiato la storia in modo diverso -> questione omerica e popoli (la storia è fatta dalla gente comune).
A Parigi, Manzoni conosce gli ideologi francesi: Claude Fauriel, Thierry, Sophie de Candorcet, la quale ha dato vita ad un salotto letterario.
Manzoni comincia a studiare la cultura francese e a riflettere sulla storia vissuta dai semplici.
Porta con sé tutto l’ardore del neofita. Il padre di Enrichetta, prima moglie di Manzoni, è un pastore calvinista.

Perché Manzoni si converte?
- Rapporto con l’abate Eustachio Degola e il canonico Luigi Tosi, vicini al mondo giansenista.
- La moglie è religiosa.
Poi subentrano i temi della provvidenza e della grazia.

Poetica

Le sue opere sono divise in prima e dopo la conversione.
- Prima: non sono tante. La più importante è il poemetto “Il trionfo della libertà”. Poi scrive un idillio-poemetto chiamato “Adda”, i “Sermoni” (4 satire di carattere moraleggiante) e, nel 1805, “Carme in morte di Carlo Imbonati” (Parini ha dedicato a Imbonati l’ode “L’educazione”).
- Dopo, punti fondamentali:
> Interesse per la storia.
> La ricerca del vero (storico e morale).
> Capacità di analizzare l’animo umano.
> La letteratura deve avere un fine pedagogico, deve insegnare, dev’essere utile (come diceva Parini, diversamente dal fine barocco di evasione).

Quella di Manzoni è un’arte oggettiva realitstica, diversa da quella soggettiva e intimistica di Leopardi.

Testi programmatici:
- “In morte di Carlo Imbonati”
- 1820: “Lettera a signor Chauvet”, scritta in francese, è una risposta a questo critico letterario che aveva criticato “Il conte di Carmagnola”, la sua prima tragedia, perché non rispettava le unità di tempo e luogo al fine di essere più fedele al vero storico e di fare un’analisi del rapporto tra storia e invenzione narrativa.
- 1823: “Lettera sul Romanticismo a Cesare d’Azeglio”. Qui dice che lo scrittore deve avere l’utile per scopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo.

Punti chiave della “Lettera al signor Chauvet sull’unità di tempo e di luogo nella tragedia”
Manzoni difende la sua posizione: se avesse rispettato le unità di tempo e luogo avrebbe falsato il vero.
Fa un’analisi sul rapporto storia-invenzione. Lo storiografo dà il racconto preciso dei fatti storici visti dal di fuori, oggettivamente, il poeta deve completare la storia. Chi vuole fare un’opera letteraria deve raccontare i fatti così come sono stati vissuti dalla gente del tempo.
Riflette sul coro delle tragedie, che non fa più parte dell’azione drammatica e che è uno spazio a sé in cui si interviene direttamente e si esprime la propria opinione. È un “cantuccio”, uno spazietto.
Andando avanti ripudierà ciò che ha scritto nel 1820.

Prima del 1850 (anno di pubblicazione, assieme al dialogo “Dell’invenzione”) scrive un saggio: “Del romanzo storico, e in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione” (1830). Qui si mette a criticare il romanzo, perché vi è troppa mescolanza tra storia e invenzione: è illegittima perché introduce elementi di falsità -> preferisce il lavoro dello storiografo.

Ultime opere: saggi vari, il saggio storico “Saggio comparativo su la rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859” (seconda guerra di indipendenza, ultimo saggio storico scritto da Manzoni), il pamphlet “La storia della colonna infame” (nel 1840 come appendice dei promessi sposi), riflessioni sulla lingua (sulle quali ci ha lasciato 4 testi fondamentali, ma non lunghi saggi).

“Lettera sul romanticismo” (1823)

Cesare d’Azeglio è il consuocero di Manzoni.
Nel sistema romantico individua due parti:
1. Destruens o negativa
2. Costruens o positiva

1. L’imitazione dei classici, il rispetto delle regole aristoteliche, la mitologia (secondo Manzoni è idolatria: è l’unico a pensarla così).
2. Si valorizzano i sentimenti, la natura e una letteratura che deve avere l’utile per scopo (dev’essere una letteratura con funzione pedagogica, secondo un concetto che deriva dall’illuminismo), il vero per soggetto (bisogna rispettare il vero storico e il vero morale, il quale si trova solo nel vangelo) e l’interessante per mezzo (un mezzo letterario che interessi il popolo “alla Berchet”, la borghesia. Il romanzo fa ciò, e lui lo nobilita) = “La poesia e la letteratura in genere debba proporsi l’utile per iscopo” (“popolarità dell’arte” di Giovanni Berchet), “il vero per soggetto” (“Caffè” milanese e “Il conciliatore”) “e l’interessante per mezzo” (no letteratura tradizionale, come imitazione dei classici e mitologia).

Mitologia

- Parini: inserisce la mitologia in opere di attualità per nobilitare il discorso e far leggere le sue opere da persone colte.
- Monti: la mitologia è un’adesione convinta (classicista)
- Foscolo: prima è romantico, poi si rifugia nel mondo perfetto del classicismo e della mitologia.
- Manzoni: la mitologia è idolatria.

Opere dopo la conversione: con l’ardore del neofita, Manzoni compone testi religiosi

- Gli inni sacri (divisi in tre parti: 1. Enunciazione del tema 2. Narrazione dell’episodio centrale 3. Riflessione morale-religiosa sull’attualità del messaggio): avrebbe voluto comporne 12, uno per ogni festa solenne della liturgia cattolica; alla fine ne compone solo 5, poi ne aggiunge uno più avanti e 2 ci sono giunti in frammenti.

- 1812-1815 + 1822: “La resurrezione”, “Il nome di Maria”, “Il Natale”, “La passione” e, nel 1822, la “Pentecoste”.
- Alla morte di Enrichetta scrive “Il Natale del 1833” (Mario Pomilio scrive un romanzo con un titolo ispirato a questo dramma psicologico di Manzoni).
- 1819: “Osservazioni sulla morale cattolica”. Qui difende il cattolicesimo dall’accusa di uno storico ginevrino che sostiene che il papato abbia, con la morale cattolica, represso lo sviluppo dell’Italia. Manzoni dice, invece, che ha favorito la civiltà e la cultura italiana.

1822, “Pentecoste”: la scrive dopo le due tragedie, mentre sta scrivendo il “Fermo e Lucia”.
Il titolo è grecizzante e significa 50° giorno (quello che accadde dopo 50 giorni dalla resurrezione: discesa dello spirito santo che fa nascere la Chiesa).
È divisa in 3 parti:
1. (1-48) Descrive il miracolo dello spirito santo in sé: è un miracolo permanentemente immanente. Inoltre descrive due tipi di Chiesa primitiva:
I - Chiesa degli apostoli timorosi, chiusi nel cenacolo per 50 giorni: è la Chiesa pavida, che non c’è ancora.
II - Dopo i 50 giorni gli apostoli escono, annunciano il vangelo e avviene la palilalia: parlano in aramaico, ma vengono capiti. Questo è l’inizio della Chiesa.
Alcuni critici vedono in questo l’anticipazione di Don Abbondio (I) e del Cardinale Borromeo (II).

2. (49-80) Descrive gli effetti della discesa dello spirito santo -> spirito nuovo che rinnova la terra sulla direzione di libertà, uguaglianza, giustizia (Francesco de Sanctis dice che qui Manzoni mette in luce i principi della rivoluzione francese, presenta il XVIII secolo “battezzato”).
3. (81-145) Preghiera corale perché lo spirito santo continui a scendere sugli uomini.

Scrive 4 odi


- 1814 (caduta di Napoleone)-1815: “Aprile 1814”, il “Proclama di Rimini” (di Gioacchino Murat, governatore del sud Italia: propone di stare uniti e di non sottomettersi agli austriaci).
- 1821, odi patriottiche:
> “Marzo 1821”: si riferisce ai moti fallimentari piemontesi e lombardi contro gli austriaci per chiedere più libertà politica (sembra che Carlo Alberto stia per passare il Ticino e aiutare i longobardi). Immagina che questi patrioti si siano già riuniti al di là del Ticino e abbiano giurato fedeltà per formare un’Italia unita (libertà dello straniero + unità d’Italia). L’ode è preceduta da una dedica ad un poeta soldato (come Goffredo Mameli) tedesco, Theodor Koerner, che muore nella battaglia di Lipsia contro Napoleone (secondo Manzoni! In realtà muore a Gadebusch). È il simbolo di chi combatte per la libertà contro la dominazione straniera. La pubblicherà nel 1848 (5 giornate di Milano) aggiungendovi forse l’ultima strofa.
> “Il 5 Maggio” è la data della morte di Napoleone, notizia giunta in Italia solo il 17 Luglio. Manzoni dice che la storia è dominata dai grandi uomini, quindi Napoleone è il vero protagonista. Lo descrive secondo due prospettive:
I - Storico-politica: parla della vertiginosa ascesa di Napoleone, di cui vede l’orma di Dio, la sua altrettanto rapida caduta. Non esprime un giudizio, non lo esalta né denigra mai. Ora che è morto, ne canta la grandezza. Questa prospettiva risulta fallimentare.
II - Storico-teologica: la sua vera grandezza, ora, emerge dal fatto che si inginocchia davanti al disonor del Golgota, dinnanzi ad una croce, avvicinandosi alla fede, e questo è più importante. Sul piano della fede ha maturato un’apertura verso l’eterno.

Emerge ancora il pessimismo cristiano di Manzoni: tutta la storia dell’uomo è il prodotto del peccato originale, della caduta dell’uomo. Non si può essere riscattati con la sola legge umana. Chi agisce nella storia non può che fare del male. L’unica salvezza è la grazia di Dio (interpretazione giansenistica del cristianesimo). Questo pessimismo (storia come realizzazione di un fine ultraterreno) ci sarà anche nell’“Adelchi” (il dolore di Ermengarda è sentito come “provvida Sventura”, cioè come dolore permesso da Dio per purificare da ogni colpa chi lo accetta in vista di un premio di salvezza che per ora è proiettato nella dimensione ultraterrena). Poi, nei “Promessi sposi”, emergerà anche il tema della provvidenza.

Tragedie

- 1820: “Il Conte di Carmagnola” (prefazione: opposizione al modello classicista e alle sue regole), racconta le vicende di Francesco Bartolomeo Bussone, capitano di ventura del ’400, al servizio prima dei milanesi (ingratitudine di Filippo Maria Visconti), poi dei veneziani. Muore nel 1427. Viene accusato di tradimento dai veneziani (troppo clemente con i vinti). Manzoni vuole dimostrare la sua innocenza. Scatena, inoltre, una polemica letteraria, perché ambienta le scene in spazi (luogo, tempo e azione, la quale è ancora valida per organicità) e tempi diversi -> lettera a Chauvet, studioso di teatro che lo critica per questo. L’argomento è quello della guerra tra la Repubblica di Venezia e il ducato di Milano e il tema è il conflitto romantico tra: reale e ideale, ragion di stato e coscienza individuale, società ingiusta e nobiltà d’animo del protagonista.
- 1822: “Adelchi”, ambientata nell’VIII secolo. VI – VII – VIII: potere ai longobardi, con capitale Pavia, che regnarono fino al 774, quando il loro re Desiderio fu sconfitto da Carlo Magno, re dei franchi.
Scritti manzoniani relativi all’“Adelchi”:
> “Notizie storiche”, la premessa alla tragedia vera e propria.
> Mini saggio “Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia”. Qui dice che ad un certo punto i longobardi opprimevano tanto gli italici, che il papa, sentendosi schiacciato da ogni parte, chiese aiuto a Carlo Magno per sconfiggerli. Manzoni confuta una tesi contraria sostenuta già da Machiavelli che sosteneva che il papa, chiamando i franchi, interruppe il processo di fusione tra longobardi e italici.
In un altro testo presenta due tipologie di personaggi: quelli che compiono il male nella storia (oppressori / potenti) e quelli che subiscono le oppressioni (oppressi / umili); ci sono alcuni uomini che per nascita appartengono alla categoria degli oppressori, ma non vorrebbero far del male, quindi subiscono come gli oppressi: provvidenzialmente si riscattano passando dalla parte degli oppressi (es. Adelchi).

Adelchi è il figlio di Desiderio; egli non vorrebbe la guerra contro Carlo Magno, perché aspira a grandi valori. La sua morte in battaglia è un falso storico, perché in realtà riuscì a fuggire a Verona. Nel suo animo vive la tragedia di aspirare a nobili cose, ma di essere costretto a farne di inique. Adelchi vive un dramma tipicamente romantico: contrasto tra ideale e reale.
Guido Baldi dice che Adelchi ha le sue radici negli eroi alfieriani e negli eroi tragici (come Jacopo Ortis): a differenza di questi, non compie qualcosa di titanico, ma è più vicino al vittimismo.
Giovanni Getto l’ha definito “l’eroe dell’inazione”: sceglie di non agire nella storia, altrimenti compirebbe del male.

La sorella Ermengarda, prima mandata in sposa a Carlo, viene subito ripudiata. Il padre non la vuole neanche vedere, mentre Adelchi le va incontro e la ospita in un monastero dove la superiora è un’altra sorella. Il suo dramma è il non riuscire a dimenticare l’amore per Carlo, finché questo la porterà alla morte. Verso la fine subisce un altro dramma, che le provoca il delirio finale: la sorella le dice di non sperare, anche perché Carlo ha sposato un’altra donna. La salvezza sarà nell’aldilà.

Personaggi negativi sono Desiderio e i duchi che gli stanno attorno.
Carlo Magno, invece, è anche il campion di Dio: fa del male perché gliel’ha chiesto il papa, quindi agisce per un fine positivo. È uno strumento della provvidenza di Dio per trasformare il male in bene. Si parla di accettazione condizionata della storia: la sua azione serve per mitigare un male.

I Promessi Sposi

Nel 1821 (anno delle odi, delle tragedie e della “Pentecoste”) Manzoni inizia a scrivere il suo romanzo, causando una grande rottura nella tradizione letteraria italiana (“Ultime lettere di Jacopo Ortis” era un romanzo epistolare, mentre questo è storico, sull’esempio dell’“Ivanhoe” di Walter Scott).
Il romanzo era considerato un genere molto inferiore per pregiudizi retorici (essendo un genere nuovo non aveva regole) e moralistici (poteva eccitare la fantasia di lettori sprovveduti come le donne) -> la causa di questo sentimento è il clima stagnante della cultura italiana, ancora attaccato alla tradizione classicista.
Il romanzo era nato nel 1700 in Inghilterra, con l’Illuminismo e l’epoca borghese (in Italia, all’epoca, mancava), la quale ne fruisce. In Italia non c’era una tradizione romanzesca, perché mancava una base sociale interessata al romanzo (vedi questione di Berchet!).

Manzoni scrive una prima introduzione al Fermo: è necessario “liberare la letteratura italiana dalla gloria negativa di non avere romanzi” -> Bisogno di svecchiamento della letteratura italiana.
Scrive un romanzo anche per altri motivi:
- Essendo un genere nuovo, permette di esprimersi liberamente, senza seguire regole codificate dalla tradizione.
- Può fargli rappresentare il “vero storico” (e morale).
- Può rivolgersi ad un pubblico il più ampio possibile (e dar voce alla gente comune).
- Può trasmettere idee, massime, principi morali e può intervenire ogni qualvolta gli sembra opportuno raggiungere la funzione educativo-pedagogica della letteratura.

Più avanti (anni ’50) dirà che il romanzo storico gli permette di raccontare costumi e opinioni della gente, però non ci crede più, perché in qualche modo si mente sempre.

1821-1823: scrive il “Fermo e Lucia” (37 capitoli in 4 tomi), del tutto diverso dai “Promessi sposi” (struttura unitaria in 38 capitoli):
- Ha una maggiore impronta saggistica e più funzione pedagogica (con conseguente disomogeneità).
- I personaggi sono caratterizzati da antitesi manichee (sono buoni o cattivi), sono monocordi (Lucia è buona e perfetta anche ne “I promessi sposi”; Don Rodrigo è un eroe del male, è cattivo fino alla fine e come un demone fugge dal lazzaretto su un cavallo imbizzarrito per poi stramazzare sui cadaveri appestati = il cattivo è punito impietosamente dalla giustizia divina, mentre ne “I promessi sposi” ottiene il perdono di Renzo per misericordia divina; l’Innominato è qui chiamato conte del sagrato, perché aveva ucciso un uomo sul sagrato di una chiesa: calca le tinte = nei Promessi Sposi è un uomo di eccezionale superiorità spirituale, avvolto in un alone eroico e leggendario). Nei Promessi Sposi c’è più attenzione alla psicologia dei personaggi.
- Sono più frequenti gli effetti romanzeschi, i contrasti forti tra vizi e virtù (tipico del romanzo nero-gotico).
- La figura di Gertrude (prima Geltrude) occupa ben 6 capitoli, formando un romanzo nel romanzo (ne “I promessi sposi” i capitoli a lei dedicati sono 2). Nei Promessi Sposi attenua i toni troppo crudi, elimina le situazioni ritenute scabrose, rende più sottile l’analisi psicologica.
- La lingua è ibrida: italiano toscano fiorentino, francesismi, termini milanesi.

Al 1827 risale un’altra stesura. Scrive in 13 anni il suo romanzo (“Gli sposi promessi” -> “I promessi sposi”) in un’altra lingua: fase fiorentino-milanese, ossia il fiorentino parlato dalle persone colte della Firenze del suo tempo = tradizione italiana + parole più moderne -> lingua di comunicazione. Per farlo consulta il Vocabolario della Crusca, un vocabolario francese-italiano per eliminare i francesismi, uno dialettale milanese redatto da Francesco Cherubini.
Contenuto: aggiunge
1. La notte di tormenti che Renzo passa sull’Adda (XVII).
2. la descrizione della vigna di Renzo (XXXIII): dopo la peste, Renzo torna al suo paese e trova la sua vigna invasa da ogni tipo di erbaccia, quindi Manzoni fa una descrizione di tutte le erbe infestanti -> bravura linguistica (linguaggio settoriale in italiano) + parola chiave “guazzabuglio”, usata anche in relazione al cuore umano -> la natura e l’uomo abbandonati a se stessi diventano dei “guazzabugli”.
3. L’ultima grande aggiunta (XXXVII) è un evento della fine di Agosto, ossia un temporale che spazza via la pestilenza.

Scrive, quindi, il romanzo storico per nobilitarlo.
Sceglie il 1600 perché vi vede un parallelismo con il 1800.
1600: processo di rifeudalizzazione e i signorotti locali spadroneggiavano + tasse altissime (pressione fiscale) + sperequazione sociale + viene prodotto solo ciò che serve ai dominatori spagnoli.
1800: il Lombardo-Veneto passa nelle mani degli austriaci.

Letture importanti che ha fatto Manzoni:
1. “Storia patria” di Giuseppe Ripamonti, 1600.
2. “Economia e statistica” (“Sul commercio de’ commestibili e caro prezzo del vitto”) di Melchiorre Gioia.
3. “Ragguaglio sulla peste” di Tadino.

Ipotesi Giovanni Getto, nel suo saggio “Echi di un romanzo barocco”: crede che Manzoni abbia letto anche il romanzo di uno scrittore del Veneto del 1600, Pace Pasini, “Historia del cavalier perduto”, in dialetto veneto con personaggi che anticipano quelli manzoniani.
Trama: Luciana è amata da Druso, ma viene fatta rapire su una barca dal nemico di Druso, Strappacuori.

Inoltre Manzoni studia le grida, ossia le leggi spagnole in vigore in Italia a quell’epoca, che ufficialmente difendono la giustizia, ma nessuno le applica e vengono stravolte (sono descritte nel II capitolo). Es. Una viene letta a Renzo nel capitolo III dall’avvocato. Può un parroco rifiutarsi di celebrare un matrimonio? Inizialmente l’avvocato lo aiuta, ma quando scopre che è lui la vittima, lo caccia via.

Parti storiche del romanzo

- Realtà storica del 1600: grida + guerra locale: successione al Ducato di Mantova, che ha un suo possedimento a Casale Monferrato = ci sono due pretendenti: Carlo Gonzaga, duca di Nevers (sostenuto dalla Francia) e Ferrante Gonzaga, principe di Guastalla (sostenuto dalla Spagna). La Spagna, però, sostiene anche Carlo Emanuele I di Savoia (solo per il Monferrato), figlio di Emanuele Filiberto. Nel 1578 la capitale viene spostata a Torino. Entra in causa anche l’imperatore del Sacro Romano Impero, Ferdinando II d’Asburgo, dalla parte della Spagna. Da qui provengono i lanzichenecchi (non quelli del 1567, sacco di Roma), di religione protestante luterana che insozzano la canonica di Don Abbondio. La guerra sarà vinta dalla Francia. Nel capitolo V Manzoni presenta la guerra attraverso la voce dei commensali della corte di Don Rodrigo, con un espediente narrativo.
- La carestia è dovuta al malgoverno spagnolo. Don Gonzalo Fernandez de Cordova è il governatore di Milano, che lascia la città per partecipare più da vicino alla guerra e si trasferisce a Mantova. Ferrer fa le sue veci. Nel Novembre del 1628 a Milano scoppia il tumulto di San Martino: Ferrer abbassa il prezzo del pane (la meta) per soddisfare il popolo -> insorgono i fornai -> Ferrer rialza il prezzo del pane -> tumulto del popolo che assale il forno delle Grucce e che insorge proprio quando Renzo (IX – X) arriva a Milano. Intanto il popolo se la prende con il vicario di Provvisione e assale la sua casa. Interviene allora Ferrer, che promette al popolo che lo imprigionerà e viene applaudito; in realtà lo porta in salvo. Il popolo di città diventa cattivo, crudele e violento se viene lasciato a se stesso, sostiene Manzoni. Poi c’è un tale, il vecchio Malvissuto, che vuole addirittura crocifiggere il vicario, e Renzo arriva proprio in quel momento. Con questa immagine, Manzoni vuol far capire che Renzo appartiene al popolo, sì, ma a quello di campagna, con un sistema di valori portato alla perfezione da Lucia, non a quello di città, crudele, violento e irrazionale, che ha bisogno come guida la Chiesa cattolica e i suoi personaggi illuminati (cardinale Federigo Borromeo). Manzoni è un populista liberale, moderato, cattolico (diverso dal populismo russo).

La religione: Manzoni inserisce 4 personaggi religiosi, 2 appartenenti alle classi medio-basse, due a quelle alte.
- Chiesa paurosa:
>Bbassa = Don Abbondio
> Alta = Monaca di Monza (della monacazione forzata se ne occuperà Verga in “Storia di una capinera”).
- Chiesa autentica:
> Bassa = Fra Cristoforo
> Alta = Federigo Borromeo (conosce greco, latino ed ebraico, e scrive più di 100 libri; fonda la biblioteca ambrosiana; organizza un’azione di soccorso razionale per combattere la peste).

- Cultura: c’è un vuoto culturale = colloca tra i colti Don Ferrante e sua moglie donna Prassede (alta borghesia). Ferrante si vanta di avere una certa cultura, ma sa tutto solo sulla cavalleria e non sulle altre cose, inoltre crede che la peste sia dovuta agli influssi astrali (poi muore di peste).
- La peste, portata da un soldato milanese. Manzoni è troppo razionalista per credere che sia una punizione divina, ma è troppo credente per non vedere comunque un intervento di Dio. Non esprime il suo giudizio a riguardo, ma descrive la peste come una “funesta mutazione di cose”, che causa cose inaudite: i bravi vanno in giro a chiedere l’elemosina, i nobili girano per le strade non più con le cappe (mantelli), ma con i farsetti (uno scandalo causato dalla peste viene individuato da Boccaccio nel fatto che le donne si facevano curare dagli uomini).
Renzo, dopo aver visto la sua vigna distrutta, incontra un amico, Tonio il furbo, che, a causa della peste, è stato come trasformato in sciocco come il fratello Gervaso. Manzoni mette il giudizio sulla peste in bocca ai personaggi:
> Fra Cristoforo = “Può essere castigo, può essere misericordia?”
> Don Abbondio = “La peste è stata una scopa”.
Oltre a ciò, non ci sono altri giudizi. Poi fa una differenza su come uomini diversi affrontano la peste:
> Potenti: l’autorità politica se ne lava le mani, l’autorità sanitaria con Tadino e Ludovico Settala tenta di trovare inutili soluzioni (Ludovico ha vissuto la peste di San Carlo del 1576, quindi conosce la peste, dà consigli su come combatterla, ma la gente lo prende a sassate come se fosse un uccello del malaugurio), l’autorità religiosa agisce mettendo in atto un’azione di soccorso. > Umili: vittime della peste (es. madre di Cecilia) + monatti (si danno allo sciacallaggio).
> Untori: il popolo vuole linciare questi ipotetici “spargitori” di peste, e in particolare dei francesi che si vogliono sedere su una panchina e la spolverano, gente che si appoggia al muro, Renzo che bussa alla porta…

Nell’edizione del ’40, Manzoni pubblica un pamphlet come appendice, un saggio storico (pamphlet giudiziario) su un processo avvenuto nell’Agosto del 1630, intentato contro gli untori Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, che vengono condannati alla tortura e alla morte. Con ciò si vuole dimostrare la cattiveria dei giudici, consapevoli della verità, dell’inazione dei governi, del bisogno del popolo di scaricare la colpa su qualcuno: “Storia della colonna infame” (racconto saggistico), con il termine colonna che è polivalente, perché da un lato indica la colonna definita appunto infame (distrutta attorno alla metà del 1700), sorta sui resti delle loro case rase al suolo (eretta per ordine dei giudici allo scopo di perpetuare presso i posteri il ricordo dei gravissimi infamanti reati criminosi degli imputati), dall’altro si riferisce al fatto che essa sorse per l’infamia dei giudici.

Studio di Giorgio Luckacs, ungherese: confronto tra Walter Scott (“Ivanhoe”: Inghilterra delle crociate di Riccardo I e dei contrasti sociali tra sassoni e i dominatori normanni) e Manzoni -> Manzoni è più bravo perché si serve di un’ambientazione di due anni per raccontare la storia, mentre Walter Scott scrive la storia raccontando e riferendosi a numerosi avvenimenti diversi.

Gli ultimi scritti manzoniani non sono più narrativi: si dedica a riflessioni storiche e linguistiche.

Riflessioni storiche

- “Storia della colonna infame”, dove cita spesso Pietro Verri (autore di “Osservazioni sulla tortura”)
- Saggio comparativo tra la rivoluzione napoletana del ’59 e quella francese
- Dialogo saggistico “Sull’invenzione”, che afferma il contrario di ciò che aveva detto nella lettera a Chauvet

Riflessioni linguistiche

- “Sentir messa”, dove riflette sull’uso della lingua italiana e sulla differenza tra “sentir” e “udir” messa
- “Lettera a Giacinto Carena sulla lingua italiana”
- “Saggio sul vocabolario italiano secondo l’uso di Firenze”, scritto con Gino Capponi
- 1868, relazione al ministro dell’istruzione Broglio, “Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla”

Pensiero manzoniano

- Illuminismo:
> Condivide: Materialismo e meccanicismo; Importanza della ragione
> Non condivide: Idea di progresso; Utilità sociale dell’arte
- Neoclassicismo:
> Condivide: Difesa della poesia degli antichi; Rifiuto della letteratura nordica
> Non condivide: Poetica dell’immaginazione; Abuso della mitologia
- Romanticismo:
> Condivide: Opposizione romantica al principio di imitazione; Esaltazione dell’io e il titanismo; La concezione della vita come dolore
> Non condivide: Idealismo e spiritualismo; Religiosità; Amore per il vero; Poesia narrativa dei romantici lombardi

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