Adelchi


Adelchi è il prototipo dell’eroe romantico condannato alla sofferenza a causa del dissidio tra ideale e reale. È un cristiano di animo nobile e tale sua condizione si scontra, invece, con la malvagità del potere rappresentato sia dal padre Desiderio che dal nemico Carlo. Qualunque sentimento buono, puro viene oppresso dalla ragione di stato che elimina qualsiasi sentimento. Con Alfieri e il suo spirito, l’eroe romantico è colui che sfida mentre Adelchi non si erge a sfidare il potere del padre. È, piuttosto, un personaggio meditativo chiuso nella propria interiorità il cui dissidio tra ideale è reale troverà pace solo nella morte, una morte cristiana nella pace di Dio. Adelchi, per cui Manzoni usa l’epiteto “Anima bella”, viene catturato dai Franchi e, nell’atto quinto, proferisce le ultime parole al padre e a Carlo senza alcuna violenza. Sono parole di rassegnazione per una morte voluta dalla guerra. Adelchi è, quindi, la vittima degli oppressori e di coloro che sono costretti ad usare la violenza. Governare vuol dire necessariamente usare la violenza quindi la storia, che è il reale, si rivela come il regno dell’ingiustizia e della sopraffazione. A questo reale si contrappone l’ideale che, per Manzoni, è la fede in Dio. È evidente la visione pessimistica di Manzoni secondo cui la storia è violenza e sopraffazione. Il personaggio di Adelchi è simile a quello di Ermengarda, sorella di Adelchi e moglie di Carlo. Lei è stata ripudiata da Carlo e si è rifugiata in un monastero di Brescia la cui badessa è proprio la sorella. Come il fratello, Ermengarda soffre a causa del ripudio di Carlo e della guerra e così, anche lei, è l’eroina romantica lacerata dal reale, rappresentato dalla guerra che fa da sfondo alla sua tragedia personale e dall’ideale, rappresentato dalla fede. Manzoni fa una analisi di Ermengarda e la rappresenta nel monumento in cui cede ad un delirio che la porta ad una perdita totale dell’autocontrollo. Lungo l'atto che la vede protagonista, assistiamo a questo strazio provato dalla donna e il profondo amore che continua a provare per il marito. Dalla coscienza si passa alla totale incoscienza e l’unica attesa è per la morte. Per Ermengarda la attende come unico elemento che può dare pace al suo tormento. Nella fase del delirio, chiede alla sorella che, una volta morta, venga sepolta nella tomba di famiglia di Carlo, cosa impossibile perché ripudiata. Vede, addirittura, la rivale, colei che l’ha appena sostituita come donna di Carlo. Manzoni ritiene che l’irrazionalità sia molto pericolosa sia individualmente che in ambito sociale. Critica la massa che perde la ragione e si comporta come le bestie. L’essere umano deve sempre controllare le proprie pulsioni e non deve mai lasciarsi andare. Sempre alla base del suo pessimismo c’è, infatti, la certezza da parte sua che la natura umana nasca malvagia e, quindi, facilmente si lascia andare alle pulsioni commettendo gesti dannosi. Dopo l’apice del delirio di Ermengarda trova la pace nella morte, conseguenza della sua sofferenza interiore. Una parte significativa è il coro dell’atto quarto in cui si assiste alla morte cristiana dell’eroina come soluzione del dissidio interiore. Il destino di Ermengarda, in questo coro, è quello di salire a Dio. Uno dei temi fondamentali espressi dal coro ai vv.103 e 104 è quello della “Provida sventura”:le sventure subite da Ermengarda sono state provvidenziali perché l’hanno collocata tra gli oppressi e non ha rischiato di macchiarsi di colpe. Le sue sventure l’hanno condotta a Dio. La sventura diventa, quindi, provvidenziale perché è il segno della presenza di dio che mette alla prova le sue creature ma non le abbandona. Dio mette alla prova Adelchi ed Ermengarda ma non li abbandona come anche nei Promessi Sposi Renzo e Lucia. Dio, però, dimostra di esserci. La storia per Manzoni è dolore, sofferenza, potere e sopraffazione ma la presenza del Dio cristiano fa sì che gli oppressi, le vittime, gli umili si riscattino. La “Provida sventura” è un tema che ricorre anche nel Cinque Maggio in quanto è presente un Napoleone non che ha ucciso e fatto guerre ma uno esiliato e bandito e, in questo modo, è stato accolto da Dio.
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