Confessione d’un teppista di Sergej Esenin


Confessione d’un teppista di Sergej Esenin: È in un certo senso il testamento poetico di Esenin, poco prima del suicidio. Affiora una concezione della poesia fresca e appassionata: essa è una forza che non separa dalla vita comune e che anzi trova in essa il nucleo della propria arte cogliendone gli aspetti meravigliosi, per quanto il poeta possa sembrare diverso e strano.

Esenin è esteriormente diverso, un “teppista” con i capelli spettinati e le maniere incivili che scandalizza il pubblico borghese, ma in realtà si sente profondamente parte della sua gente, figlio di genitori contadini che certo non lo capiscono ma che lo amano “infischiandosene di tutti i suoi versi”, innamorato del contatto sano e semplice che il suo mondo di origine ha con la vita e con la natura.

In qualche modo, attraverso un percorso sofferto e difficile, la poesia di Esenin ritorna ad essere quel cantare la vita per dono degli dèi che vera alle origini della nostra civiltà.

Alle fronde dei salici di Salvatore Quasimodo: dalle sofferenze e dalle scelte della Seconda guerra mondiale si sviluppa in Quasimodo una concezione civile della poesia, canto che non può esistere in una situazione di oppressione. Riprendendo in chiave laica un antico salmo, il poeta spiega come anche la poesia ammutolita di fronte alla violenza e all’ingiustizia della guerra, resa con immagini di forte evocatività.

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