Una storia semplice, Leonardo Sciascia


La sera del 18 marzo 1989 l'ufficio della polizia di Monterosso ricevette una telefonata da Giorgio Roccella, un uomo che chiese una visita da parte della polizia a casa sua.
Il giorno successivo due agenti decisero di andare a controllare ma una volta arrivati trovarono qualcosa di inaspettato. Trovarono infatti l'uomo morto, con la testa appoggiata alla scrivania e un foro di pistola tra la tempia e la mandibola.
Immediatamente i poliziotti pensarono che l'uomo si fosse suicidato poiché trovarono la pistola a terra alla sua destra ma il brigadiere smentì questa teoria; infatti si accorse che la mano del cadavere non penzolava, al contrario fermava un foglio in cui era scritta la frase “Ho trovato.”.
Il comandante e il brigadiere formularono quindi un'altra ipotesi, ovvero che il signor Roccella avesse trovato qualcosa di inaspettato e proprio mentre stava per scriverlo sentì bussare alla porta. Pensando che fosse la polizia aprì, ma si trovò di fronte al suo assassino.

Evoluzione degli eventi


Dopo poco arrivò anche la scientifica che prese le impronte nella pistola.
In questura scoprirono che la vittima, Giorgio Roccella, si era trasferito ad Edimburgo dove viveva con il figlio ed era tornato a Monterosso dopo quindici anni.
Nel frattempo la polizia interrogò Carmelo Franzò, amico dell'uomo, il quale raccontò che il signor Roccella era tornato in Italia per lavorare su alcune lettere del suo bisnonno a Garibaldi e Pirandello.
Raccontò anche che quel sabato sera ricevette una telefonata dal suo amico che gli diceva di aver trovato in casa sua un antico dipinto scomparso mesi fa.
Intanto a Monterosso accadde un fatto sconvolgente, un omicidio alla stazione.
I due cadaveri furono scoperti dal guidatore di una Volvo che era andato a controllare cosa fosse successo poiché il semaforo era rimasto rosso per molto tempo e aveva bloccato la strada.
Dapprima la polizia, pensando che l'uomo fosse il colpevole dell'omicidio, lo interrogò.
Egli raccontò che, una volta arrivato alla stazione, bussò alla porta dell'ufficio e il presunto capostazione gli aprì. Vide dietro il capostazione altri due uomini che arrotolavano un tappeto, che in realtà era il quadro scomparso.
Arrivarono la moglie e il figlio del signor Roccella, che si incontrarono nell'ufficio del questore.
Nell'interrogatorio il figlio nominò il prete, Padre Cricco, e disse che si occupava di comunicare al proprietario lo stato della casa, così la polizia lo interrogò per capire se il prete possedeva le chiavi del villino, ricevendo una risposta negativa.
La polizia e i familiari della vittima si recarono nella casa. La prima cosa che il brigadiere notò fu l'odore pungente che proveniva dalla casa.
Proprio quando la polizia riuscì ad arrivare a un rapporto finale, il brigadiere smascherò il vero colpevole del delitto, il commissario, grazie a un particolare a cui aveva fatto caso. Il commissario infatti diceva di non essere mai stato nel villino eppure riuscì a trovare la luce delle scale al primo colpo, anche se era un po' nascosta.
Una volta capito di essere stato smascherato, il commissario tentò di sparare al brigadiere, che lo precedette e uccise il commissario.
Fu scoperto che il commissario trafficava droga e opere d'arte in quella casa.
Fu allestita la camera ardente e molte persone vi si recarono, tra cui l'uomo della Volvo, il quale vide Padre Cricco che gli sembrò familiare.
Una volta messo al volante, l'uomo, capì che il prete in realtà era il presunto capostazione e capì quindi che anche lui era un complice ma decise di non denunciarlo per non essere trattenuto in questura di nuovo.
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