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Alessandro Manzoni


Alessandro Manzoni nacque nel 1785. A 20 anni si trasferì a Parigi dove fu influenzato dagli intellettuali illuministi, ebbe dunque una formazione atea e materialista. Nel 180 si sposò, con un rito calvinista, con Enrichetta Blondel, figlia di Orazio Degola, con il quale Alessandro ebbe molte conversazioni e si convertì al cattolicesimo nel 1810.
Dopo la sua conversione, Manzoni smise di scrivere di miti e leggende perché furono religioni dei greci e latini. Scrisse gli Inni Sacri, i quali sarebbero dovuti essere 12, uno per ogni festività dell’anno cristiano. Scrisse anche delle odi e delle tragedie, la più importante fu Adelchi.


Adelchi


Tragedia divisa in 5 atti, ognuno dei quali è diviso in scene. È stata scritta nel 1821 e pubblicata nel 1822, è ambientata nel 770 circa, periodo della guerra tra Franchi e Longobardi.
Carlo Magno difese il Papa dagli attacchi di Desiderio, la pace arrivò con il matrimonio tra Carlo Magno ed Ermengarda, figlia del re dei Longobardi. Questa pace durò poco perché Desiderio riprese a fare guerra contro il Papa per ampliare i confini. Carlo Magno non la prese bene e ripudiò Ermengarda, mandandola nel Monastero delle suore da sua sorella Anberga a Brescia. Dopo alcuni mesi Ermengarda morì di dolore per la perdita di Carlo.
Adelchi fu il figlio di Desiderio e fu costretto a fare quello che egli gli ordinò, quindi fare guerra e uccidere gli innocenti. Egli però non sopportò tutto questo. Mentre Ermengarda morì, Desiderio e Adelchi furono feriti a morte e portati nella tenda di Carlo Magno. Adelchi disse al padre che sarebbe dovuto essere contento se non fosse stato più Re perché nel momento della sua morte il cielo avrebbe giudicato solo i momenti in cui non ebbe ucciso nessuno.


3° atto, scena 1 = dialogo tra Adelchi e Anfrido:
Ci fu un colloquio tra Adelchi e Anfrido, il suo amico più caro, al quale disse di essere preoccupato perché Desiderio volle tornare a fare la guerra. Anfrido gli chiese se avesse intenzione di tornare ai suoi vecchi piani e Adelchi gli rispose che una volta sospesa la guerra con Carlo avrebbe attaccato il Papa e fu convinto che sarebbe stata una passeggiata. Avrebbe portato ancora morte perché quella fu l’arte più antica degli oppressori.

Adelchi disse che gli sembrò di essere nato per fare altro piuttosto che portare morte, pensò che il cielo avesse altro da dargli. Infine disse che il suo cuore gli fece male perché gli comandò alte e nobili cose ma il destino lo obbligò a farne delle ingiuste, lo costrinse a prendere una strada oscura, senza scopo e il suo animo si inaridì come un seme caduto in un terreno cattivo e trascinato dal vento.

4° atto, scena prima = la morte di Ermengarda:
Ermengarda stava a Brescia nel Monastero delle suore e pregava inutilmente Dio di dimenticare Carlo, secondo Manzoni la sua sofferenza su questa terra servì a riscattare il suo ruolo di oppressore e a farla andare in Paradiso.
Nonostante lei pregasse, andasse in giro di notte, il pensiero di Carlo non la abbandonò mai. Ricordò anche quando andava a caccia e lei lo guardava dall’alto della sua terrazza.
Manzoni fece una similitudine: così come d’estate un ciuffo d’erba viene bagnato dalla rugiada all’alba ma di giorno col caldo si secca, così accadde ad Ermengarda, la quale di notte sembrava che stesse meglio perché pensava a Dio ma di giorno le tornava in mente il pensiero di Carlo e soffriva.
Dopo la sua morte Manzoni scrisse: nella terra che ospiterà il tuo tenero corpo, ci sono tante altre donne infelici, vedove, vergini fidanzate inutilmente e madri morte di dolore perché persero i loro mariti, fidanzati e figli in guerra. Scendi a dormire insieme a loro. Muori compianta da tutti perché nessuno insulterà una persona che non ha fatto del male. Muori, e che la tua faccia stanca si ricomponga in pace come quando eri serena e non sapevi cosa ti sarebbe accaduto.
Così come il sole al tramonto si libera dalle nuvole squarciate e tinge di rosa l’occidente come augurio di un giorno migliore, allo stesso modo sarà per te l’aldilà.

5° atto, scena 8 = dialogo tra Adelchi e Desiderio:
I due vennero feriti a morte e portati nella tenda di Carlo Magno. Desiderio, vedendo suo figlio in quello stato, gli disse che ebbe pianificato molte cose e avrebbe voluto raccontargliele un giorno.
Adelchi gli rispose dicendogli di non lamentarsi, ormai avrebbe vissuto i suoi ultimi giorni da prigioniero, lui che fu oppressore, in quel momento divenne oppresso. La vita è un segreto e lo si capisce solo in punto di morte e quando sarebbe arrivato quel momento gli sarebbero tornati in mente solo i momenti felici in cui non fu Re, anni in cui non fu versata neanche una lacrima verso di lui, anni in cui non fece del male a nessuno. Non vi fu posto per interventi nobili e giusti, non gli restò che far torto, o subirlo. Il mondo è posseduto da una forza feroce chiamata diritto, cioè la mano insanguinata dei loro antenati, che seminò ingiustizia e la terra ormai non produsse altro che sangue. Non fu bello comandare sugli ingiusti ed egli lo provò.
Infine si rivolse a Carlo Magno, il quale fu contento in quel momento perché ebbe eliminato un futuro nemico politico e dunque fu più forte ma gli disse che anche lui sarebbe morto e in punto di morte gli sarebbero tornati in mente solo i momenti felici in cui non fu Re.

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