Video appunto: Il Sentiero dei Nidi di Ragno - Italo Calvino (9)

Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino



“Il sentiero dei nidi di ragno” è il primo romanzo dello scrittore italiano Italo Calvino, pubblicato nel 1947 quando l’autore aveva appena 23 anni.
L’autore nacque a Cuba nel 1923 da genitori italiani, che vi si trasferirono, seppur per pochi anni, dopo la Grande Guerra.
Tornati in Italia, Calvino visse una vita agiata. I suoi genitori erano contrari al fascismo, ma per necessità furono costretti ad adeguarsi. Presto anche il giovane Italo scoprì in sé un certo disprezzo per il regime, che lo portò, nel 1944, a prendere parte alla lotta partigiana. Terminata la guerra Calvino poté liberamente iniziare la sua carriera letteraria, pubblicando nel 1947 “Il sentiero dei nidi di ragno”. Aderì al Partito Comunista, frequentò la Facoltà di Lettere di Torino, conobbe Cesare Pavese, che fu per lui un grande modello culturale e umano, collaborò con numerosi periodici e giornali che contribuirono a far conoscere la sua letteratura in tutta Italia. Calvino seguì molte delle principali correnti letterarie sviluppatesi nella seconda metà del Novecento, ma si tenne sempre a una certa distanza da esse, svolgendo quindi un percorso di ricerca artistica personale. Tra le sue opere più importanti si possono citare “Il visconte dimezzato”, “Fiabe Italiane”, “Il Barone Rampante”, “Il Cavaliere inesistente”.
Morì a causa di un’emorragia cerebrale seguita a un precedente ictus nel 1895, all’età di sessantuno anni.

In questo romanzo Calvino cerca di illustrare la situazione in Italia ai tempi dell’occupazione nazi-fascista e della lotta partigiana, anche se con una prospettiva inusuale e diversa dal solito: un narratore esterno racconta in terza persona la vicenda guardando il mondo con gli occhi di un bambino. Il protagonista di questa storia infatti è Pin, un bambino di circa dieci anni. Vive a Sanremo con sua sorella, la Nera di Carrugio Lungo, una prostituta, senza genitori. Pin non ha alcun amico della sua età, principalmente perché a lui non piacciono i bambini (tantomeno essere considerato un bambino), ma anche perché spesso viene escluso dai suoi coetanei. Perciò si reca sempre all’osteria del paese, dove ha fatto amicizia con molti uomini che gli offrono vino e sigarette quando lui li fa divertire, cantando e facendo battute spesso oscene su chiunque. Un giorno questi uomini decidono di organizzare un gap e Pin, sebbene non sappia di che cosa si tratti, vuole partecipare; per provare la sua fedeltà viene quindi sfidato a rubare la pistola a un marinaio tedesco che spesso va a letto con sua sorella. Pin quella notte riesce a sottrarre la pistola al marinaio, ma poi decide di tenerla tutta per sé e, dopo aver sparato un colpo, la nasconde in un nido di ragno. Poco più tardi viene sorpreso e arrestato da un ufficiale tedesco. Viene condotto in prigione, dove viene interrogato e picchiato; qui conosce Lupo Rosso, un famoso partigiano. Insieme riescono a scappare; durante la fuga però si separano e Pin resta solo. Poco più tardi incontra Cugino, un altro partigiano, che lo conduce all’accampamento della divisione partigiana comandata dal Dritto. Qui viene accolto e fa amicizia con molti partigiani: Mancino, sua moglie Giglia, i quattro cognati Duca, Conte, Marchese e Barone, Pelle e molti altri. Il Dritto è un comandante temuto, ma in pochi lo apprezzano. Una sera, mentre Pin canta una canzone, Dritto e Giglia, tra i quali c’è una certa attrazione, si distraggono scambiandosi occhiate amorevoli; senza che nessuno se ne accorga, il fuoco -che usano per cucinare e scaldarsi- cresce a dismisura fino a bruciare della paglia e di conseguenza tutto l’edificio. L’indomani il comandante Ferriera e il commissario Kim si presentano al nuovo accampamento: devono dare indicazioni circa la battaglia del giorno seguente, che sarà decisiva e coinvolgerà diversi distaccamenti, ma anche per discutere con il Dritto dell’incidente avvenuto la sera prima, che ha allertato i nemici e provocato molti danni. Il Dritto non gode di molta stima, in particolare presso gli alti ranghi dei partigiani: il commissario Kim gli dà un’ultima occasione di riscatto, dandogli la possibilità di combattere il giorno seguente. Tuttavia l’indomani il Dritto decide di non partecipare alla battaglia e mentre gli altri uomini sono sul campo ad attendere i tedeschi va a letto con Giglia. Quella sera due ufficiali partigiani vengono a prelevare il Dritto, che probabilmente viene poi fucilato per l’incendio e la mancata partecipazione alla battaglia. Pin, arrabbiato per essere stato trattato male dal Dritto, decide di andarsene; torna a casa di sua sorella, che lo accoglie; qui trova la pistola che aveva sottratto al marinaio tedesco, che era stata trovata e regalata da Pelle, uno dei partigiani del Dritto, poi unitosi alla Brigata Nera. Una volta ottenuta la pistola Pin scappa e torna nel bosco; qui incontra Cugino, che è incuriosito e si lascia insegnare da Pin come i ragni fanno il nido: finalmente Pin ha trovato l’amico che ha cercato per tutta la vita, l’amico con cui condividere tutti i pensieri, che sapesse confortarlo in momenti di tristezza, che lo proteggesse dalle sue paure, un amico a cui rivelare un segreto che poteva essere confessato solo a una persona molto speciale: il sentiero dei nidi di ragno.

Il romanzo segue una narrazione cronologicamente progressiva, che ripercorre nel corso delle pagine i vari incontri e le avventure vissute da Pin. Tuttavia, nel libro è presente una grande e importante eccezione a questo schema narrativo: il capitolo IX infatti vede come protagonista il commissario Kim, che passeggiando per i boschi insieme al comandante Ferriera si addentra in una minuziosa riflessione sul mondo, sull’Italia, sul senso di questa lotta incessante che si sta combattendo, sullo scopo che, agli estremi opposti, fascisti e partigiani vogliono perseguire. Kim è uno studente di medicina, con un enorme desiderio di logica, di certezza; nonostante questo però “la sua mente si affolla a ogni istante di interrogativi irrisolti”. È affascinato dal genere umano, dai pensieri degli uomini e nel corso di questa riflessione in una notte illuminata dalle stelle ci confessa che la divisione partigiana appena visitata è in realtà un esperimento sociale. Nella divisione del Dritto infatti Kim ha inserito i peggiori partigiani che avesse: quelli meno affidabili, meno devoti alla causa, tutti nello stesso gruppo. Eppure, ci dice il commissario, questo è il distaccamento di cui è più contento. Questi sono uomini e criminali comuni, che si adagiano nelle piaghe della società e riescono a condurre una vita mediocre arrangiandosi con quello che trovano, senza schierarsi; non hanno nulla da difendere o da cambiare, in loro non può germogliare un’idea rivoluzionaria. Commentando la diserzione di Pelle, che ha lasciato i partigiani per unirsi alla brigata nera, Kim dice “Basta un nulla per salvarli o per perderli. Questo è il lavoro politico: dare loro un senso”. Gli uomini del Dritto non hanno bisogno di ideali, loro lottano per un riscatto privato, personale. Il Cugino, ad esempio, combatte per riscattarsi dal tradimento di una donna, che lo aveva denunciato alla brigata nera. Il piccolo Pin, invece, combatte per non essere più solo il fratello di una prostituta, lotta per diventare qualcuno, per sentirsi accettato; ma lui questo non lo sa, è ancora troppo piccolo per comprendere. Attraverso il monologo di Kim, nel quale Ferriera si inserisce di tanto in tanto per esprimere perplessità o curiosità, Calvino cerca di spiegare una questione molto delicata: in cosa sono diversi fascisti e partigiani? Di ideali ne hanno anche i fascisti, anche loro combattono un’estenuante guerra civile, anche loro sparano e uccidono. Tuttavia i motivi che spingono le due fazioni a comportarsi così sono opposti. I partigiani stanno dalla parte del riscatto, per liberare sé stessi, i loro figli; da parte loro niente va sprecato, nessuno sparo, nessuna morte è vana: ogni gesto è un piccolo passo per la costruzione di un mondo senza violenza, senza rabbia, un mondo libero, in cui si possa scegliere di non essere cattivi. I fascisti invece nella Storia si schierano dalla parte dei gesti perduti, dell’inutile violenza: loro non combattono per riscatto o per liberazione, ma per ripetere e perpetrare quell’odio e quella violenza; anche se vincessero la battaglia contro i partigiani, con il passare del tempo ci si ritroverebbe di nuovo a quel punto, con una Resistenza che i fascisti cercherebbero di sradicare nuovamente usando odio e violenza. I partigiani combattono per redimersi, i fascisti per restarne schiavi. Servendosi del Commissario Kim, Calvino cerca di fornire una risposta, una dimostrazione del fatto che anche i partigiani, come i fascisti, hanno sbagliato. Ovviamente hanno sbagliato, sono umani, ma ciò che li distingue dai fascisti e li pone su due fronti diversi della Storia è il motivo per cui combattevano: non per continuare l’abuso, ma per fermarlo. Perché questo, secondo Kim, è il vero significato della lotta: una spinta di riscatto umano da tutte le nostre umiliazioni. Il lavoro politico della Resistenza è questo, utilizzare la miseria umana contro sé stessa, per redimersi, al contrario dei fascisti che sfruttano la miseria per generare altra miseria, ponendo l’uomo a combattere contro l’uomo.
Questo capitolo è senz’altro l’apice del romanzo, il punto più alto della narrazione: non stiamo più leggendo le peripezie e gli incontri del piccolo Pin, stiamo ascoltando una profonda riflessione sul genere umano, sul senso della lotta, sul perché migliaia di uomini, persone comuni, abbiano scelto di dire no, di Resistere.

Nonostante un incipit tutt’altro che divertente, dal momento che il libro si apre con una lunga, complicata e, devo dire, anche noiosa prefazione -scritta dallo stesso Calvino diversi anni dopo la pubblicazione del libro per spiegare meglio le sue intenzioni e fare alcune precisazioni sui suoi ideali e quelli presentati nel corso della storia- il romanzo nel complesso mi è piaciuto: la narrazione in generale è scorrevole, anche se in certi punti diventa un po’ lenta e di non facile comprensione, a causa di dialoghi con una parlata a volte dialettica e del linguaggio dell’autore, che comprensibilmente è molto differente da quello attuale. Lo consiglio a chi ama i romanzi storici o i racconti che trattano in generale il tema della guerra, anche se a mio parere non è adatto a tutti, per via appunto del linguaggio, di ragionamenti e riflessioni talvolta complicati o del ritmo narrativo, che può scoraggiare molti dal proseguire la lettura.