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Alessandro Manzoni

• Nasce nel 1785 a Milano, il padre Pietro è un nobile sulla cinquantina; la madre, Giulia Beccaria è la figlia del grande illuminista Cesare;
• Successivamente i due genitori divorziano e la madre stringe una relazione con Carlo Imbonati
• Fino al 1801, Alessandro gita per numerosi collegi, fino a che non tornerà alla casa paterna a Milano
• Dopo la nascita della Repubblica Cisalpina, Milano diventa un grande centro culturale giacobino e Manzoni conosce personaggi come Cuoco e Lomonaco
• Dopo la morte di Carlo Imbonati, Alessandro raggiunge la madre a Parigi dove risiederà fino al 1810
• Nel 1808 sposa Enrichetta Blondel, calvinista che poi si converte al cattolicesimo nel 1810. Anche Manzoni vive una crisi religiosa e si converte al cattolicesimo nel 1810
• Nel 1821 comincia la stesura dei Promessi Sposi, terminata nel 1823 con il titolo di Fermo e Lucia
• Nel 1827 esce il romanzo i Promessi Sposi in tre tomi (Ventisettana)
• Nel 1833 muore la moglie e l’anno dopo muore la figlia Giulia
• Nel 1837 si risposa con Teresa Borri Stampa
• Nel 1840 esce la versione definitiva dei Promessi Sposi (Quarantana) che comprende anche la Storia della colonna infame
• Muore a Milano nel 1873
Manzoni fu un erede diretto della tradizione illuminista Lombarda, anche visto il fatto che era nipote di Cesare Beccaria. Manzoni concepisce l’attività letteraria come impegno civile, opera prestata alla costruzione della società e alla sua crescita morale. Questo orientamento è definitivamente affermato quando a Parigi frequenta gli “ideologi”. La sensibilità per società e per il bene pubblico caratterizza anche il suo cattolicesimo, che sa conciliarsi con valori liberali e progressisti. Tuttavia, una visione pessimistica della vita e della storia lo rende immune a ogni facile ideologia consolatoria. L’agire dell’uomo nella storia è per Manzoni un susseguirsi irrimediabile di follie e assurdità. Aderisce successivamente al progetto di rinnovamento culturale promosso dal Romanticismo, senza però partecipare direttamente. Proprio con i Promessi Sposi Manzoni raggiunge l’obiettivo di creare una letteratura accessibile a un pubblico mediamente colto. Proprio da questo punto di vista Manzoni fu importante per aver creato una lingua adatta al romanzo italiano, non essendocene ancora una unitaria.

- Il Carme in morte di Carlo Imbonati
Composto nel 1806 pochi mesi dopo la morte del compagno della madre. Il carme contiene il proposito di un’attività letteraria ispirata ad alti ideali. Manzoni immagina che Carlo Imbonati gli appaia in sogno, affidandogli una sorta di testamento spirituale. Alla corruzione dei tempi presenti Imbonati contrappone un ideale eroico di virtù individuale. Manzoni presenta qui alcuni tratti tipici del suo pensiero: la letteratura come impegno morale e la ricerca onesta e coraggiosa del vero come fedeltà assoluta a un’etica personale.

Dal 1810 Manzoni si distaccherà dai temi neoclassici ed illuministi e ricercherà invece nuovi contenuti

- Gli Inni sacri
Progetto che comprendeva dodici inni dedicati alle ricorrenze dell’anno liturgico. Ne porterà a termine soltanto 5: La Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La Passione, La Pentecoste. I primi quattro sono pubblicati nel 1815, La Pentecoste nel 1822.
Gli sono espressione dell’entusiasmo di Manzoni appena convertito e raccolgono tutti i risultati delle intense letture e meditazioni sui testi sacri. Rivolgendosi al cristianesimo delle origini, ricerca le fonti del messaggio evangelico. Importante è anche l’attenzione agli umili che caratterizzerà poi la sensibilità morale manzoniana. Con questi inni Manzoni si distacca completamente dal neoclassicismo, ricercando anche una poesia corale e collettiva, eliminando i tratti neoclassici come i lunghi endecasillabi.
“La Pentecoste”
È l’ultimo degli Inni sacri. La Pentecoste è la settimana dopo la Pasqua: la festività ricorda la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli e Maria riuniti nel Cenacolo. Dall’evento della Pentecoste, gli apostoli diffusero la parola di Cristo su tutta la terra. Questa segna anche l’inizio della Chiesa stessa, il costruirsi dei fedeli come comunità. L’Inno manzoniano è celebrazione della Chiesa e della sua missione.
Nella prima parte dell’Inno le parole sono rivolte direttamente alla Chiesa, con domande retoriche che introducono l’immagine di una Chiesa debole e nascosta alle origini. Viene contrapposta invece alla Chiesa trionfante e propagatrice della fede, colta nella sua azione militante: impegnata a custodire il messaggio di Cristo, a diffondere la speranza e a rinnovare la presenza del divino nella storia. L’ideologia manzoniana pone proprio la Chiesa alla base di una società giusta. Tra la Chiesa trionfante e quella terrorizzata dei primi giorni si colloca il mistero della Pentecoste. La prima parte dell’inno si chiude con il paragone dello Spirito Santo che suscita la parola come la luce suscita i colori.

La seconda parte illustra gli effetti della predicazione degli apostoli. Qui il discorso si concentra su un cristianesimo visto come liberazione di un’umanità rinnovata, basata su valori spirituali invece che mondani.
La terza parte acquista le caratteristiche della preghiera corale. È la comunità dei fedeli che intona il canto di cui il poeta si fa portavoce, chiedendo che si rinnovi il miracolo. Dopo il paragone del sole e del seme nei versi conclusivi, Manzoni celebra gli effetti della rinnovata presenza di Cristo. Il ruolo della Chiesa viene definito come testimonianza combattiva dei valori liberatori del cristianesimo, in base ai quali è possibile costruire una società fondata sui principi umanitari della non-violenza.

- Le tragedie
Manzoni scrive le due tragedie tra il 1816 e il 1822, gli anni della diffusione del Romanticismo in Italia e dell’esperienza del Conciliatore, a cui Manzoni guarda con interesse sebbene non partecipi.
Con queste tragedie Manzoni si propone di offrire un modello di dramma storico (ambientato nel passato) in grado di accogliere al suo interno gli esiti delle esperienze romantiche. Si tratta di un progetto innovativo rispetto alla tradizione italiana.
“Il conte di Carmagnola”
La prima edizione risale al 1820 che contiene oltre alle notizie sul protagonista anche una Prefazione. Questa raccoglie una serie di considerazioni annotate da Manzoni in forma di appunti sparsi ed affronta un importante argomento, quello della presunta immoralità della tragedia, genere per alcuni destinato a fomentare passioni ben poco edificanti.

Ambientata nell’Italia del Quattrocento, la tragedia racconta la storia di Francesco Bussone, conte di Carmagnola al servizio prima del duca di Milano poi della Repubblica veneziana, condannato a morte da questa. La tragedia si snoda nei sei anni che separano il passaggio del condottiero alla Serenissima dalla sua esecuzione. Nella stesura dell’intreccio Manzoni evita di mantenere le unità di luogo (la medesima ambientazione) e di tempo (entro ventiquattrore) tipiche della tragedia classica. Viene inserita la caratteristica di verosimiglianza, ovvero la possibilità di far luce sugli eventi storici raccontati, senza l’astrattezza tipica della tragedia). Ciò è dovuto ad un attento lavoro di documentazione da parte dell’autore. La vicenda si muove quindi tra personaggi reale e personaggi d’invenzione. Manzoni costruisce inoltre un romanzo polarizzato sul contrasto tra l’etica eroica e generosa del protagonista e la fredda logica della ragion di stato perseguita dai suoi avversari politici. Questo contrasto però non lascia via di scampo. Manzoni introduce anche un coro alla fine dell’atto II, uno “squarcio lirico” in cui seguono considerazioni sulla follia delle guerre fratricide combattute da italiani contro italiani.

“Adelchi”
Scritta fra il 1820 e il 1821 la tragedia è ambientata al tempo della conquista del regno longobardo da parte di Carlo Magno. Il proposito di una storia osservata dal basso rimane incompiuto ancora nell’Adelchi che resta una storia di re e principi. La tragedia si snoda con 4 personaggi: i due sovrani, Desiderio e Carlo Magno e i due figli di Desiderio, Ermengarda e Adelchi. Questi ultimi sono vittime dei due sovrani. Ermengarda vive il dramma dell’amore tradito, è ancora innamorata di Carlo che l’ha ripudiata. Non meno doloroso è il dramma di Adelchi: il principe longobardo sogna la gloria e ha sete di giustizia, ma il dovere lo costringe ad affrontare una guerra contro il papa che egli ritiene ingiusta. Il dramma di Adelchi assume un valore paradigmatico di un contrasto insanabile tra etica e politica. Nella realtà storico-sociale in cui ogni individuo è calato è possibile testimoniare la purezza dell’ideale cristiano solo a condizione di accettare come necessaria la sconfitta (concezione pessimistica). Se la logica regge l’agire politico è necessariamente quella del sopruso e dell’ingiustizia, allora il giusto è destinato a soccombere.

Trama: la tragedia si apre alla corte longobarda di Pavia. Ermengarda, sposa ripudiata dal re Carlo Magno, torna in patria. Desiderio cerca vendetta e intanto continua la politica aggressiva nei confronti del papa. Ben presto scoppia la guerra tra longobardi e franchi. L’atto 2 si apre nell’accampamento di Carlo Magno dove si studia una strategia d’attacco. Ben presto l’esercito franco ha la meglio su quello longobardo, sconfiggendolo.
L’atto 3 si svolge nel campo longobardo, dove si attende la ritirata franca. In realtà i franchi piombano sui nemici e pochissimi resistono. Desiderio, Adelchi e i duchi fedeli trovano scampo nelle foreste. Adelchi si chiude a Verona, Desiderio a Pavia.
L’atto 4 si apre in giardino nel monastero di San Salvatore a Brescia, dove Ermengarda si è ritirata. Qui la giovane muore di dolore alla notizia del nuovo matrimonio di Carlo Magno. Si conclude con l’assedio di Pavia.
L’atto 5 si apre con la caduta di Pavia e Desiderio che viene fatto prigioniero. Adelchi con pochi fedeli muore in battaglia.
“Coro dell’atto III”
Dopo la disfatta subita dai longobardi, sorpresi dai franchi nel loro accampamento, a stento il re Desiderio e Adelchi trovarono una via di fuga. Il terzo atto termina con la notizia della morte di Anfrido, il fedele scudiero di Adelchi. Soggetto di tale coro è la massa degli italiani, il volgo disperso che osserva la caduta degli antichi dominatori. Evocati in modo allusivo sono dunque i latini e le loro incerte speranze di riscatto, i longobardi sconfitti e i franchi vincitori.
Lo sguardo di Manzoni è rivolto sulle masse dei dominati, il coro dà voce a una concezione più democratica della storia, più attenta ai popoli. I latini sono presentati nel coro come una massa inerte, soggetti passivi della storia che passa sulle loro teste, residui di una passata grandezza che rende squallida la decadenza attuale (non popolo, ma volgo disperso). Al di là della lezione politica a fine coro, in questo prevale una visione della storia estranea all’esaltazione eroica dei vincitori, pervasa da pietà cristiana per il dolore dei singoli.
“Coro dell’atto IV”
Conclusasi la scena con la morte di Ermengarda, comincia il coro che commenta l’evento. La rievocazione del dramma non soltanto è vissuta con partecipazione commossa da parte dello scrittore ma diventa una riflessione sul senso stesso del soffrire. I momenti significativi sono il commosso ritratto della ragazza morta, l’apostrofe diretta che la esorta ad abbandonare le tensioni terrene, il ricordo della dolorosa esperienza dell’abbandono, l’evocazione del dolore che colpisce gli ignari. In primo luogo vengono rievocati i pensieri angosciosi di Ermengarda, mentre dalla sesta strofa in poi il punto di vista adottato è quello della donna stessa. Alla memoria tornano i momenti felici e una serie di immagini confuse. Riemergono tre scene distinte: l’arrivo e lo sbarco in Francia, il ricordo del senso di ebrezza provato, il ricordo di una battuta di caccia. Il dato strutturale più significativo è la presenza della voce del poeta, che giudica e interpreta la situazione ricorrendo a imperativi o a vocativi rivolti al personaggio e posti in apertura di strofa. L’immagine di Carlo appare con bellezza e virilità accentuata, visto ancora l’innamoramento di Ermengarda. Tema morale e religioso nel coro è quello della provvida Sventura, una disgrazia provvidenziale che, decretando il fallimento terreno di Ermengarda, ne ha favorito la purificazione morale e la beatitudine. La sventura ha fornito ad Ermengarda una sensibilità umana, una disponibilità a comprende il dolore di chi è sottomesso e umiliato.

Tutta l’attività di Manzoni è legata ad un lavoro di indagine critica e teorica. L’arte non trova in se stessa le ragioni della propria forma ma ha senso solo in quanto è capace di contribuire al progresso morale dell’umanità. I primi importanti saggi elaborati da Manzoni sono collegati alla stesura delle tragedie. Alla pubblicazione del Carmagnola è legato la lettera a Mr Chauvet sull’unità di tempo e di luogo nella tragedia. Centrale è la questione delle cosiddette unità aristoteliche, regole fissate dalla teoria letteraria classicista e fatte risalire ad Aristotele. La tragedia deve rispettare le unità d’azione (un unico avvenimento), di luogo (sempre nello stesso luogo) e di tempo (nell’arco di 24 ore). Manzoni rifiuta soprattutto le unità di tempo e luogo. A questo va aggiunta anche una rigorosa ricostruzione storica.

- I Promessi Sposi
Il romanzo è ambientato nella Milano del Seicento. Una prima edizione è stata terminata nel 1823 quando Manzoni terminò la sua storia e la intitolò “Fermo e Lucia”. Il romanzo fu rivisitato e terminato nel 1827, dove Manzoni intervenne a livello linguistico e strutturale. Nel 1840 Manzoni pubblica la versione definitiva, la “Quarantana”, che subì un’intensa rielaborazione linguistica. Manzoni scelse di scrivere un romanzo poichè questo genere, nato nell’Europa Settentrionale a fine Settecento, consentiva una grande libertà all’autore, alternando parti narrative a storico-saggistiche. Inoltre il romanzo non impone al narratore di far scomparire la propria voce. Proprio per questo il narratore appare continuamente nel romanzo, con voce ironica che invita il lettore a riflettere.
Manzoni dichiara nell’introduzione di aver ritrovato un manoscritto di un anonimo seicentesco che ha poi rielaborato e pubblicato come romanzo, vista la lingua troppo iperbolica e aulica del manoscritto. Oltre ad essere una presa di distanza dalla cultura barocca, la finzione del manoscritto produce un doppio narratore, quello secentesco e quello ottocentesco, che critica e adempie alla mancanze dell’altro narratore.
Le riflessioni sulla storia portano Manzoni a scegliere due protagonisti umili. Le vicende di Renzo e Lucia, manifestazioni di un mondo umile, sono raccontate in modo serio. Inoltre Manzoni rifiuta la separazione degli stili, ovvero il fatto che uomini e donne del popolo possano essere protagonisti solo di vicende comiche e grottesche. Come modello principale è ritrovabile Walter Scott (“Ivanoe”) che ricostruisce un’epoca storica rappresentando il quadro corale e variegato della società ed è inventore così del romanzo storico (Manzoni ne critica soprattutto lo scarso rigore nella ricostruzione storica e la ricerca di parecchi effetti romanzeschi). Per quanto riguarda invece le notizie storiche, Manzoni attinge dalle opere di Ripamonti e Melchiorre Gioia.
La lingua è quella del fiorentino colto. Durante la revisione linguistica Manzoni fece anche uso del fiorentino parlato.
La struttura in generale può essere articolata in sei macrosequenze (Le vicende borghigiane, Lucia a Monza, Renzo a Milano, Rapimento di Lucia, La carestia, la guerra e la peste, il ricongiungimento). Simmetrico è anche il sistema dei personaggi: agli oppressi (Renzo e Lucia) fanno riscontro due oppressori (don Rodrigo e l’Innominato). Sebbene il primo mantenga sempre il suo ruolo di antagonista, il secondo conosce un passaggio di campo e da oppressore di Lucia ne diventa alleato. Attorno a questi ruotano poi 4 personaggi, membri della Chiesa, aiutanti degli oppressi (padre Cristoforo e il cardinale Borromeo) e aiutanti degli oppressori (Don Abbondio e la Monaca di Monza). Alcuni passaggi del romanzo sono puramente saggistici, come ad esempio l’analisi delle cause della carestia, la guerra e il diffondersi della peste. L’excursus di gride che combattono il problema dei bravi dimostrano invece l’inefficacia delle leggi a protezione dei deboli. Manzoni quindi affida il suo giudizio sulla Milano del tempo a un abile gioco parodico. La lingua è polifonica, ovvero presenta diverse varianti in base ai personaggi che parlano.
I fattori principali che spingono l’ambientazione nella Milano del Seicento sono: il desiderio di evitare la moda di rappresentare il Medioevo, la Lombardia era dominata dagli spagnoli (in comune con la dominazione austriaca dell’Ottocento), il quadro della società ricostruito da Manzoni è negativo. La Lombardia del 1600 appare feroce ed ingiusta, l’illegalità è diffusa e i potenti impuniti. La classe di governo è inetta e rappresenta una forma degradata dell’antico sistema feudale, dove l’autore si fa portavoce di alcuni concetti liberali e borghesi. Nel romanzo Manzoni delinea uno stato capace di offrire garanzie legali e protezione effettiva ai suoi cittadini. Questi valori liberali sono anche riconoscibili nel pensiero economico di Manzoni.
L’autore non rappresenta l’epoca riconoscendone la validità intrinseca dei suoi valori: il giudizio di condanna si basa su presupposti di razionalità che hanno per lui un valore assoluto. Rifiuta quindi l’ottimismo illuministico e il romanzo si conferma pessimista: tra la logica del mondo e i valori cristiani esiste un divario che nessuna ragione può colmare.
Nelle loro vicende i Promessi sposi hanno conosciuto la natura vera del mondo e hanno acquisito una saggezza che per Manzoni può rappresentare il “sugo” ovvero la morale della storia. Non esiste felicità che non sia insidiata dal male né esiste garanzia stabile di giustizia.
“Il sugo di tutta la storia”
Il capitolo 38 segna la conclusione della storia. Dopo lo sconvolgimento provocato dalla peste si scioglie la serie di lutti e sofferenze. Don Rodrigo è morto e don Abbondio non pone più ostacoli al matrimonio. Le ultime pagine contraddicono soluzioni ottimistiche e scontate, dando ragione alla concezione di “storia senza idillio”, priva cioè di un lieto fine. La pagina conclusiva dei Promessi sposi presenta uno scambio di battute tra Renzo e Lucia. Renzo da una parte elenca cosa ha imparato dalle sue avventure e dai suoi errori, Lucia invece analizza la situazione in modo più razionale affermando anche che non è stata lei a cercare i guai, ma questi sono arrivati da soli. La storia senza idillio corrisponde proprio con l’affermazione della presenza del male nel mondo, da cui nessuno si può sottrarre.
“La storia della colonna infame”
È uno dei saggi correlati ai Promessi Sposi. Racconta il processo intentato a Milano durante la peste del 1630 contro due presunti “untori” responsabili secondo la credenza popolare di diffondere il contagio in città. Il processo portò alla condanna di due vittime innocenti, Piazza e Mora, e al decreto della distruzione della casa di Mora, dove fu eretta la “colonna infame” a memoria dell’esecrazione dei condannati.

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