Indice

  1. Nel “comizio” di Renzo, evidenziare le allusioni ai suoi casi personali e rintracciare nel romanzo i passi relativi
  2. La reazione degli anonimi ascoltatori al discorso di Renzo
  3. L’interno “fiammingo” dell’osteria
  4. Sottolineare i gesti di Renzo e l’intonazione delle parole che denunciano la sua progressiva perdita di controllo
  5. Riflessione sul termine “poeta”
  6. Babilonia di discorsi che cosa significa? Di che figura retorica si tratta?

Nel “comizio” di Renzo, evidenziare le allusioni ai suoi casi personali e rintracciare nel romanzo i passi relativi

Dopo il tumulto, l’assalto al forno delle crucce e all’abitazione del vicario, la folla si disperde. Renzo si intromette in un crocchio e pronuncia una sorta di “comizio” in cui, facendo un continuo riferimento alle vicende personali, invoca una giustizia uguale per tutti.
Occorre premettere che negli ultimi due capitoli, lo scrittore ha spostato spesso la sua attenzione dalla folla a Renzo, ma questa volta lo spostamento di attenzione non ha un carattere provvisorio e non dà luogo ad un’alternanza narrativa tra Renzo e la folla. Il capitolo XIV e i tre che seguono sono tutti riservati al giovane. Renzo si sente protagonista della giornata memorabile dell’ 11 novembre, soprattutto per l’aiuto fornito a Ferrer. Egli esordisce attirando l’attenzione del suo pubblico, sostenendo che i soprusi dei nobili non si hanno soltanto nell’episodio del pane. Se vogliamo che le cose vadano meglio, occorre che il popolo faccia sentire con coraggio la propria voce. Con un tono ironico ricorda che esiste un gruppo di tiranni che se ne infischiano degli insegnamenti impartiti da Dio a Mosè tramite i Dieci Comandamenti (dettaglio che indica la cultura religiosa di Renzo impartitagli nella parrocchia); essi hanno sempre ragione, anzi quando combinano un misfatto più grave non esitano ad esserne più orgogliosi (chiaro riferimento al sopruso e alla tracotanza di don Rodrigo e al comportamento di quest’ultimo assunto dopo l’incontro con Padre Cristoforo). Il riferimento a don Rodrigo si ha anche nel sostenere che un nobile che vive un po’ in campagna e un po’ a Milano, combinerà dei misfatti ovunque. A questo punto, ecco ricordare il ruolo di coloro che conoscono le leggi (Azzecca-garbugli): le leggi per punire questi sopraffattori esistono; davanti alla legge sono tutti uguali (ricordo dell’espressione del cap. III “ feudatari, nobili, borghesi, vili e plebei), però la persona umile che ha subito un sopruso e si rivolge ad un conoscitore della legge affinché gli sia fatta giustizia, non viene nemmeno ascoltata. In pratica, chi governa vorrebbe che chi infrange la legge fosse punito, ma non si arriva mai a nulla perché esiste una sorta accordo. Qui Renzo ricorda più che mai le proprie vicende personali =(Azzecca-garbugli che quando capisce di dover prendere le difese di un umile contro un potente, fa marcia indietro) e, pur rivendicando una legge uguale per tutti, è un legalitario, cioè è un uomo d’ordine che ha fiducia nel re e in coloro che comandano per restaurare la giustizia.

La reazione degli anonimi ascoltatori al discorso di Renzo

La maggior parte degli uditori approva il discorso di Renzo ed arriva perfino ad applaudire, aggiungendo frasi come “”bravo”, “sicuro, ha ragione”, “è vero, purtroppo”. Qualcuno, però emette anche delle critiche, sostenendo che si tratta di un discorso da montanaro, assai semplice e che, comunque, a chiedere troppo non si potrà mai ottenere il pane. Renzo però, fa attenzione soltanto ai complimenti e alle stette di mano.

L’interno “fiammingo” dell’osteria

Renzo, abituato com’è alle osterie, su indicazione e in compagnia di una guida casuale e a lui sconosciuta, vista l’insegna de “La Luna piena”, vi entra con una certa baldanza: ha fatto un bel discorso in piazza sul modo con cui avrebbe dovuto essere amministrata la giustizia e se ne sente fiero. Quindi, con un cero orgoglio e sicurezza di sé si siede a capotavola, che è il posto più in vista. L’ambiente dell’osteria ricorda le tele dei pittori fiamminghi. Di per sé oscuro, viene rischiarato da due lumi a mano attaccati ad una trave. Intorno ad una tavola stretta e lunga sono state poste due panche su cui siedono gi avventori. Una caratteristiche delle opere fiamminghe è la ricchezza di dettagli, proprio come nella descrizione della stanza: tovaglie, piatti, dadi buttati e raccolti, fiaschi e bicchieri e ovunque monete di vario tipo. L’oste se ne sta seduto vicino al camino nell’intento di divertirsi con la cenere, ma con l’orecchio ben attento a quanto di dice e si fa nella stanza. Nell’insieme il tutto è caratterizzato da contrasti di luci e di ombre come nelle opere del Caravaggio; si tratta di un sottofondo milanese a cui si può attribuire anche un valore simbolico di amoralità e di vizio, rappresentato dai fiaschi e dai dadi.

Sottolineare i gesti di Renzo e l’intonazione delle parole che denunciano la sua progressiva perdita di controllo

Quando la guida dice che se comandasse lui, troverebbe il verso di far andare le cose per il verso giusto, Renzo interessato lo guarda con “due occhietti più brillanti del dovere”, cioè gli occhi sono più lucidi perché Renzo si sta ubriacando. E storce la bocca come se volesse stare più attento. Da qui in poi è tutto un crescendo;
• Sulla scia di quello che dice la guida, si lascia scappare nome e cognome, aggiunge che non ha famiglia e che è in procinto di sposarsi. E’ anche sul punto di fare il nome di padre Cristoforo, ma si ferma in tempo.
• Poi batte i pugni sul tavolo ed alza la voce per sostenere l’idea esposta dalla falsa guida per garantire il pane a tutti.
• Renzo continua a bere e a parlare col suo interlocutore anche se costui ha lasciato l’osteria
• Il modo di articolare i suoni cambia (“ spiccando le parole in un certo modo particolare”)
• Imbastisce, allora, un discorso senza senso sul fatto che il bicchiere di vino versato per la guida è stato rifiutato e ne approfitta per vuotarlo con un solo sorso.
• Piano piano, Renzo non riesce più a finire una frase o a collocare le parole nell’ordine giusto perché il pensiero gli si annebbia
• La pronuncia si fa lenta e solenne, dimostrando così uno squilibrio che si concretizza negli atteggiamenti sproporzionati e nell’insistenza del verbo “gridare”
• Chiama l’oste e fissa lo sguardo verso dove esso non era più
• Il discorso si fa sempre più sconclusionato, le frasi sconnesse e gli occhi diventano sempre più lustri e inumiditi.
Gli avventori approfittano della situazione per divertirsi; stuzzicano Renzo con delle domande sciocche e grossolane in modo che egli diventa ben presto lo zimbello di tutti. Renzo, ormai preso dai fumi dell’alcool un po’ stava al gioco, un po’ rispondeva, ma sempre a sproposito.

Riflessione sul termine “poeta”

Quando uno dei giocatori esce con la trovata dei “signori che mangian l’oche e si trovano lì tante penne che qualcosa bisogna che ne facciano” e quindi si mettono a scrivere delle grida che nessuno rispetta, tutti si mettono a ridere. E Renzo esclama scoprendo fra gli avventori un poeta: “To’, è un poeta costui…”e si scopre poeta: N’ho una vena anch’io”. Manzoni definisce l’intervento di Renzo una stupidaggine ma prima ci fornisce la spiegazione del termine. Per il popolo milanese e soprattutto nella campagna, il poeta è colui che dà prova di un modo di ragionare bizzarro, un po’ balzano che esprime idee più argute e singolari che ragionevoli. Questa spiegazione è densa di significato ed indica un cambiamento sostanziale del concetto di poeta. Il “poeta” viene svuotato di ogni elemento classico, razionale, legato al mondo delle Muse per richiamare una poesia irrazionale, vicina a quella del Romanticismo. Importante è anche l’osservazione che segue; dice Renzo “Oggi si è fatto tutto in volgare”, cioè senza tanti latinismi, senza termini aulici, con molta sincerità e anche tanta umiltà In pratica è come si fosse fondato un nuovo modo di scrivere e di essere poeta: cioè scrivere come si è soliti parlare.

Babilonia di discorsi che cosa significa? Di che figura retorica si tratta?

Renzo si trova all’interno dell’osteria, piena di avventori che commentano e discutono quanto è avvenuto in città durante la rivolte e l’assalto ai forni. Ognuno dice la sua, ma nessuno ascolta l’altro e nell’insieme si viene a creare un enorme caos in cui diventa impossibile comunicare. Babilonia o Babele è una città riportata nella Bibbia, simbolo di confusione linguistica e di peccato. Ci troviamo di fronte ad una metafora, simbolo di una società che non è capace di comunicare correttamente e in cui la parola può diventare anche un potente mezzo di strumentalizzazione.

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