SCHEDA DI LETTURA

IL PIACERE GABRIELE D’ANNUNZIO

L'autore de “Il Piacere” è lo scrittore e drammaturgo Gabriele D’Annunzio, principe di Montenevoso, nato a Pescara nel milleottocentosessantatré, considerato il maggior esponente della corrente letteraria del Decadentismo. Non tarda a manifestare un carattere ambizioso e privo di complessi e inibizioni, tanto da pubblicare giovanissimo “Primo vere”, una raccolta di poesie che ebbe presto successo. Dopo aver concluso gli studi liceali, accompagnato da una notorietà in continua ascesa, giunge a Roma, dove si iscrive alla Facoltà di Lettere. Nel rapporto con il particolare ambiente culturale e mondano della capitale comincia a forgiarsi il suo stile raffinato e comunicativo, la sua visione del mondo e il nucleo centrale della sua poetica. La buona accoglienza che trova in città è favorita dalla presenza di un folto gruppo di scrittori, artisti, musicisti, giornalisti di origine abruzzese. Adattatosi al lavoro giornalistico per esigenze economiche, è attratto alla frequentazione della Roma bene dal suo gusto per l'esibizione della bellezza e del lusso. Nel milleottocentottantatré sposa, con un matrimonio di riparazione, la duchessa di Gallese Maria Hardouin, dalla quale ha tre figli, Mario, Gabriele Maria e Ugo Veniero. Ma il matrimonio finisce in una separazione legale dopo pochi anni per le numerose relazioni extraconiugali di D'Annunzio, tra cui quella con Maria Gravina, da cui ha la figlia Renata. Il grande successo letterario arriva con la pubblicazione del suo primo romanzo, “Il Piacere” nel milleottocentoottantanove, incentrandosi sulla figura dell'esteta decadente, inaugurando una nuova prosa introspettiva e psicologica che rompe con i canoni estetici del naturalismo e del positivismo. Viene presto a crearsi attorno alla figura di D'Annunzio un vasto pubblico condizionato non tanto dai contenuti, quanto dalle forme e dai risvolti divistici delle sue opere e della sua persona. Egli inventa uno stile immaginoso e appariscente di vita da grande divo, con cui nutrisce il bisogno di sogni, di misteri, di oggetti e comportamenti ammirevoli che stava connotando in Italia la nuova cultura di massa. Trasferitosi a Napoli, comincia una relazione epistolare con l’attrice Eleonora Duse. Dopo averla conosciuta personalmente, D’annunzio si trasferisce a Firenze, per vivere accanto alla sua nuova compagna, affittando la villa “La Capponcina”, divenuto il monumento del gusto estetico decadente. Tornato nella terra natia, successivamente si sposta in Grecia, che visita nel corso di un lungo viaggio. Nel milleottocentonovantasette prova l’esperienza politica, eletto deputato della destra, passa da subito nelle file della sinistra. Nel millenovecentodieci si trasferisce in Francia, per evitare i creditori italiani. Tornato in Italia, conduce un’intensa propaganda interventista e partecipa alla prima guerra mondiale. Nell'immediato primo dopoguerra D'Annunzio si fa portatore di un vasto malcontento, insistendo sul tema della vittoria mutilata e chiedendo il rinnovamento della classe dirigente italiana. La stessa onda di malcontento trova ben presto un sostenitore in Benito Mussolini, che porta all’ascesa del fascismo in Italia. Deluso dall’esperienza di Fiume, si ritira in un’esistenza solitaria presso il Vittoriale degli Italiani. Muore nel millenovecentotrentotto per un’emorragia celebrale. Ai funerali di stato, voluti in suo onore dal regime fascista, la partecipazione popolare è imponente. E’ sepolto nel museo del Vittoriale.

La produzione di Gabriele D’annunzio, comprendente sia romanzi che raccolte di liriche, è vastissima. Le sue opere più famose sono “Primo vere” del 1879, “Il Piacere” del 1888, “Il Fuoco” del 1900, “Laudi” del 1903 e “Il Notturno” del 1916.
Il romanzo “Il Piacere”, ricco di elementi biografici, scritto a Francavilla al Mare nel milleottocentottantotto, appartiene al ciclo narrativo “I romanzi della Rosa”, insieme a “L’innocente” e “Il trionfo della morte”. Il romanzo introduce nella cultura italiana di fine Ottocento, con le vicende di Andrea Sperelli, la corrente decadentista ed esteta. Il protagonista, infatti, intende “fare della propria vita come si fa un’opera d’arte”. Ne “Il Piacere” è ravvisabile una fitta rete di rimandi a vari modelli letterari e artistici, legati sia all’ambiente romano in cui il poeta era inserito, sia alla lettura di autori a lui contemporanei, per lo più francesi e inglesi, da Baudelaire a Wild, senza tralasciare l’estetica preraffaelita. Importanti le relazioni con l’Ottocento inglese e con i massimi esponenti della Romantic Age, come Samuel Taylor Coleridge, John Keats, Lord George Byron e Percy Bysshe Shelley, ai quali fanno continuo riferimento i protagonisti del romanzo ricordando passi delle loro opere.

COMPRENSIONE DEL TESTO
Il romanzo “Il Piacere” si compone di quattro macro-sequenze. La prima, dal titolo “Partono leggieri e pronti dal petto i miei pensieri”, comprende le prime centoventisette pagine e ci presenta il protagonista dell'opera: Andrea Sperelli. La scena si apre il trentuno dicembre milleottocentottantasei quando il giovane aristocratico aspetta con ansia il ritorno a Roma dell’amante Elena Muti nella sua casa a Palazzo Zuccari. Nell'attesa la memoria rievoca la scena del loro accorato addio, avvenuto due anni prima, su una carrozza in via Nomentana: (pag. 18) “Andrea non parlò più. Egli sentiva ora tutto il suo essere mancare in un abbattimento infinito. La puerile debolezza della sua natura, sedata la prima sollevazione, gli dava ora un bisogno di lacrime. Egli avrebbe voluto piegarsi, umiliarsi, pregare, muovere la pietà della donna con le lacrime. Aveva la sensazione confusa e ottusa di una vertigine; e un freddo sottile gli assaliva la nuca, gli penetrava la radice dei capelli. –Addio.- ripeté Elena.” Quando Elena arriva sotto l’arco della Porta Pia rivive il ricordo, la passione e il moderno distacco e spasimo. La donna spiega il motivo per cui ha accettato l’invito di Andrea: (pag. 32) “son venuta perché tu m’hai chiamata. Per l’amore d’una volta, per il modo con cui quell’amore fu rotto, per il lungo silenzio oscuro della lontananza, io non avrei potuto senza durezza ricusare l’invito. E poi, io voleva dirti quel che t’ho detto: ch’io non sono più tua, che non potrò essere tua mai più. Volea dirti questo, lealmente, per evitare a te e a me qualunque inganno doloroso, qualunque pericolo, qualunque amarezza, nell’avvenire. Hai inteso?”. Ma da subito egli risponde con un pressante corteggiamento. Il giorno seguente i due si incontrano una seconda volta e Andrea, venuto a conoscenza di una malattia di Elena, chiede e conquista il permesso di essere ricevuto nei suoi appartamenti, in un'atmosfera passionale e rievocativa. Comincia così un nuovo idillio amoroso che nei mesi successivi unisce i due sullo sfondo della Roma bene. Una sera Elena però annuncia la sua incombente partenza, e il loro inevitabile distacco. Dopo l'abbandono, Andrea affonda nella spasmodica ricerca del piacere, conquistando un gran numero di nobildonne romane; si innamora, infine, di Ippolita Albònico. Ingelositosi l'amante di lei, Giannetto Rutolo, nasce un duello di scherma durante il quale Andrea subisce una grave ferita: (pag. 127) “ferita toracica, al quarto spazio intercostale destro, penetrante in cavità, con lesione superficiale del polmone.”.

La seconda sequenza, dal titolo “Così partia le rose e le parole”, si conclude a pagina duecentodiciannove. Ospitato dalla cugina Francesca di Ateleta nella villa di Schifanoja, Andrea esce da un lungo coma e inizia la convalescenza, in un vincolo mistico con la natura, l’arte, il culto della bellezza e l’estetismo. La cugina Francesca è raggiunta presso la villa dall’amica Maria Ferres, moglie dell’ambasciatore del Guatemala, con la figlia Delfina. Andrea è subito sedotto dalla donna e la loro amicizia diventa sempre più intensa, finché il giovane dichiara il suo amore a Maria, che però non risponde: (pag. 177-178) “Io amo tutte quelle cose che voi amate; voi possedete tutte quelle cose che io cerco. La pietà che mi venisse da voi mi sarebbe più cara della passione di qualunque altra. La vostra mano sul mio cuore farebbe, sento, germinare una seconda giovinezza, assai più pura della prima, assai più forte. Quell’eterno ondeggiamento si riposerebbe in voi.”. Intanto Maria inizia a trascrivere su un diario i suoi umori, le sue considerazioni e i turbamenti d'amore per Andrea, da cui non vuole lasciarsi vincere durante il serratissimo corteggiamento. Ma finalmente, durante una cavalcata nella pineta nei pressi di Schifanoja, la donna cede: (pag. 208) “-Ditemi che mi amate!- egli ripeteva, ostinatamente, senza pietà. –Ditemi che mi amate!-. Nella terribile esasperazione datami dalla sua voce incalzante, io credo che dissi, non so se con un grido o con un singulto, fuori di me: -Vi amo, vi amo, vi amo!-.”. Ma nei giorni successivi, tornato il marito di Elena, avviene la separazione tra i due amanti.
La terza sequenza, dal titolo “And forget me, for I can never be thine!”, si conclude a pagina trecentotre. Rientrato a Roma, insoddisfatto e pieno di amarezza, Andrea rincontra Elena Muti. L'interesse per l'antica amante si contrappone con l’attrazione per Maria, ingenua semplicità e fragilità, provocano un forte turbamento nel suo spirito. Tenta così di incontrare Elena ma la presenza del marito lo fa fuggire. Arrivata a Roma anche Maria Ferres, Andrea la riempie di nuove e forti attenzioni. Frattanto, Elena invita Andrea ad accompagnarla in carrozza e durante il tragitto la donna lo bacia intensamente. Ma Andrea è deciso a dare caccia senza tregua alla sola Maria, che sembra ricambiare il sentimento amoroso. La donna, intanto, cede sempre più all'amore e finalmente bacia Andrea.
L'ultima sequenza, con il titolo “Pro amore curriculum. Pro amore cubiculum”, si conclude a pagina trecentoquarantadue. Andrea viene a sapere della rovina del marito di Maria, sorpreso a barare al gioco. La donna, costretta a partire, appare forte al pensiero di doversi allontanare e separarsi dall'amato, promettendo fedeltà. Andrea, intanto, vede Elena uscire di casa per andare dal nuovo amante. Scosso e amareggiato, torna a palazzo Zuccari, dove, durante l'ultima notte d'amore con Maria, pronuncia inavvertitamente il nome di Elena. Maria, con orrore, lo lascia. Il romanzo si conclude con l'asta dei mobili appartenuti ai Ferres, dove Andrea sconfitto vive il “dissolvimento del suo cuore”, tra la vista di Elena e dei suoi amici e il ricordo delle stanze dove era stavo vissuto e consumato l’amore con Maria. Egli è completamente svuotato, come ormai l’appartamento dei Ferres; poiché il piacere è l’agonia dell’ideale aristocratico di bellezza, vacuità e decadenza della società aristocratica, infettata dall’edonismo, dacché il valore dell’utilità ha sostituito quella della bellezza.
Nel romanzo di Gabriele D’Annunzio emergono molteplici tematiche, riconducibili al binomio vita e arte, reminiscenza da Oscar Wilde. Il culto profondo e appassionato dell’arte diventa per Andrea Sperelli l’unica ragione di vita, tirato in gioco anche nei rapporti con Elena Muti e Maria Ferres, perché egli è convinto che la percettibilità artistica rischiari le percezioni e afferri nelle esteriorità le linee invisibili, apprenda il lieve, predica i pensieri nascosti della natura. Il protagonista, nel corso delle sue vicende travagliate, afferma: ( da pag. 40) “Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita di un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui. (…) Gli uomini che vivono nella Bellezza, conservano sempre, anche nelle peggiori depravazioni, una specie di ordine. La concezione della Bellezza è l’asse del loro essere interiore, intorno a cui tutte le loro passioni ruotano.” Inoltre, non mancano puntualizzazioni riguardo il tema principale del romanzo, l’amore, e il pubblico di riferimento: (pag. 57) “In una società democratica come è la nostra, l’artefice di prosa o di verso, deve rinunziare ad ogni beneficio che non sia l’amore. Il lettor vero non è già chi mi compra ma chi mi ama. Il lettor vero è dunque la dama benevolente. Il lauro non ad altro serve che ad attirare il mirto. La vera gloria è postuma e quindi non godibile.”. Impossibile non notare i rapporti con il “Preface to the Picture of Dorian Gray”, ovvero l’appendice del capolavoro di Oscar Wilde, manifesto del British Aestheticism. Wilde afferma:“The artist is the creator of beautiful things”( L’artista è il creatore di cose meravigliose.); “The moral life of man forms part of the subject matter of the artist, but the morality of art consist in the perfect use of an imperfect medium.”( La vita morale dell'uomo fa parte della materia dell'artista, ma la moralità dell'arte consiste nell'uso perfetto di un mezzo imperfetto.); “The artist is in accord whit himself”( L’artista è in relazione con se stesso.).


ANALISI DEL TESTO

Il protagonista del romanzo di Gabriele D’Annunzio è ovviamente il conte Andrea Sperelli-Fieschi D’Ugenta, ritratto dell’esteta di fine Ottocento, affine al barone Des Esseintes di Huysmans e al dandy Dorian Gray di Wilde. L'oro, i petali rossi di una rosa sul corpo di una donna, gli amori e le passioni travolgenti, il piacere, le passeggiate a cavallo nella pineta, il mare, lo sguardo puro di lei, l'horror vacui. Questo è il barocco, è il troppo, l'eccesso che è male di vivere, è nostalgia dell'Olimpo, è uno sguardo rivolto a qualcosa di più nobile e più grande della nostra vita. Andrea Sperelli è alla continua ricerca di questo qualcosa, una ricerca febbrile che lo conduce nei meandri dell'arte, del sesso, della passione sfrenata per una donna, per un oggetto, a volte semplicemente per un'idea, magari l'idea di una rinascita spirituale che si incarna in un'altra donna, Maria. Tuttavia è Elena il soggetto dei continui turbamenti e dei desideri. Andrea è un eroe passivo ed eccentrico, un amante voluttuoso ed egocentrico, un esteta di fine secolo a contatto con una società nascente, una società in cui non v'è più posto per i nobili, per i finissimi ricercatori del gusto estetico, ma soltanto per i lerci locali in cui i rigattieri acquistano l'aristocratica mobilia a poco prezzo. (pag. 19-20) “Egli aveva in se qualcosa di Don Giovanni e di Cherubino: sapeva essere l’uomo d’una notte erculea e l’amante timido, candido, quasi verginale. La ragione del suo potere stava in questo; che, nell’arte di amare, egli non aveva ripugnanza ad alcuna finzione, ad alcuna falsità, ad alcuna menzogna. Gran parte della sua forza era nella ipocrisia.”. Descrivendo Andrea Sperelli, D’annunzio aggiunge: (pag. 39-40-42-43) “Egli era, per così dire, tutto impregnato di arte. La sua adolescenza, nutrita di studii varii e profondi, parve prodigiosa. Egli alternò, fino a vent’anni, le lunghe letture coi lunghi viaggi in compagnia del padre e potè compiere la sua straordinaria educazione estetica sotto la cura paterna, senza restrizioni e constrizioni di pedagoghi. Dal padre appunto ebbe il gusto delle cose dell’arte, il culto passionato della bellezza, il paradossale disprezzo de’ pregiudizi, l’avidità del piacere. (…) L’educazione di Andrea era dunque viva, cioè fatta non tanto su i libri quanto in cospetto delle realità umane. Lo spirito di lui non era soltanto corrotto dall’alta cultura ma anche dall’esperimento: e in lui la curiosità diveniva più acuta come più si allargava la conoscenza. Fin dal principio egli fu prodigioso di sé; poiché la grande forza sensitiva, ond’egli era dotato, non si stancava mai di fornire tesori alla sua prodigalità. Ma l’espansion di quella sua forza era la distruzione in lui di un’altra forza, la forza morale, che il padre stesso non aveva ritegno a deprimere. Ed egli non si accorgeva che la sua vita era la riduzione progressiva delle sue facoltà, delle sue speranze, del suo piacere, quasi una progressiva rinunzia; e che il circolo gli si restringeva sempre più intorno, inesorabilmente sebben con lentezza. (…) Nel tumulto delle inclinazioni contradditorie egli aveva smarrito ogni volontà ed ogni moralità. La volontà, abdicando, aveva ceduto lo scettro agli istinti, il senso estetico aveva sostituito il senso morale. Ma codesto senso estetico appunto, sottilissimo e potentissimo e sempre attivo, gli manteneva nello spirito un certo equilibrio; così che si poteva dire che la sua vita fosse una continua lotta di forze contraddittorie chiusa ne’ limiti d’un certo equilibrio. Gli uomini d’intelletto, educati al culto della Bellezza, conservano sempre, anche nelle peggiori depravazioni, una specie di ordine. La concezione di Bellezza è, dirò così, l’asse del loro essere interiore, intorno al quale tutte le loro passioni gravitano.” Nella parte conclusiva del romanzo Andrea Sperelli, ormai travolto dalla sovrapposizione di realtà e finizione, esplicitata dalla compresenza delle due donne, si descrive affermando: (pag. 278) “Io sono camaleontico, chimerico, incoerente, inconsistente. Qualunque mio sforzo verso l’unità riuscirà sempre vano. Bisogna ormai ch’io mi rassegni. La mia legge è in una parola sola: NUNC. Sia fatta la volontà della legge.”.
Ambiguo l’atteggiamento del narratore nei confronti del protagonista, alter ego e immedesimazione dell’autore. Andrea Sperelli impersona le esperienze tangenti e quelle desiderate, è nobile e ricco, intellettuale e seduttore, timido e cinico, mondano e integrato perfettamente nella Roma bene. In più, sottolineando il forte legame, D'Annunzio colloca se stesso tra gli artisti prediletti dal giovane esteta. Andrea Sperelli è quindi un ritratto di D'Annunzio come autore, ma anche oggetto di critiche da parte del narratore, che ne condanna il cinismo e la perversione.
Grazie ai riferimenti temporali è possibile inserire quest’opera in un preciso contesto storico; infatti, la narrazione si svolge tra il 1885 e il 1887; durante il medesimo contesto storico in cui fu scritto il romanzo, che conseguentemente fa da sfondo alle vicende del passionale Sperelli.
La lingua è speculare all'educazione da esteta di Andrea Sperelli: pregiata, manipolata con cura, curiale, elaborata e ampollosa. D’annunzio è magistrale nella descrizione degli ambienti e nell'analisi degli stati d'animo.
Gran parte della vicenda si svolge a Roma, nelle piazze, le vie e i palazzi più conosciuti; in particolare presso la residenza di Andrea Sperelli: Palazzo Zuccari, (pag. 282) “il buen ritiro, inondato dal sole, che dava imagine d’una strana serra diventata opaca e bruna per tempo.”. Raffinate e delicate sono invece le descrizioni della località dove il protagonista trascorre la convalescenza, presso la cugina Francesca: (pag. 148) “Schifanoja sorgeva su la collina, nel punto in cui la catena, dopo aver seguito il litorale ed abbracciato il mare come in un anfiteatro, piagava verso l’interno e declinava alla pianura. Sebbene edificata dal cardinale Alfonso Carala D’Ateleta, nella seconda metà del XVIII secoli, la villa aveva nella sua architettura una certa purezza di stile. Formava un quadrilatero, alto di due piani, ove i portici si alternavano con gli appartamenti; e le aperture de’ i portici appunto davano all’edificio agilità ed eleganza, poiché le colonne e i pilastri ionici parevano disegnati e armonizzati dal Vignola. Era veramente un palazzo d’estate, aperto ai venti del mare. Dalla parte del giardino, sul pendio, un vestibolo metteva su una bella scala a due rami discendente in un ripiano limitato da balaustri di pietra come un vasto terrazzo e ornato di due fontane. Altre scale dalle estremità del terrazzo si prolungavano giù per il pendio arrestandosi ad altri ripiani sinchè terminavano quasi sul mare e da questa inferiore area presentavano alla vista una specie di settemplice serpeggiamento tra la verdura superba e tra i foltissimi rosai. Le meraviglie di Schifanoja erano le rose e i cepressi. Le rose, di tutte le qualità, di tutte le stagioni, erano a bastanza pour en tirer neuf ou dix muytz d’eau rose, come avrebbe detto il poeta Vergien d’honneur. I cipressi, acuti e oscuri, più ieratici delle piramidi, più enigmatici degli obelischi, non cedevano né a quelli della Villa D’Este né a quelli della Villa Mondragone né a quanti altri simili giganti grandeggiano nelle gloriate ville di Roma.”.
Il ritmo narrativo è piuttosto vario: alcune vicende sono raccontate in modo scorrevole, veloce, incalzante; altre, invece, risultano più lente per immedesimare il lettore negli affanni dei personaggi. Carica di flashback, la narrazione si avvale di originali trovate formali, come il diario di Maria Ferres, che raccoglie gli appunti della nobildonna dal quindici settembre al nove ottobre.

INTERPRETAZIONE COMPLESSIVA E APPROFONDIMENTI

In una Roma depauperata delle sue innumerevoli sfaccettature perché piegata a far da cornice sontuosa e barocca della narrazione, si svolge la vita di un personaggio che, animato dalla costante tensione ad elevarsi dall'ordinarietà dell'uomo comune, in conclusione non fa nulla di straordinario. Più che di un'opera d'arte, la sua esistenza è la banale rappresentazione di un rapporto conflittuale con la società borghese. Andrea Sperelli ne disprezza i valori in nome di una propria presunta eccezionalità, per poi catalizzarla, esasperando quegli stessi valori, come si evince dalla sua brama di possedere ricchezze, dagli oggetti d'arte alle donne, meri strumenti di piacere.
Cosa c'è di originale in questo? Cosa c'è di straordinario? Cosa c'è di antiborghese? Insomma, interessante nel romanzo è solo l'effetto paradossale di riaffermazione radicale dei disvalori borghesi attraverso il tentativo di mostrarne, in senso etimologico, la volgarità. In poche parole, Andrea Sperelli, pur racchiudendo la quintessenza della distorta idea di personalità eccezionale e straordinaria, che serpeggia ancora adesso nella quotidianità italiana, fa ormai quasi sorridere, perché non ha la malattia tipica dell'uomo moderno di Pirandello, che coglie l’avvento del relativismo culturale. Datato e ormai muto è Andrea Sperelli; non Vitangelo Moscarda che continua ad interrogarsi e farci interrogare.

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