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La letteratura italiana moderna comincia, nell'ambito della narrativa , con Manzoni. Infatti, quel processo di rinnovamento della forma e di progressivo riavvicinamento alla realtà, che era già percepibile in Goldoni e nel Parini del Giorno e delle odi civili, conosce con Manzoni una accelerazione tale da assumere il valore di una svolta. Finalmente viene liquidata quella lunga resistenza delle istituzioni retoriche linguistiche, che aveva segnato l'estraneità sociale del letterato italiano dall'età del Manierismo all'epoca dei lumi. A partire da Manzoni la prosa narrativa italiana esce dalla retorica del "boccaccismo" e si adegua al movimento del pensiero e della realtà moderna. Di qui l'importanza dei Promessi sposi : quest'opera segna non solo la nascita nel nostro paese del romanzo ma il ritorno della letteratura italiana in Europa dopo una crisi durata per più di due secoli. Tutto ciò poté accadere grazie alla confluenza in Manzoni di diversi filoni culturali : anzitutto quello dell'illuminismo lombardo di Parini e soprattutto di Cesare Beccaria e di Pietro Verri,che con il Caffè e con i loro saggi avevano già operato nella direzione di avvicinare l'intellettuale alla società; poi quello del Romanticismo con la sua attenzione per la sottrar nazionale, il suo sentimento popolare e con i suoi ideali religiosi cristiani. In conclusione, senza Manzoni non ci sarebbe stata la storia del romanzo in Italia.

Vita

Alessandro Manzoni nasce a Milano nel 1785 e possiamo dire come il suo legame con la tradizione dell'illuminismo lombardo non è solo culturale,ma di sangue. Infatti, da parte di madre(Giulia Beccaria),egli era nipote di Cesare Beccaria, l'autore di Dei delitti e delle penne. Quanto al padre,si indica Giovanni Verri, fratello del fondatore del Caffè, Pietro. Il matrimonio tra i due durò però pochissimo e si concluse con la separazione e Giulia andò a risieder prima a Londra poi a Parigi, convivendo con Carlo Imbonati. Dopo un'infanzia e un'adolescenza trascorsa in diversi collegi, Alessandro visse nella casa paterna, mostrando un atteggiamento sempre più insofferente nei confronti del padre che gli imponeva un'educazione retriva e repressiva. Un momento di svolta si ebbe nel 1805, quando Manzoni andò a Parigi presso la madre,alla morte di Carlo Imbonati. Scrive dunque il componimento più interessante della giovinezza, In morte di Carlo Imbonati, in cui mostra chiaramente di voler riprendere e continuare la lezione di Parini e dell'illuminismo lombardo. I 5 anni trascorsi a Parigi sono decisivi per la sua formazione culturale anche in relazione all'amicizia con Fauriel, che fu per Manzoni un tramite prezioso che agevolò nella sua formazione un passaggio naturale,senza rotture, dall'Illuminismo al Romanticismo. L'anno che segna una svolta decisiva è quello del 1810 in cui abbiamo una conversione religiosa di Manzoni e il suo ritorno a Milano ed ,infatti,egli scrisse gli Inni sacri : ebbe così inizio un periodo di intensissima attività letteraria.

In questo periodo nascono le due tragedie Il conte di Carmagnola e l'Adelchi, due odi entrambe del 1821 (Marzo 1821 & il 5 maggio), il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica, la lettera a Monsieur Chauvet e la lettera a D'azeglio sul Romanticismo e varie stesure dell'Inno sacro La Pentecoste. Fra il 1821 e il 1823 scrive la prima redazione dei Promessi sposi, che si è soliti intitolare come il Fermo&Lucia che solo dopo la lavorazione della seconda redazione del romanzo nel '27,prende il nome "I Promessi sposi" : tutte questi componimenti fanno parte della redazione ventisettana. Con la pubblicazione dei Promessi sposi nel 1827, si può dire concluso il periodo creativo di Manzoni. Lo scrittore assunse infatti un atteggiamento di distacco verso la formula stessa del romanzo storico, che gli aveva consentito di scrivere il suo capolavoro. Egli tendeva sempre di più a rifiutare la poesia, considerandola falsità di contro al verso storico e morale. Morì a Milano nel 1873.

Dopo la conversione del 1810 : la concezione della storia e della letteratura

La conversione fu per Manzoni un fatto totalizzante che investì a fondo tutti gli aspetti della sua personalità. Ne sono una prova eloquente le Osservazioni sulla morale cattolica scritte per controbattere le tesi esposte dallo storico De Sismondi nella Storia delle repubbliche italiane nel Medio Evo , e cioè che la morale cattolica era stata la radice della corruzione del costume italiano. Dalle argomentazioni di Manzoni traspare una fiducia assoluta nella religione come fonte di tutto ciò che è buono e vero, come punto di riferimento per ogni tipo di scelta,nel campo morale,politico,intellettuale. E' inevitabile perciò che la svolta interiore segnata dalla convezione, giochi un ruolo egemonico e determinante nella svolta letteraria del Manzoni. L'approdo al cristianesimo è lo sbocco di un processo che aveva messo in crisi non solo scelte esistenziali,ma anche orientamenti ideologici e culturali : ciò può essere verificato nella concezione della storia. Infatti, la lunga tradizione del classicismo aveva visto nel mondo romano l'antecedente diretto della cultura moderna e vi aveva scorto un modello supremo di civiltà. Ma l'adozione del Manzoni di una prospettiva cristiana, muta l'atteggiamento nei confronti del modello storico proposto dal classicismo : infatti, i Romani furono un popolo violento e feroce. Per contro, nasce in lui un nuovo interesse per il Medio Evo cristiano, visto come la vera matrice della civiltà moderna : da questo ripudio della visione classica scaturisce, dunque, il rifiuto della concezione eroica ed aristocratica che celebra solo i grandi,i vincitori per lasciare spazio ad un interesse per i vinti,gli umili e per le masse. La nuova ottica cristiana influenza profondamente anche la concezione manzoniana della letteratura. Diviene centrale per Manzoni una visione tragica del reale che non tollera più l'idillica serenità classica : nasce il bisogno di una letteratura che guardi al vero della concezione storia dell'uomo,al di là di ogni finzione evasiva e di ogni convenzione artificiosa. Da qui, deriva il rifiuto del formalismo retorico e l'utilizzo di una lingua vicina a quella realmente parlata dai ceti colti,non più una lingua letteraria e classicheggiante e che ha come fine non un ozioso diletto ma l'utile,nel campo morale e civile,attraverso l'utilizzo dell'interessante. Inoltre,se prima i destinatario era formato da un pubblico ristretto di persone colte, ora è , invece, la moltitudine di coloro che sanno leggere.

In morte di Carlo Imbonati ---> Il carme è una sorta di dialogo morale con Imbonati. Questi aveva avuto come precettore Parini (il quale gli aveva dedicato l'ode l'Educazione) e professava di continuare l'impegno morale. Diventa così per il giovane poeta un maestro di vita e di letteratura non molto diverso da Parini. Nel carme Manzoni accetta l'impostazione severamente stoica di Imbonati, calandovi però un'aggressività satirica in cui gioca l'influenza di Orazio,Alfieri e soprattutto di Parini.

In bocca a Imbonati, che appare al giovane poeta in una visione notturna, Manzoni pone anche i termini essenziali della propria poetica e della propria vita morale, impiantata sul vero.
Inni sacri ---> La prima opera scritta dopo la conversione, fornisce subito l'esempio concreto di una nuova poesia,prima ancora che scoppi la polemica tra innovatori romantici e conservatori classicisti. Per capire il valore di rottura di questi inni, basta pensare a qual era, in quegli anni, il modello poetico dominante : quello consacrato da Monti e da Foscolo, fondato sul culto del mondo antico,delle sue forme e del suo linguaggio,e sull'adozione della mitologica classica come argomento per eccellenza. Manzoni rifiuta tutto questo. Ponendosi dal punto di vista della comunità dei fedeli,egli può tendere ad una poesia che non sia più espressione dell'io e che non si rivolga più a pochi capaci di intendere i riferimenti mitologici cari alla poesia classicistica. I miti della fede cattolica possono infatti costituire una sorta di epica collettiva. Così da un lato l'autore può esprimere il suo entusiasmo religioso,dall'altro può restare lontano da ogni lirismo soggettivistico e radicarsi nella cultura del popolo cristiano limitandosi a fornirle una voce oggettiva. La religione non è cantata nel suo mistero ma come storia umana e divina,in cui l'elemento corporale e la determinazione storica non sono mai dimenticati.Egli ricorre a metri dal ritmo agile e popolareggiante( settenari,ottonari etc), versi dal ritmo incalzante che rendono il senso di fervore e di tripudio delle masse dei fedeli ; anche il linguaggio si libera dalle forme auliche del classicismo.
La Pentecoste è l'ultimo degli inni sacri, in cui si parla della festa liturgica che celebra la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli il cinquantesimo giorno dopo la risurrezione di Cristo.
Discorso sopra alcuni punti della storia longobarda in Italia ---> Nel discorso Manzoni sperimenta per la prima volta un tono discorsivo alto ma chiaro, in un linguaggio moderno , privo di aulicità e di appesantimenti accademici. Anche in quest'opera è evidente la matrice illuministica nella confutazione degli errori e nella critica serrata alla cattiva storiografia. La vecchia storiografia si è esclusivamente interessata dei potenti, del potere della ragion di Stato, non delle masse che hanno solo subito gli effetti dell'azione dei grandi personaggi. Se viceversa consideriamo la storia dal punto di vista del popolo, è possibile rivalutare l'operato del Papato e della Chiesa e respingere l'ipotesi di quegli storici che giudicano positivamente il dominio dei Longobardi e il tentativo di integrazione con i dominati che essi avrebbero promosso.
La lettera a Chauvet ---> E' una risposta di Manzoni alla recensione dello scrittore Chauvet sul Conte di Carmagnola,in cui Manzoni veniva criticato per il mancato rispetto dell'unità di tempo e di luogo. Manzoni vi riprende e sviluppa in modo nuovo, alcuni argomenti già svolti nella prefazione al Conte di Carmagnola. Sostiene anzitutto che l'unità d'azione è indipendente dalle altre due unità : il poeta tragico cerca di cogliere tra gli avvertimenti i rapporti di causa ed effetto che danno coerenza e unità all'azione,ma,quando si ispira alla storia, non può limitarsi a un solo luogo e a 24 ore di tempo. In campo tragico, Manzoni indica come massimo esempio a cui rifarsi quello di Shakespeare. In secondo luogo,Manzoni passa a considerare il rapporto fra storia e invenzione sia nel dramma che nel romanzo storico. Lo scrittore non deve inventare ma attenersi ai fatti che sono accaduti e poi ricostruire quegli aspetti della storia che restano fuori dal lavoro storiografico,e cioè i sentimenti,le sofferenze, e le passioni che a questi si accompagnano : dunque,la letteratura integra e completa la storia.
Lettera sul romanticismo ---> Scritta al marchese Carlo D'Azeglio, il quale giudicava superate le ragioni del Romanticismo. Manzoni prende le difese di questo movimento almeno nelle forme che esso aveva assunto in Lombardia. Così dicendo, Manzoni si mostra consapevole delle diverse varietà del Romanticismo e implicitamente prende le distanze da quelle più irrazionali diffuse in Germania e in Inghilterra,optando per quelle più ragionevoli del romanticismo lombardo. Critica poi le posizioni del Neoclassicismo respingendone i tre punti fondamentali : 1) l'uso della mitologia, assurda e falsa oltre che contraria alla morale religiosa 2) il concetto di imitazione e di rispetto delle regole classiche 3)la fede in un ideale immobile di bellezza strato alla storia. Passando alle proposte positive del Romanticismo, gli sembra che esse possano riassumersi nella formula "l'utile per issopo,il vero per soggetto e l'interessante per mezzo".

Il problema della tragedia all'inizio dell'Ottocento : Il conte di Carmagnola e l'Adelchi

Alla fine del 700 e all'inizio dell'800, sia in Francia che in Italia, il genere drammatico si ispirava ai principi classici,coerentemente con la poetica dominante del Neoclassicismo. Negli stessi anni invece la situazione era già cambiata in Germania, dapprima con lo Sturm und Drang, poi con il movimento romantico. In questo paese si prendeva a modello Shakespeare che non rispetta le tre unità aristoteliche e Schlegel che teorizzava un nuovo tipo di dramma,conosciuto da Manzoni attraverso una traduzione francese. Infatti, Manzoni esprime nella prefazione al Conte di Carmagnola, di rifarsi appunto a Schlegel per legittimare sia il mancato rispetto dell'unità di tempo e di luogo,sia l'introduzione della novità del coro come "cantuccio" riservato all'autore e al suo commento lirico e morale sulla vicenda. Manzoni tuttavia doveva affrontare anche un altro problema,quello del linguaggio. La tragedia italiana,anche negli esempi più vicini di Alfieri, impiegava un linguaggio letterario e aulico,lontanissimo da quello dell'uso. Ciò contrastava la poetica realistica del vero storico. In questo campo Manzoni non poteva rifarsi ai modelli stranieri e doveva inventare dal nulla un nuovo linguaggio. Adottò anche lui l'endecasillabo sciolto, ma cercò di piegarlo a uno stile realistico e prosastico
Il Conte di Carmagnola ---> Questa tragedia si incentra sulla figura di un capitano di ventura del 400, Francesco Bussone : al servizio del Duca di Milano ottiene molte vittorie e giunge addirittura a sposare la figlia ; passa poi al servizio di Venezia, assicurandole una clamorosa vittoria su Milano nella battaglia di Maclodio. Ma, sospettato di tradimento dai Veneziani per la sua clemenza verso i prigionieri, viene attirato a Venezia con un falso pretesto,incarcerato e condannato a morte. Come si vede, il protagonista è un personaggio storico, come la moglie e la figlia. Nella tragedia vi sono anche personaggi "ideali" come li chiama Manzoni stesso, cioè inventati : fra questi, il più importante è un senatore veneziano, Marco, amico di Carmagnola, ma costretto per ragioni di Stato a tradirlo. Il protagonista è un uomo di potere che intenderebbe rispettare il codice militare e quello morale e vorrebbe essere giusto e probo in un mondo politico dominato dalla corruzione e dall'ipocrisia. Il conflitto drammatico che interessa Manzoni, oppone il giusto alla società ingiusta, la quale lo isola e finisce per ridurlo al ruolo di vittima : è insomma il conflitto fra ideale e reale. Un altro tema dell'opera è la condanna delle lotte fratricide fra Italiani che possono solo favorire l'ingerenza straniere nel nostro paese. Questo motivo politico e risorgimentale non emerge con nettezza dalla rappresentazione scenica ed è espresso chiaramente solo nel coro della battaglia di Maclodio. Leggendo il conte di Carmagnola, si ha l'impressione di una difficoltà complessiva da parte del Manzoni, a calare l'ideale nel reale e ,infatti, il conflitto tra i due termini non ha soluzione se non nella morte.
Adelchi ---> La tragedia mette in scena il crollo del regno longobardo in Italia nel'VIII secolo, sotto l'urto dei Franchi di Carlo Magno. Il personaggio di Adelchi risulta essere molto più moderno di Carmagnola. A differenza di questo personaggio,egli vive in sé una doppia contraddizione tragica : quella, tutta interiore, che oppone il suo desiderio di gloria e di magnanimità alle possibilità reali della situazione in cui si trova ad agire ; e quella sociale, dovuta al suo ruolo pubblico, di essere figlio di un re oppressore, associato con lui nel trono e nel potere. Da questo punto di vista ritorna il conflitto fra interessi dello Stato e principi della morale. Ermengarda e Adelchi sono i due protagonisti. Entrambi sono personaggi romantici, malinconici, divisi fra sogno e realtà,fra sentimento e dovere : Ermengarda si trova fra la forza empia che ancora la lega al marito e l'attesa di una morale cristiana ; Adelichi fra le aspirazioni alla gloria,alla magnanimità e le necessità impostegli dal padre e dagli obblighi di re. Si tratta di una coppia speculare come lo è quella dei due re, Desiderio e Carlo Magno, contrapposti ma in realtà simili , dato che parlano entrami il linguaggio del potere e dell'autorità regale.
Coro dell'Atto III : Vigoroso appello al popolo italiano a non fidarsi dell'aiuto dello straniero e a prendere in mano il proprio destino
I promessi sposi

Introduzione

I promessi sposi sono l'opera che possiede la più forte carica innovatrice nei confronti della tradizione letteraria italiana. Già di per sé scegliere il genere "romanzo" come strumento di espressione letteraria è una decisione coraggiosa,di rottura,dati i pregiudizi retorici e moralistici che gravavano su questo genere nell'Italia del 1821. Manzoni trova nel romanzo lo strumento ideale per tradurre in atto i principi che ispiravano la battaglia romantica per un rinnovamento della cultura italiana in senso moderno,borghese ed europeo. In primo luogo il romanzo risponde perfettamente alla poetica del vero,dell'interessante e dell'utile, in cui Manzoni sintetizza l'essenza dei principi romantici : consente di rappresentare la realtà senza le astrazioni e gli artifici convenzionali propri della letteratura classicistica,aristocratica e di corte ; si rivolge non solo alla casta chiusa dei letterati, ma a un più vasto pubblico, perché, attraverso la forma narrativa e un linguaggio accessibile, suscita facilmente interesse del lettore comune. In generale,il romanzo risponde alle esigenze dell'impegno civile dello scrittore e fornisce il mezzo per comunicare al lettore le notizie storiche,ideali politici, principi morali, secondo quella concezione educativa ed utilitaria della letteratura che i romantici lombardi ereditano dalla precedente generazione illuministica. In secondo luogo il romanzo permette allo scrittore di esprimersi con piena libertà, senza lottare con regole arbitrarie imposte dall'esterno. Manzoni scegli di rappresentare una realtà umile,ignorata dalla letteratura classica, o vista solo in una luce comica : violando convenzioni letterarie profondamente radicate, scegli come protagonisti due semplici popolani della campagna lombarda e rappresenta le loro vicende in tutta la loro profonda serietà e tragicità. Il personaggio non è più posto su uno sfondo astratto,fuori dal tempo e dello spazio reale, come nella tradizione classica, ma rappresentato in rapporto organico con un dato ambiente e un dato momento, in modo che nessun suo pensiero,sentimento o gesto si possa comprendere se non riferito a quel preciso terreno storico. Dunque l'autore va a rappresentare individui dalla personalità unica,inconfondibile e irripetibile, estremamente complessa e mobile,rivelando quella tendenza all'individuale e al concreto che è propria della cultura borghese moderna. Ne deriva il rifiuto dell'idealizzazione del personaggio,che è proprio del gusto classico,specie i due protagonisti che, pur essendo i portatori delle virtù considerate da Manzoni più alte, non cessano di essere due contadini e di mantenere la loro mentalità,il loro linguaggio ed i loro comportamenti

Il tempo della storia e il tempo del racconto

All'inizio il tempo del racconto è molto lontano ed analitico mentre successivamente,invece, più si allunga il tempo della storia narrata, più quello del racconto si fa progressivamente condensato e sommario. L'azione narrativa vera e propria si svolge nello spazio di due anni : dal 7 novembre 1628, quando i bravi di Don Rodrigo intimano a Don Abbondio di non celebrare il matrimonio, ai primi di novembre del1630 quando finalmente esso può avere luogo. A raccontare i primi 40 giorni sono necessari ben 25 capitoli,mentre soltanto 13 bastano a narrare poco meno di ventitré mesi. I primi due terzi del romanzo procedono cioè attraverso una dilatazione del tempo del racconto ed un restringimento di quello della storia ; nell'ultimo terzo il rapporto si capovolge. Tutto ciò si spiega con la necessità, per lo scrittore, di presentare all'inizio i personaggi principali e di mostrarli immediatamente in azione e dunque di procedere nella parte iniziale e centrale in modo più disteso e argomentato, mentre successivamente la narrazione può diventare molto più spedita. Nell'ultima parte,inoltre, rispetto all'azione vera e propria prevale l'intento riflessivo e morale ed infatti, mentre nella parte iniziale e centrale prevale l'azione,in quella finale essa si concentra soprattutto nei 4 capitoli di Renzo a Milano e del ritrovamento di Lucia per lasciare spazio alle considerazioni sulla carestia,sulla guerra,sulla peste,sulla Provvidenza. Il momento di svolta nel rapporto fra il temo del racconto e il tempo della storia si realizza fra il XXV e il XXVI capitolo,subito dopo la conversione dell'Innominato,il suo incontro con il cardinale Borromeo e il secondo addio di Lucia che va a Milano presso donna Prassede. Anche l'analisi del tempo conferma che il sistema di forze e controforze che regola il romanzo comincia a risolversi a vantaggio dei due fidanzati,appunto dal momento in cui Lucia dice all'Innominato "Dio perdona tante cose,per un'opera di Misericordia!".

Lo spazio e i cronotopi

Possiamo distinguere due spazi fondamentali,ossia il paese e la città, e altri dotati di minore sviluppo narrativo ma talora di eguale importanza simbolica : quello della strada,quello del castello, del convento di Gertrude,quello dell'osteria,quello del lazzaretto. I primi tre sono spazi aperti,gli altri tre chiusi mentre il castello è uno spazio chiuso ma non separato dall'aperto,bensì caratterizzato dal suo dominio sull'esterno. Il paese e la città sono in antitesi. Nell'addio ai monti il paese di presenta ancora,nella nostalgia di chi se ne separa,come spazio idillico in opposizione alle città tumultuose,dove le case che si aggiungono alle case e alle strade che sboccano nelle strade levano il respiro. E tuttavia questa antitesi appare ormai logorante e impotente : il cronotopo dell'idillio paesano è vero solo nel sogno, nel ricordo,nello spazio dell'addio che ridanno intimità e incanto a uno spazio ed a un tempo ormai profanati. Il mondo contadino e paesano porta ormai i segni della carestia e della fame : presto sarà attraversato dalle truppe dei lanzichenecchi che lo spoglieranno e lo deturperanno ; e già ora il paesello appare dominato dal palazzotto di Don Rodrigo,che simboleggia il potere tirannico dei signori oppressori e violenti. Insomma,il tempo storico è già penetrato dentro il tempo ciclico dell'idillio distruggendolo. Ciò nondimeno, resta vero che il paese,pur corrotto, mantiene un suo ordine domestico,in cui i personaggi si riconoscono e si orientano alla perfezione. Il disorientamento comincia in città. Qui Renzo avverte la propria differenza e,talora, la propria inettitudine. Nella città domina il movimento ; compaiono grandi masse in azione,urlanti e aggressive dapprima nei tumulti per il pane,poi nella caccia agli untori. Il tempo della città è più veloce e concitato.
Per due volte Renzo è costretto a fuggire,dalle guardie la prima,dai persecutori che lo scambiano per un untore la seconda. La città è il luogo della violenza non solo del potere ma anche del popolo, che assale i forni e la casa del vicario di provvisione o dà la caccia ai presunti untori. Il viaggio verso l'Adda, come quello precedente dal paese a Milano, introducono il cronotopo della strada. Esso è tipico del romanzo picaresco e del romanzo di viaggio e d'avventure : la strada è il luogo del pubblico,degli incontri, delle esperienze. Lo spazio cambia di continuo, così come le persone che si incontrano : il tempo non è monotono ma vario, segnato allo sforzo per giungere ad una meta che nel primo viaggio è quella dell'Adda, nel secondo quella di Lucia. In ogni caso, sono due ritrovamenti che reintegrano l'io con se stesso, contribuiscono a dargli il senso della propria identità e della propria formazione : la strada è l'itinerario dell'eroe cercatore. Il cronotopo del castello è un topos del romanzo gotico. Il proprietario del castello è mostrato,nel capitolo VII, a faccia a faccia con i suoi antenati rappresentati nei quadri appesi alle pareti della sala. Per quanto riguarda l'esterno, lo spazio che lo circonda ha una evidente dimensione simbolica. Il castello è su una altura e domina tanto un borghetto di contadini tra cui troviamo anche bravi e gente di malaffare,quanto,più in basso, il paese di Renzo e Lucia: rappresenta dunque un potere che sta in alto e che opprime. Nel castellaccio dell'Innominato l'elemento simbolico è ancora più marcato e tutto giocato nel rapporto con l'esterno.
L'elemento della storicità degli interni,infatti, manca del tutto : le stanze sono nude,colme solo di armi. L'innominato sembra non avere storia nè famiglia. All'esterno,invece,il castello esprime la stessa idea di grandezza e di superbia che viene emanata dal personaggio, un'aspirazione all'onnipotenza e proprio perché il castello risulta essere senza tempo, è posto al di là della storia degli uomini, quasi in contatto con l'assoluto. Nel romanzo si incontrano 3 osterie : quella in cui Renzo incontra Tonio e Gervasio, quella di Milano e quella di Gorgonzola. L'osteria è uno spazio chiuso in cui tuttavia entra ed esce di continuo gente. Dall'esterno vi penetrano tutti gli echi,le speranza,le minacce,le notizie : è nell'osteria di Gorgonzola che Renzo viene a conoscere quanto sia diventato purtroppo noto il suo nome presso Milano. E tuttavia, l'interno dell'osteria si contrappone con l'esterno perché si fonda su un tempo improduttivo,tempo di non lavoro,di gioco,di trasgressione. L'esterno rappresenta la serietà del lavoro della rivolta sociale o della tirannia del potere. L'interno è invece il luogo in cui si beve e si gioca a morra,a carte o a dadi. L'elemento potenzialmente trasgressivo è confermato dal fatto che essa è frequentata anche dagli strati più bassi della popolazione. Il convento delle monache di Monza è un luogo chiuso contrapposto e isolato rispetto all'esterno,come una sorta di prigione. Il confine con l'esterno è anche un luogo di tensione,come subito avverte Lucia davanti alla grata del parlatorio. Nel monastero di clausura non esiste l'attesa, ma solo la ripetizione. Non vi è la gioia del sacrificio ,ma la pesantezza della costrizione. La religione è ridotta a regola, o a ritualità e spettacolo nelle poche occasioni di contatto con l'esterno. Infine il lazzaretto è un recinto chiuso che incombe com una minaccia e una punizione divina che tutto eguaglia. In questo inferno non si muovono soltanto i turpi monatti, ma agiscono anche i frati cappuccini, animati da incrollabile spirito di sacrificio. Di nuovo notiamo come gli estremi si toccano : ciò che accade nell'animo dell'Innominato può accadere anche nel lazzaretto,in cui il massimo del male può corrispondere al massimo del bene. Questa prossimità di Dio giustiziere e misericordioso rende possibile il tempo dell'attesa, che non si percepiva nel convento : padre Cristoforo attende invano che Don Rodrigo possa pentirsi, Lucia attende che la vedova sua amica guarisca perché possano uscire insieme, la processione degli scampati si prepara a lasciare il lazzaretto. La pioggia purificatrice che accoglie Renzo sulla soglia del recinto degli appestati, al momento di uscire, pone fine al senso di cupa immobilità che gravava sul paesaggio al momento del suo arrivo : e, con la speranza, rinasce la possibilità di un avvenire.

Il sistema dei personaggi : I promessi sposi come romanzo dei rapporti di forza

Il romanzo si presenta tradizionalmente come storia di un matrimonio, dapprima impedito, poi realizzato. I protagonisti sono dunque i due promessi sposi. Per raggiungere l'obbiettivo di sposarsi, essi ricorrono a coadiuvanti o protettori : nella prima parte i protettori padre Cristoforo , a cui si aggiunge nella seconda parte Borromeo, a cui si oppongono Don Rodrigo e l'Innominato, gli oppressori che rappresentano la violenza e l'ingiustizia del potere sociale. Per contrastare il matrimonio essi si servono, come strumenti, dapprima di Don Abbondio poi di Gertrude. Il momento di svolta del romanzo si ha quando l'Innominato, con tutta la sua forza, passa dal campo degli oppressori a quello dei protettori. Gli otto personaggi principali si dispongono, dunque, in coppie anzitutto per similarità : Renzo e Lucia sono le vittime; padre Cristoforo e il cardinale Borromeo sono i protettori che,insieme, rappresentato la Chiesa buona; Don Abbondio e Gertrude sono gli strumenti degli oppressori e i rappresentati della Chiesa cattiva; Don Rodrigo e l'Innominato sono gli oppressori, esponenti del potere sociale. Possiamo anche stabilire coppie per opposizione : Renzo è in opposizione a Don Rodrigo, Lucia all'Innominato. Renzo si oppone anche a Don Abbondio,in quanto strumento di Don Rodrigo, e Lucia a Gertrude in quanto strumento dell'Innominato.
Notiamo anche come 4 personaggi, esattamente la metà ,rappresentano il mondo laico ( Renzo,Lucia,Don Rodrigo e l'Innominato) mentre l'altra metà rappresenta il mondo ecclesiastico ma distribuiti in coppie antitetiche: da un lato si oppongono fra loro i due rappresentanti di una Chiesa povera e popolare,padre Cristoforo e Don Abbondio, dall'altro i due rappresentanti della Chiesa potente, il cardinale Borromeo e Gertrude. Si può capire da questa schematizzazione come sia equilibrato il romanzo ma anche estremamente eloquente e vigoroso. Il sistema di similarità e di contraddizioni non è infatti un puro artificio ma serve a comunicare un messaggio ideologico, tutto giocato sul contrasto fra bene e male. Secondo Italo Calvino i promessi sposi sono il romanzo dei rapporti di forza. Le similarità e le opposizioni fra i vari personaggi rimandano a similarità e opposizioni che investono sia il potere sociale,rappresentato da Don Rodrigo e l'Innominato, sia la Chiesa,divisa fra potere spirituale buono e potere spirituale cattivo. A loro volta,poi, Don Rodrigo e l'Innominato rappresentano il mondo della storia umana ; Don Abbondio e la monaca di Monza la natura umana abbandonata da Dio; padre Cristoforo e Borromeo la giustizia di Dio.

I personaggi principali e quelli secondari

Renzo ---> è un personaggio sempre per strada,a contatto con il pubblico, un personaggio estroverso. Renzo è l'erede dei protagonisti del romanzo picaresco : attraverso le avventure,che giungono sino alla calata negli inferi del lazzaretto,compie un processo di iniziazione,alla fine del quale sono possibili il matrimonio e il successo economico. Renzo, insomma, è un eroe cercatore, sempre in azione per raggiungere l'oggetto del suo desiderio. Egli compie un itinerario di formazione morale e spirituale che culmina nel perdono a Don Rodrigo, ma resta sempre moralmente e intellettualmente limitato : l'estroversione,fatta di impulsività, gli conferisce senso pratico e capacità di uscire dagli imbrogli ma pare negargli quella superiore saggezza e maturità.
Lucia ---> è rappresentata prevalentemente in interni,mentre cuce o pensa,è un personaggio introverso che trova dentro di sé i propri percorsi e che racchiude in se dei precetti,degli ideali che sembra aver acquisito da sempre,per dono divino,e che ha sviluppato grazie alla frequentazione di padre Cristoforo,suo maestro spirituale. Lucia è dunque un personaggio domestico. Il suo spazio è la casa o comunque un interno. All'esterno appare incerta,timorosa e per affrontarlo, deve appoggiarsi a un braccio materno. E tuttavia non è una figura debole. La sua modestia un po' guerriera le dà la capacità di iniziativa e l'autorità di decidere; l'abitudine all'introspezione le consente immediatamente di intuire il dramma dell'Innominato e di trovare le parole giuste per accelerarne la crisi esistenziale e morale. Anche i suoi sentimenti d'amore non sono del tutto taciuti, ed il conflitto che essi aprono con il dovere di rispettare il voto di castità è tratteggiato dall'autore con finezza ricca di allusività. Lucia è il vero personaggio ideologico del romanzo. L'atto iniziale con cui ci è presentata per la prima volta è il gesto di schernirsi,cosa che la caratterizza da sempre : c'è,dunque,in lei molta della personalità di Manzoni. Infatti, in lei c'è la sfiducia negli uomini e il suo rispetto per la Legge,il suo vivere appartato e tuttavia con piglio deciso e polemico,la sua paura delle pulsioni con il conseguente sforzo di esorcizzarle e reprimerle.
Padre Cristoforo ---> Da un certo punto di vista egli è il personaggio principale del romanzo, quello dotato di maggior responsabilità sul piano della narrazione. Esprime infatti la problematica moderna del genere romanzesco quale si afferma agli inizi dell'800 : quella di un ideale che vuole calarsi nel reale. Per questo egli si fa umile,concreto, spendendosi nel sacrificio e nell'azione pratica. Ma,tuttavia, non si può dire che egli riesca nei suoi tentativi : le sue scelte concrete,i suoi consigli pratici non sortiscono alcun effetto positivo. La svolta nel romanzo non è data dalle sue azioni, ma dalle parole di Lucia all'Innominato : a vincere,attraverso le parole di Lucia, è la morale di Cristoforo,non la sua azione.
Innominato( ops,l'ho nominato :( ) ---> il tema autobiografico torna nell'Innominato, anche qui trattato senza miracolosi, come approfondimento progressivo di una crisi non solo religiosa ma anzi, all'inizio, soprattutto esistenziale e morale. La Grazia divina interviene attraverso le parole di Lucia,che assumono una funzione decisiva all'interno di un processo psicologico già avviato. Il tema del potere e dell'autorità terrena evoca sempre in Manzoni un confronto con il potere e l'autorità divini.
Borromeo ---> anche se l'autore onestamente e inflessibilmente non evita di affrontare il tema spinoso dei suoi errori, lascia tuttavia sullo sfondo questi aspetti della cultura e della personalità del cardinale, per rappresentarlo in una luce così positiva da sfiorare la retorica e la propaganda. Nel colloquio con l'Innominato, non mancano cedimenti da un lato alla retorica dell'oratoria religiosa, dall'altro ai toni da romanzo popolare d'appendice. Così, la conversione dell'Innominato diventa un giocondo prodigio,l'amore del cardinale per lui è un amore che lo divora.
Don Rodrigo ---> molto diverso dall'Innominato è Don Rodrigo, tirannello mediocre. Egli riprende la figura tradizionale del libertino e del don Giovanni,senza averne la reale spregiudicatezza. Il narratore lo considera con distacco polemico e ne adotta a lungo la prospettiva solo una volta, quando è colpito dalla peste. Proprio il tradimento che subisce,la successiva incoscienza,la lotta contro la morte sul pagliericcio, lasciano intravedere la possibilità della salvezza
Gertrude ---> la storia di Gertrude delinea,nel contempo,un ritratto condotto dal narratore con magistrale acume psicologico e uno spaccato di storia sociale,culturale e psicologica. La grandezza di Manzoni sta non solo nel rappresentare i vari stadi attraverso cui Gertrude cede ai ricatti affettivi e alle pressioni del padre, ma nel fare di quest'ultimo un perfetto conoscitore della psicologia della figlia secondo i parametri della cultura gesuitica del 600. Dunque,non vi è solo la descrizione della psicologia di Gertrude ma c'è anche quella del modo psicologico con cui agisce il padre. Egli non dice mai alla figlia "devi farti monaca" ma la convince attraverso un processo graduale di colpevolizzazione ,mostrandosi abilissimo nello sfruttare ogni errore della figlia e ogni spiraglio che le parole di lei gli offrono.
Don Abbondio ---> è il personaggio più legato alla dimensione carnale,fisica della vita. La sua paura ha sempre una dimensione corporale,la forza di un istinto incoercibile. Qualsiasi discorso ,paragonato a questa forza oscura che lo condiziona,diventa per lui astratta ideologia. Solo per un attimo, durante il colloquio con il cardinale, sembra sfiorare la possibilità di un'altra dimensione ; ma subito torna a sprofondare nel suo mondo elementare di paure e di piccoli meschini egoismi. Ma lo stesso Manzoni,pur mostrandolo impietosamente nei suoi limiti,non gli lesina un sorriso di pietà : infatti,proprio questa fisicità pertinente all'umano ci fa apparire Don Abbondio quasi simpatico.

Il punto di vista narrativo

La prospettiva dell'autore non coincide affatto con quella del narratore o della voce narrante. I narratori risultano essere ben due : uno è l'Anonimo autore del manoscritto seicentesco che racconta la storia di Renzo e Lucia, l'altro è l'io narrante che ne trascrive in italiano moderno la prosa. Questo secondo ne sa più del primo : non solo può controllarne la veridicità basandosi anche su altre fonti , ma ostenta una consapevolezza linguistica,culturale e morale nettamente superiore. Si tratta dunque di un narratore onnisciente che ne sa molto di più dei suoi personaggi,ne conosce passato,presente e futuro. L'incipit del romanzo,in cui il narratore mette in fronte agli occhi del lettore una prospettiva elevata e superiore,ben rivela l'ottica assunta dal narratore. E' vero che,spesso, il narratore, pur guidando dall'alto la narrazione,pur manovrando i personaggi a proprio piacimento e orchestrando tutta la vicenda dal proprio punto di vista,assume l'ottica dei propri eroi,a è anche vero che tale focalizzazione è sempre subordinata all'onniscienza del narratore. se dalla descrizione passiamo all'interpretazione e alla valutazione,si complica il discorso. nella critica più recente appaiono a questo proposito due interpretazioni : una che insiste sul carattere unitario o addirittura autoritario del punto di vista del narratore,l'altra che ne pone in risalto l'ambiguità ed il carattere poliprospettico e dialogico. La prima critica è espressa in modo diverso da Spinazzola e da Baldi,la seconda da Raimondi.
Spinazzola ---> osserva che l'io narrante offre un saldo punto di vista che il lettore è invitato a far suo per inquadrare prospetticamente i fatti
Baldi ---> parla addirittura di un punto di vista autoritario che esclude problematicità,perplessità e interrogativi e mira ad indirizzare in modo univoco la lettura
Raimondi ---> cambia radicalmente la prospettiva critica; nel testo si assumono prospettive diverse e nella voce del narratore o in quella di un personaggio,risuonano le parole di altri personaggi con effetti di ironia e di duplicità

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