Sallustio

Visse durante l’età di Cesare e fu suo sostenitore ed ammiratore. Egli produsse opere di storiografia. Il genere storiografico latino si basava su quello greco e su quello annalistico, che tendeva a ricostruire la storia facendo una cronaca degli eventi. Si cercava di riportare in maniera imparziale gli eventi anche se, molto spesso, attraverso le opere traspariva il pensiero politico dello storiografo che non riusciva a rimanere imparziale.
Sallustio, convinto assertore della Repubblica romana non si auspicava che Cesare diventasse un dittatore ma un rector, cioè che prendesse in mano le redini del governo ma che restasse un promotore della libertà, delle magistrature e della Repubblica.
Assunse una grande importanza tra gli autori classici poiché inaugurò un nuovo genere, quello monografico. Per la prima volta non venne più rispettato il genere annalistico (ricostruzione storia anno, dopo anno), ma si scriveva di UN solo evento. Il modello per la monografia di Sallustio nella letteratura greca fu Tucidide mentre, nella letteratura latina, tra gli autori delle monografie si ricorda Celio Antifrato, che aveva fatto una ricostruzione storica della II guerra punica. Anche Cicerone esaltò questo metodo poiché lo riteneva efficace e valido per poter rappresentare in maniera drammatica. Nell’antichità poi la storiografia veniva rappresentata come un genere che doveva soprattutto avere ancora prima dell’obbiettività e dell’imparzialità un intento letterario, differentemente da oggi, considerata una scienza. Differentemente da molti storiografi precedenti Sallustio, nella sua ricostruzione, fu molto attento a trovare le cause ed effetti degli eventi, la loro concatenazione, inaugurando la storiografia moderna, non più limitata al racconto degli episodi.

Le notizie pervenuteci della vita furono riprese dal Chronicon di S. Girolamo che a sua volta le riprese da un altro storico, Svetonio e da Sallustio stesso che, attraverso i suoi componimenti, forniva informazione sulla sua vita. Circolava anche un’opera, probabilmente di Cicerone o di un retore dell’età imperiale, l’invectiva in Sallustium, che rilasciava altre notizie sulla vita dello storico ma forse era riferita ad un altro scrittore di nome Sallustio. Quest’ultima era stata scritta in risposta dell’invectiva in Ciceronem, ovvero contro Cicerone, anch’essa di dubbia autenticità. Le provenienze di entrambe sono incerte, infatti non è accertato se siano state scritte dai rispettivi storici o fossero semplicemente delle eserctazioni di giovani che, durante l’epoca imperiale, successiva a quella repubblicana, scrivevano per esercitarsi o per svolgere i compiti assegnati dai loro maestri di retorica. Quest’ultimi tuttavia avrebbero dovuto conoscere molto bene i due storiografi e la loro relativa profonda rivalità politica che li condusse spesso al contrasto.
Egli nacque ad Amiterno, antica città sabina vicino l’Aquila, nel 86 a.C. ed apparteneva ad una famiglia benestante. Egli si recò a Roma per la sua formazione culturale, dove entrò a far parte di un circolo fondato intorno al retore - filosofo Nigidio Figulo, polo di attrazione per gli intellettuali che si recavano a studiare a Roma. Egli poi si recò nella capitale soprattutto perché voleva intraprendere il cursus honorum, il percorso degli incarichi, ovvero la carriera politica che iniziò nel 55 a.C. Iniziata la scalata degli incarichi divenne prima questore e infine tribuno della plebe.
Fu immischiato in un’accusa incresciosa che lo condusse allo scontro con Cicerone. Egli accusò Annio Milone, difeso dal grande avvocato Cicerone, per l’omicidio di Clodio. Sallustio si schierò contro Milone poichè lo aveva accusato di adulterio, ovvero l’aveva scoperta in flagranza di reato con la moglie di costumi tutt’altro che irreprensibili. A causa di questa accusa di immoralità fu costretto ad abbandonare la carriera politica e fu espulso dal Senato (50 a.C.). Fu proprio in quest’occasione che egli pronunciò, molto probabilmente, l’invectiva in Ciceronem, in Senato. Molti critici però ritennero improbabile quest’ipotesi poiché egli in quella data aveva appena 33 anni e quindi era giovane per la carriera politica e per poter contrastare Cicerone, personaggio molto influente ed importante all’epoca.
Poi partecipò alla guerra civile tra Cesare e Pompeo, dove si schierò dalla parte di Cesare, le quali idee collimavano molto con il suo pensiero politico. Dopo la conquista della Numidia, a conclusione del Bellum Africum, a Sallustio venne affidato l’incarico di governatore della nuova provincia romana, Africa Nova. In questi anni, tra il 46 ed il 50 a.C. scrisse le Epistulae ad Cesarem. Inoltre, dopo quest’incarico, divenne ricchissimo e comprò delle terre, tra il Pincio e il Quirinale, chiamate horti Sallustiani, laddove costruì una villa lussuosa. In seguito acquistò anche una villa di Cesare a Tivoli. A causa di questo suo arricchimento venne accusa di CONCUSSIONE, corruzione degli uomini politici che, in cambio di denaro, facevano dei favori, o ricavare vantaggio dalle cariche politiche. Quest’episodio e la morte di Cesare (44 a.C.), segnarono la fine della sua carriera politica e del negotium con l’esclusiva dedica all’otium.
Le opere minori furono:
1.Empedoclea: riguardante il filosofo agrigentino Empedocle, che Cicerone reputò così orribile che affermò che per leggerla ci volesse un eroe.
2.Epistole a Cesare: che alcuni critici ritennero che erano state scritte, in epoca imperiale, da un retore, conoscitore profondo del pensiero politico dello storiografo.
La prima epistola (46 a. C.) inquadra il pensiero politico di Sallustio che collimava con quello di Cesare. Cesare era un conservatore che voleva far mantenere l’assetto politico alla classe aristocratica e soprattutto il potere. Sallustio, differentemente da quest’ultimo, si schierò dalla parte dei populares, con idee democratiche proprio come Cesare all’inizio della sua carriera politica. L’essere democratico di Sallustio era simile a quello di Cesare, infatti entrambi non si opposero mai direttamente alla classe aristocratica. Cesare cercò di attuare la CONCORDIA ORDINUM, una collaborazione, una concordia, tra i vari ordini di Roma (populare, aristocratici e cavalieri) per il bene della repubblica. Entrambi potevano essere definiti come democratici-moderati, molto diversi da democratici che volevano un sovvertimento nella Repubblica con la sottrazione del potere alla classe più nobile. Sallustio quindi auspicava che Cesare potesse rimanere a Roma per applicare la concordia ordinum, pace tra i vari ordini sociali. Queste idee riconoscevano in Cesare l’unico protagonista da attuare quanto detto e Sallustio quindi esaltò un’importante caratteristica politica di Cesare, la clementia, cioè il perdono degli avversari e dei nemici politici che non venivano eliminati. Gli offrì poi altri consigli su come governare Roma, appoggiandosi alla classe senatoria, non privarla dei propri poteri, fare in modo che venissero fatte elargizioni alla plebe, prendere provvedimenti che riguardassero la plebe e che facessero diminuire la disoccupazione. Così poteva porre fine al periodo di profondissima crisi che attraversava la repubblica romana e che portava continuamente alla nascita di guerre civili, sorte con Mario e Silla. Con la sua storiografia Sallustio cercò di interrogarsi sulle cause che avevano portato a questa devastante crisi.
La seconda epistola (50 a.C.), precedente alla prima, continuava a fornire consigli a Cesare ed analizzava in maniera più particolareggiata le due classi sociali più importanti, populares e optimates, di cui Sallustio aveva una considerazione negativa poiché credeva fossero estremamente corrotti, indolenti che si preoccupavano soltanto del soddisfacimento dei loro desideri e piaceri e che vivevano nel lusso sfrenato. Credeva che avessero perso gli antichi ed i buoni costumi, determinando, con la loro corruzione, la fine della Repubblica romana. Fece un’analisi altrettanto negativa della plebe che, a suo parere, trascorreva la giornata nella ricerca di espedienti per sopravvivere. Infine, consigliò a Cesare di prendere opportuni provvedimenti contro l’aristocrazia, e di fare in modo che la plebe fosse impegnata nelle attività. Per questo egli doveva allargare la città, dirottare la plebe romana disoccupata, fondare nuove colonie e far avviare nuove opere pubbliche. L’epistola quindi mirava alla salvaguardia della Repubblica romana.

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