Biondo era e bello – Mario Tobino


Autore


Mario Tobino nasce a Viareggio nel 1910. Si iscrive alla facoltà di medicina presso l’Università di Pisa, ma conclude gli studi a Bologna, dove si laurea nel 1936. Contemporaneamente al percorso universitario vive quello letterario. Pubblica infatti nel 1934 la sua prima raccolta di versi. Pochi anni dopo la laurea sarà ufficiale medico a Merano e poi verrà inviato sul fronte libico sino al 1942. Un anno dopo partecipa alla resistenza nazifascista in Italia, esperienza che lo ispirerà nella scrittura de “Il clandestino”, vincitore del premio strega nel 1962. Altre opere degne di menzione sono “Per le antiche scale”, vincitore del Premio Campiello nel 1972 e “Il deserto della Libia”. Proseguirà il suo lavoro da neurologo, accostandolo alla sua attività letteraria, sino al 1991, anno della morte ad Agrigento.

Sintesi dei capitoli e rispettivi personaggi della vicenda


I – È il 1265 a Firenze, nasce uno dei poeti più illustri della letteratura mondiale. Si descrive l’amicizia con Guido Cavalcanti, la sua maturazione e il primo incontro con Beatrice. Dante studia a Bologna per acquistare “virtù e conoscenza”. Comincia a concepire l’importanza del volgare e la teoria dei due soli.
II – Dante pubblica in gioventù la “Vita Nova”, un insieme di liriche introdotte da brevi descrizioni in prosa. Viene raccontato dello scontro con l’amico Forese Donati. I due si riappacificheranno, come testimonia la presenza di Forese nel Purgatorio.
III – Dante elenca le sessanta donne più belle di Firenze, Beatrice è la nona.
IV – Nel 1293 Alighieri entra in politica, durante la fioritura economica della città. La società di Firenze è anche fatta di intrighi e scontri fra famiglie, come testimoniano i rapporti controversi fra i Gherardini e i Manieri. Viene citata la figura di Giano della Bella, rappresentante del ceto medio, con lo scopo di ridurre i poteri degli aristocratici, i Magnati. Intanto, si intensificano le lotte, prima fra Ghibellini e Guelfi, poi fra Guelfi Bianchi e Neri.
V – Dante entra ufficialmente a far parte dell’Arte degli speziali e sposa Gemma Donati, sorella di Forese e Corso Donati, per un contratto stipulato dal padre anni prima. L’anno è all’incirca il 1300. Inizia a pensare ai temi cardine del “Convivio” e del “De Vulgari Eloquentia”. In politica intanto è noto per il teso rapporto con Bonifacio VIII e i Guelfi Neri e per la sua condotta “francescana”, per il consenso che riesce a ottenere dalle masse.
VI – Corso Donati favorisce l’esilio del poeta, essendo alleato del pontefice e nemico del Comune e dei Bianchi. Ironia della sorte, è proprio lui il condottiero che ha guidato i fiorentini a Campaldino, nella stessa battaglia in cui Dante aveva militato.
VII – Bonifacio VIII invita Carlo di Valois a Firenze, scacciando i Bianchi dalla città. Il papa non riesce a tenere a freno le sue ambizioni libidinose e vanagloriose, rifiutando l’accordo che gli ambasciatori toscani, fra cui Dante stesso, gli avevano offerto. Il poeta è condannato in quanto ladro e ignobile cittadino.
VIII – Primo tempo dell’esilio. L’anno è il 1301 e Alighieri si trova presso gli Scala, a Verona. A San Godenzo, i Guelfi esiliati si alleano ai Ghibellini. Uniscono le forze nella speranza di far crollare la dominanza Nera.
IX – I Bianchi perdono a Pulicciano dopo un attacco. Viene raccontata la beffa a Donato Alberti mentre Folcieri da Calboli è scelto come podestà dai Neri, essendo un romagnolo e quindi imparziale alle vicende toscane.
X – Bonifacio VIII muore nel 1303. Già da tempo Filippo il Bello di Francia aveva indebolito le sue forze grazie all’aiuto di Musciatto, Nogaret e Sciarra Colonna, nemico personale del vescovo di Roma. Dante osserva l’accaduto dall’esterno, in silenzio.
XI – La tregua fra Guelfi e Ghibellini ha breve durata. Dante è ad Arezzo quando vengono incendiate le stanza del tesoro della famiglia Cavalcanti, che aveva rifiutato un più marcato schieramento politico. Gli artefici del gesto spregiudicato sono richiamati da Benedetto XI. Pur sfruttando la situazione precaria in città, gli esiliati non riescono, durante un attacco del 1304, a sopraffare le difese dei Neri ed il nuovo pontefice muore poco tempo dopo.
XII – Dante viene ospitato dagli Scaglieri, a Verona. Ha nostalgia del bell’ovile che mai più rivedrà e comincia a sorgere l’ispirazione per la “Commedia”.
XIII – Alighieri si sposta a Bologna, dove è ospitato dall’amico Cino da Pistoia. La sua fama di poeta cresce sempre di più.
XIV – Il poeta soggiorna dalla famiglia Malaspina, a patto di risolvere le aspre questioni che da tempo colpiscono il territorio, diviso fra i marchesi e il vescovo di Luni. È il 1306 e grazie al famoso documento sarzanese il trattato di pace viene presto stipulato.
XV – I conti Guidi invitano Dante nel Casentino. Qui ha la possibilità di discutere con la figlia di Paolo Malatesta, la figlia del Conte Ugolino, la sorella di Manfredi e la figlia di Buonconte da Montefeltro. È in questi luoghi che il poema assorbe le emozioni intrise nei racconti dei cortigiani.
XVI – Dante vive una relazione lontano dalla moglie. Nell’epistolario dedicato a Marcello Malaspina, il poeta confida di questo suo nuovo amore, un sentimento che, a differenza di quello nato dopo la relazione organizzata e di convenienza con Gemma, è ora spontaneo e genuino. Nel frattempo, la stesura dell’Inferno prosegue e viene raccontato lo stupore dei cittadini di Pisa all’ascolto dei versi di invettiva legati alla loro città.
XVII – Il poeta è riempito di speranza quando Enrico VII di Lussemburgo decide di scendere in Italia. Mentre compone a Parigi l’ultima cantica, ricca di teologia, filosofia e scienza medievale, scrive una lettera ai potenti della nazione perché possano abbracciare il messaggio di unità che il nuovo imperatore diffonde nella sua avanzata e che l’autore della “Commedia” sin dalla gioventù reclama.
XVIII – Arrigo VII avanza, conquista buona parte del nord Italia ed i Neri per rappresaglia richiedono il supporto di Roberto d’Angiò e di papa Clemente V, affermando che il tedesco sarebbe salito al trono senza sottostare all’operato del pontefice. Clemente V manterrà però buoni rapporti col sovrano, almeno fino al suo attacco contro Napoli.
XIX – Il condottiero perde sempre più potere, molte città prima ottenute si ribellano a lui. Anche per l’esercito di un imperatore è complesso rispondere all’attacco di più forze combinate e Enrico morirà a Siena intorno al 1313. Dante nel frattempo è a Pisa. È qui che incontra un bambino, il piccolo Francesco Petrarca, figlio del notaio Petracco.
XX – Guido Novella invita a Ravenna un Dante sconfortato dalla sconfitta di Enrico VII. Ormai le speranze di un impero unico sono svanite.
XXI – Clemente V raggiunge una quasi assoluta sovranità in Italia ma solo per poco tempo. La Chiesa di Avignone nasce per volontà del sovrano francese e i Neri cominciano a perdere spessore in patria.
XXII – Nel 1315 a Montecatini i Ghibellini sconfiggono pesantemente i Neri. Firenze è colpita da una forte crisi e viene richiesto al poeta di tornare in patria per risanare le cose. L’uomo rifiuta. L’orgoglio è troppo e il rispetto dei propri principi è superiore ai possedimenti di una città che lo ha più volte ripudiato.
XXIII – Cangrande della Scala a Verona offre ospitalità all’intera famiglia del famoso fiorentino e la figlia Antonia decide di farsi suora. Proprio per il buon rapporto con l’importante veronese, Dante decide di dedicare a lui l’opera del Paradiso.
XXIV – Si racconta delle discussioni con il già citato Guido Novella. I due discorrono dei temi dell’opera e dei suoi principali personaggi, dell’esistenza o meno di Beatrice e della storia della sorella di Forese, Piccarda, rapita da Corso Donati contro la propria volontà.
XXV – In questo capitoli si cita una discussione avuta con Giovanni del Virgilio, grande studioso e professore bolognese. L’insegnante lo invita a comporre in latino, per la fama e l’apprezzamento che ne consegue. Dante però rifiuta, conscio della potenza della lingua italiana e dell’importanza della sua opera poetica per fare in modo che il volgare si affermi.
XXVI – Durante un viaggio verso Venezia per questioni politiche, Dante contrae la malaria. Circondato dalla famiglia, a Ravenna, si spegne il padre della lingua italiana. In quelle ore fatidiche, il mondo è testimone della scomparsa, oltre che di un sommo poeta, di un astronomo, teologo, filosofo, politico e oratore. Nessuno mentre egli era in vita avrebbe potuto prevedere l’influenza che il suo operato avrebbe portato nella storia di uno stato che dovrà aspettare anni per potersi dire unificato. Nella notte fra il 14 e il 15 settembre del 1321, muore Dante Alighieri.


Recensione e commento


Mentre si scorrono le pagine di quello che, a tutti gli effetti, è a metà fra un saggio biografico ed un romanzo storico, si percepisce lo sconfinato amore che Tobino prova nei confronti di una figura centrale nella storia della cultura italiana. Il linguaggio si abbandona spesso a citazioni e riferimenti che strizzano l’occhio al lettore che già conosce approfonditamente il mondo dantesco. Interi periodi vengono fuori direttamente dagli scritti del poeta e il lettore è ancor più persuaso a proseguire dopo aver colto i riferimenti. La narrazione non si concentra però esclusivamente sul poeta, rimane comunque fortemente ancorata alla sua natura saggistica, riportando al lettore un contesto storico-politico approfondito introno al quale l’autore dimostra di sapersi muovere con maestria. Se certamente è lodabile quest’aspetto, la figura di Dante è però messa più di una volta in secondo piano a favore del bisogno di descrivere meticolosamente gli intrighi del tempo, bisogno che non rispetta necessariamente quello di un lettore che ricerca una maggiore introspezione della personalità e dell’agire del poeta. È molto affascinante vedere lo sforzo che l’autore fa, immaginandosi interi dialoghi e emozioni che i personaggi avrebbero potuto vivere in quel contesto. È in queste situazioni che veramente si percepisce la qualità dell’opera e se si fosse spostato di poco l’ago della bilancia in questa direzione, la godibilità e l’immedesimazione anche emotiva di chi fruisce dello scritto sarebbe stata raggiunta più facilmente. Scorrendo le pagine di “Biondo era e bello”, quello che ci viene messo sotto gli occhi è un monologo di un appassionato che, in poche pagine, cerca di condensare e diffondere il suo interesse per il famoso poeta fiorentino. Dopo aver terminato il libro, bisogna dire che in grandissima parte Tobino riesce a coinvolgere e stupire con una prosa alle volte complessa ma che mai lascia spaesati e annoiati.
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