De Catilinae Coniuratione

Capitolo 1: Il De Catilinae coniuratione si apre con una riflessione sulla superiorità delle attività spirituali rispetto a quelle fisiche. Sallustio argomenta questa tesi prendendo spunto dalla storiografia greca ma soprattutto dalla teoria platonica secondo la quale era l’anima, componente nobile dell’uomo, a dover guidare il corpo. Queste osservazioni costituiscono il punto di partenza del discorso con cui lo storico giustifica la sua scelta di ritirarsi a vita privata per dedicarsi alla scrittura. Dal brano si possono cogliere le principali caratteristiche del linguaggio sallustiano: il ricorrere di arcaismi, coppie antitetiche, proposizioni brevi in asindeto.
L’incipit si apre con un arcaismo “omnis” (che corrisponde ad “omnes”), utilizzato per innalzare fin da subito lo stile dell’opera. Successivamente è presente un altro arcaismo sintattico, dal momento che l’infinitiva oggettiva “sese…animalibus” dovrebbe dipendere da un infinito semplice ma dipende dal verbo “student”, in indicativo. Il periodo iniziale anticipa l’impostazione moralistica dell’opera, in quanto viene presentata l’idea secondo cui l’uomo deve sforzarsi (decet niti) per distinguersi dagli animali che la natura ha creato quadrupedi e quindi chini con il ventre a terra perché destinati a vivere una vita oscura come schiavi del loro stesso corpo. Nel testo l’oscurità (silentio) è intesa come il contrario della fama e della gloria.
La congiunzione “Sed”, che introduce il secondo periodo, non ha valore avversativo ma è utilizzata per introdurre una nuova considerazione: la dicotomia tra anima e corpo, che si rifà alla teoria platonica espressa nel Fedro; secondo questo pensiero l’anima deve comandare e il corpo obbedire. Tale concetto è espresso in maniera marcata tramite la doppia antitesi tra animis-corporis ed imperio-servitio, con i termini disposti in parallelismo. Imperio e servitio sono inoltre ablativi strumentali retti da utor. La superiorità della parte spirituale dell’uomo è data dal fatto che questa ci accomuna agli dei e ci distingue dagli animali bruti (belius); si noti inoltre il parallelismo tra alterum-cum dis ed alterum-cum belius, termini in antitesi.
Successivamente Sallustio fa un’altra riflessione: è con la forza dell’animo che l’uomo deve raggiungere la gloria, cercare di uscire dal silenzio e rendere duratura la propria figura. Il dualismo anima-corpo è presente anche in questa osservazione come antitesi tra ingenium (forza dello spirito) e vis (forza puramente fisica), genitivi legati da optibus. E’ inoltre da notare l’antitesi tra brevis, riferito a vita, e longam, riferito a memoriam, che viene approfondita nel periodo successivo nel quale si dice che i beni materiali e la bellezza (divitiarum et formae) sono fuggevoli e caduchi (fluxa atque fragilis) mentre le qualità morali (virtus) sono luminose ed eterne (clara que aeterna); è presente inoltre un esempio di variatio con i verbi “est” e “habetur”. Lo stile appare qui nervoso ed essenziale: le frasi accostate per asindeto e spesso con valore aversativo, sono tipiche della brevitas.
Sallustio approfondisce il rapporto tra ingegno e forza fisica rispondendo al quesito che chiede quale delle due qualità si debba utilizzare in battaglia (res militaris). Viene qui utilizzata un’interrogativa indiretta disgiuntiva introdotta da –ne e –an, che esprimono le due possibilità in parallelo. L’allitterazione della sillaba –vi tra “vine” e “virtute” sottolinea la complementarietà dei due valori, ribadita nel periodo successivo nel quale egli sostiene che entrambi sono importanti dal momento che prima è necessario riflettere sul da farsi e successivamente è indispensabile agire prontamente.
Capitolo 3: Nel terzo capitolo Sallustio giustifica l’attività storiografica sottolineando la dignità del suo lavoro. Affronta l’argomento dapprima in generale e poi in relazione all’esperienza dello stesso autore.
Il capitolo si apre con la congiunzione “sed” che, come spesso accade nelle opere di Sallustio, non ha valore avversativo ma introduce un nuovo argomento. Alius ha qui valore distributivo, per questo viene ripetuto all’interno della proposizione, prima come aggettivo di iter e poi come pronome. Lo scrittore sostiene quindi che gli uomini hanno inclinazioni naturali diverse le une dalle altre.
L’antitesi tra impegno civile e attività letteraria è messa in evidenza dal chiasmo tra pulchrum est-bene facere e bene dicere-haud absurdum est, con la litote haud absurdum che esalta la dignità dello storico e con la ripetizione di bene ed est.
Sallustio sostiene che si può ottenere la gloria sia in pace, termine che rimanda a bene dicere, sia in guerra, espressione che rimanda invece a bene facere; è inoltre presente un’antitesi tra pace e bello.
Nel periodo successivo la reggente (multi laudantur) viene fatta slittare e vengono anticipate le relative, secondo il processo della prolessi della relativa. Le due subordinate hanno struttura parallela: sono entrambe accostate per polisindeto (et), sono scandite dall’anafora del qui e presentano come verbi due perfetti contratti fecere e scripsere in omoteleuto che si riferiscono rispettivamente al bene facere e al bene dicere.
Con la congiunzione ac Sallustio segna il passaggio ad un altro argomento: l’autore afferma che, nonostante sia l’eroe ad essere più famoso dello scrittore, l’attività storiografica è molto impegnativa; in primis arduom è un modo per esprimere il superlativo. Subito dopo motiva questa sua osservazione identificando due livelli di difficoltà nell’attività letteraria: la prima di tipo espressivo, dal momento che i fatti devono essere eguagliati dalle parole, e la seconda di tipo psicologico, poiché quando uno scrittore critica un fatto sembra lo faccia per malanimo e invidia (malevolentia et invidia) e quando invece esalta le imprese di un guerriero, il lettore tende a percepire come vere le cose facili a compiersi e a ridimensionare le imprese superiori. Le motivazioni sono espresse in due causali: nella prima, la presenza dei termini facta e dictis (dativo d’agente della perifrastica passiva) continua il tema della contrapposizione tra fatti e parole; nella seconda è presente un congiuntivo eventuale (reprehenderis). La parte del periodo introdotta da ubi ha carattere avversativo (pur non essendo esplicitato) e utilizza il congiuntivo eventuale come la precedente. E’ presente l’allitterazione della sillaba fa che lega facilia factu e del fonema f che connette ficta e falsis.
Capitolo 4: Nel capitolo 4 Sallustio parla di sé, cercando di giustificare la sua corruzione. Inizia dicendo di aver iniziato la carriera politica spinto dalla sua forte passione. Tuttavia tra i politici si imbatté in valori esattamente opposti a quelli che pensava di trovare: non onore ma arroganza, non onestà ma corruzione, non integrità ma avidità (identifica quindi tre vizi). Nonostante avesse cercato di conservare la sua moralità, venne contagiato dalla corruzione a causa della sua giovane età (imbecilla aetas) e della sua ingenuità, in quanto inesperto del male.
Ritrovata la sua integrità, decide di ritirarsi a vita privata per il resto della sua vita. Precisa inoltre che non ha voluto buttare via il prezioso tempo libero (bonum otium) abbandonandosi alla pigrizia o dedicandosi ad attività servili, ma ritornando a studiare qualcosa a cui si era già approcciato e da cui era stato distolto dalla mala ambitio (ambizione priva di onestà). Iniziò quindi a scrivere brevi opere (monografie) riguardanti fatti memorabili o particolarmente significativi del popolo romano, che avrebbe trattato con imparzialità. Aggiunge poi che avrebbe affrontato in breve (espressione che fa riferimento alla brevitas) e con la maggior esattezza possibile uno specifico avvenimento: la congiura di Catilina; questo sia perché è stato un crimine senza precedenti, sia perché si era trattato di un pericolo estremo per lo Stato. Alla fine del capitolo introduce il ritratto di Catilina.
Capitolo 5: Alla fine del capitolo 4, Sallustio dichiara di sentirsi in dovere di esporre i costumi di Catilina, introducendo così il suo ritratto. La sua descrizione è principalmente morale e in chiaroscuro, caratteristica che mette in rilievo le sue contraddizioni. In questa analisi psicologica, fondamentale per Sallustio poiché ritiene che siano i personaggi a predominare sui fatti, si sottolinea la capacità di Catilina a capire e rapportarsi alle necessità degli altri, tanto da creare un gruppo compatto e molto legato alla sua figura.
Gli elementi contrastanti che lo contraddistinguono sono espressi in antitesi e tramite l’utilizzo della brevitas, grazie alla quale il ritmo è molto incalzante poiché procede spesso con elenchi senza congiunzioni e omettendo il verbo.
Il primo termine utilizzato è proprio il nome del protagonista, espresso in nominativo. Sallustio inizialmente lo presenta in maniera molto lineare e positiva, indicando la sua appartenenza ad una famiglia nobile (la gens Sergia), sottolineando la sua forza e riprendendo il concetto del dualismo anima-corpo illustrato all’inizio del capitolo 4. Con un’avversativa però, ribalta ciò che ha detto fino a quel momento, facendo così emergere il carattere paradossale del ritratto; l’energia spirituale e fisica (vi et animi et corporis) del personaggio sono infatti frutto di una mente perversa (ingenio malo pravoque) e quindi indirizzate al male. Si può notare l’utilizzo della variatio dei termini riferiti a vi (coppia di genitivi) e di quelli riferiti ad ingegno (coppia di attributi).
Il secondo periodo si apre con un pronome al dativo che si riferisce a Catilina, accrescendo la sua rilevanza nel racconto. La sua scelleratezza è amplificata dall’elenco in asindeto di malvagità a lui gradite fin dall’adolescenza; tale procedimento produce un effetto di accumulazione finalizzato a rimarcare la negatività del personaggio. L’avverbio ibi, che esprime un complemento di luogo figurato, conferisce al periodo una struttura brachilogica: il male viene presentato come una sorta di palestra per Catilina.
Nei periodi successivi vengono analizzate singolarmente le due componenti del protagonista: prima la forza del corpo e poi quella dello spirito; tale disposizione forma un chiasmo con l’espressione iniziale “animi et corporis”. Sallustio spiega che la sua forza fisica consiste nella straordinaria resistenza alla fame, al freddo e alla veglia (inediae, algoris, vigiliae, terna in asindeto). In questo periodo la sintassi è estremamente veloce: il verbo principale (erat) è sottinteso, e da patiens dipendono tre genitivi accostati in asindeto.
Successivamente, in maniera ordinata e parallela, sposta l’attenzione sull’indole di Catilina, accostata fin da subito da un aggettivo (audax), che non ha connotazione positiva in quanto significa sfrontato. A questo termine ne seguono altri, altrettanto negativi, che fanno di lui un personaggio pericoloso; in particolare, emerge che è un uomo subdolo, instabile, falso e capace di cose contrarie (simulator ac dissimulator, espressioni in antitesi). Si aggiunge poi che era avido dei suoi beni e prodigo di quelli degli altri; in questa parte di periodo Sallustio mette in rilievo la contraddittorietà di Catilina tramite una serie di figure retoriche: il parallelismo tra alieni-adeptens e sui-profusus, la doppia antitesi alieni-sui e adeptens-profusus, l’allitterazione e l’omoteleuto tra adeptens-ardens. Nella parte successiva della frase, si dice che era abbastanza abile nella dialettica ma aveva poca saggezza, concetto evidenziato dal chiasmo tra satis-eloquentiae e sapientae-paurum che dà risalto all’antitesi satis-parum e rimarca l’instabilità del personaggio.
Nel periodo successivo, l’aggettivo vastus (riferito ancora una volta alla sua indole) non ha connotazione positiva ma evoca l’idea dell’insaziabilità e dell’eccesso, accentuata dal verbo cupiebat (che richiama fortemente cupiditatibus) e dagli oggetti (inmoderata, incredibilia, nimis alta) che costituiscono una terna in asindeto. Sallustio dà grande rilievo a questa ambizione smisurata di Catilina, poiché è da lui ritenuta una delle cause principali della decadenza di Roma.
Successivamente Sallustio aggiunge che, dopo la dittatura di Silla, Catilina era stato invaso da uno sfrenato desiderio di impadronirsi dello Stato. Hunc, pur essendo in accusativo, viene anticipato per conferire centralità alla figura di Catilina. Il verbo invaserat è molto forte e mette ancora una volta in rilievo la violenza e l’irrazionalità del personaggio. Il riferimento a Silla non è casuale: secondo lo scrittore è in questo periodo che la corruzione inizia a espandersi a tutti i livelli della società e, inoltre, il dominio del dittatore aveva acceso in Catilina la possibilità di compiere un colpo di stato senza preoccuparsi di come fare. Nell’espressione lubido maxuma (soggetto della proposizione) è presente un arcaismo come richiamo al mos maiorum che è stato superato dalla sfrenatezza del protagonista.
Nel periodo successivo viene anticipato il verbo passivo agitabatur (che rimanda ad invaserat) che ha come soggetto ancora una volta l’animus ferox di Catilina, e vengono enunciate in parallelismo le circostanze che esasperano la sua ambizione già smisurata: la povertà del patrimonio e il rimorso dei delitti (inopia rei familiaris et conscientia scelerum), condizioni che aveva entrambe accresciute da sé con il suo comportamento. In questo era inoltre incentivato dai costumi corrotti della città, che era tormentata da due mali contrari tra di loro: il lusso e l’avidità; questi sono definiti divorsa poiché la luxuria fa sperperare il denaro, mentre l’avaritia porta ad accumulare. Tuttavia sono ritenuti entrambi causa di corruzione. La negatività dei due vizi è accentuata dall’utilizzo del termine pessuma, superlativo dello stesso aggettivo mala, qui sostantivato.
Capitolo 9: Per rendere più chiaro al lettore da dove sia sorta una figura come Catilina, introduce un excursus sul modello dello storico greco Tucidide, nel quale riassume il percorso di Roma dalle origini fino all’età contemporanea. Al degrado morale e alla corruzione dei contemporanei si contrappongono le qualità degli antenati, coraggiosi in guerra e virtuosi in pace, secondo una visione della storia come progressivo decadimento. Tuttavia, questa concezione è stata fortemente idealizzata: l’autore non nomina ad esempio le innumerevoli lotte interne tra patrizi e plebei, secondo l’atteggiamento moralistico del lautator temporis acti.
Fin da subito emerge l’antitesi domi militiaeque, tema che farà da filo conduttore all’intero capitolo nel quale si illustra e si contrappone la condotta degli antichi romani tra concittadini e tra nemici. Nei confronti di entrambi però, i Romani rispettavano i buoni costumi; presso di loro infatti, la concordia era massima l’avidità minima. Sallustio contrappone qui, tramite una avversativa sottintesa, la concordia non alla discordia ma alla causa di quest’ultima: la sete di ricchezze. Tale concetto è espresso in chiasmo, finalizzato a dare grande rilievo all’antitesi concordia-avaritia. Inoltre, i due superlativi maxuma-minuma, sono legati da allitterazione, omoteleuto ed antitesi. Subito dopo lo storico aggiunge che presso gli antichi romani (apud eos) non valeva solo lo ius (le leggi create dall’uomo) ma anche il bonum (il senso del giusto) secondo un senso naturale della giustizia e dell’onestà: questa espressione dà un’immagine edulcorata, quasi biblica della romanità.
Il secondo periodo si apre con una terzina molto rapida in asindeto, che elenca gli istinti negativi dei Romani verso i nemici esterni. Questi vengono contrapposti alla gara di virtù tra concittadini (cives certabant cum civibus de virtute). In questa frase viene omesso il soggetto di exercebant (ossia i Romani), mentre quello di certabant è esplicitato e messo in risalto dal polittoto cives civibus.
La loro grandezza nelle pratiche di culto viene contrapposta alla parsimonia privata (domi parci), uno dei valori fondamentali del mos maiorum; subito dopo si sottolinea un'altra loro caratteristica fondamentale: la fedeltà verso gli amici. I tre ambiti qui analizzati (in supplicis deorum, domi, in amicos) sono espressi in modi diversi secondo l’uso della variatio, sono accostati per asindeto e si trovano in parallelismo.
L’espressione Duabus his artibus è precisata dai due ablativi che seguono, audacia ed aequitate, che si riferiscono rispettivamente all’atteggiamento dei Romani in guerra e in pace. Il chiasmo tra audacia-in bello e ubi pax evenerat-aequitate è combinato con la variatio complemento di tempo-proposizione temporale. La coordinazione con la particella enclitica –que ripetuta due volte (seque remque) è arcaica e poetica.
La proposizione successiva è introdotta da un nesso relativo (quarum rerum) che si riferisce alle due qualità dei Romani in pace e in guerra. Il pronome haec anticipa la dichiarativa che viene dopo, che si apre con quod e nella quale si spiega in cosa consistono haec documenta. Vindicatum est è un passivo impersonale e regge in eos.
Vengono dati due esempi a testimonianza dell’audacia dei Romani in guerra: il fatto che si inferì spesso contro coloro che avevano combattuto il nemico in contrasto con l’ordine ricevuto e contro coloro che, pur richiamati (revocati, participio passato con valore concessivo), avevano tardato ad abbandonare la battaglia. Questi due atteggiamenti sono da un lato negativi, poiché in entrambi i soldati hanno disobbedito a degli ordini a loro imposti, ma dall’altro dimostrano la loro audacia, e vengono contrapposti a due atteggiamenti riprovevoli: abbandonare le insegne (rifiutarsi di combattere) e lasciare il posto di combattimento (fuggire al prevalere del nemico).
Dopo aver indicato i documenta delle buone virtù, Sallustio espone quelli che si riferiscono ai tempi di pace, ripetendo la congiunzione dichiarativa precedentemente utilizzata (quod in bello) in chiasmo (in pace vero quod). Come dimostrazioni dell’equilibrio interno della società, vi è il fatto che i Romani esercitavano il potere con la bontà più che con la paura (beneficis magis quam metu) e che preferivano perdonare invece che perseguitare (ignoscere quam persequi) quelli che avevano rivolto loro un’offesa. Si noti il parallelismo tra i due comparativi, beneficiis-magis quam metu e ignoscere-quam persequi, combinato con la variatio: alla comparazione di due sostantivi in antitesi segue quella tra due infiniti, retti da malebant.
Capitolo 10: Secondo l’interpretazione di Sallustio, la distruzione di Cartagine nel 146 a.C. è una tappa fondamentale per la storia di Roma, che da quel momento diventa una potenza mondiale che non teme rivali. La tensione che aveva reso unito e concorde il suo popolo viene meno, e lascia il posto a due vizi in particolare (smania di ricchezza o avaritia, e smania di potere o ambitio), che alimentano tutti gli altri e portano al graduale disfacimento di Roma.
Il capitolo si apre con un elenco in crescendo di tutte le vittorie del popolo romano, a partire dal consolidamento della repubblica, fino ad arrivare alla distruzione della grande rivale dell’impero: Cartagine. Da quel momento però la sorte cominciò ad infierire (saevire fortuna, in anastrofe). A questa affermazione segue un paradosso: tutti coloro che avevano sopportato situazioni estenuanti, qui elencate in asindeto, in una situazione di pace e tranquillità provano solo angoscia e sciagura; il sovvertimento dei valori fa sì infatti che benessere e tranquillità si traducano nei loro esatti opposti. Nel periodo successivo emergono quelle che sono contemporaneamente le conseguenze scaturite dall’assenza di pericoli e le cause di tutti i mali che divamparono a Roma: la sete di denaro (cupido pecuniae) e di potere (cupido imperi), che si riferiscono rispettivamente all’avaritia e all’ambitio, sulle quali lo scrittore si sofferma successivamente. La prima ha indotto gli uomini alla superbia, al disprezzo degli dei, alla crudeltà e all’arroganza, mentre la seconda all’ipocrisia e alla slealtà nei rapporti umani.
Questi vizi inizialmente si insinuano poco a poco nella società, poi si diffondono in maniera talmente rapida da essere paragonati alla diffusione di una pestilenza e diventano capaci di trasformare il governo più giusto nel peggiore.
Capitolo 11: Sallustio sottolinea che tra i due disvalori, l’avidità ha effetti più devastanti dell’ambitio poiché indebolisce corpo e anima degli uomini ed è insaziabile, quindi non trova mai appagamento. In questo capitolo cita Silla, che con il suo comportamento dà l’esempio a Catilina; egli infatti utilizza l’esercito di Roma come esercito personale, elargendo regali ai soldati per legarli a sé e, abituandoli al lusso, crea uno stile di vita che non è quello tradizionale romano.
Capitolo 14: In una società corrotta come quella romana, Catilina non ha difficoltà nel trovare individui disonesti con cui portare a termine la congiura. Nel presentare i suoi seguaci, Sallustio non parla della condizione sociale che li ha spinti a tanto, ma insiste piuttosto sulla loro connotazione morale decisamente negativa e sulla subordinazione rispetto a Catilina, la cui grandezza consiste nel manipolare il prossimo a suo favore.
Il fatto che all’inizio del capitolo i seguaci di Catilina vengano paragonati ai satelliti (guardie del corpo), mette in chiaro fin da subito la loro subordinazione alla sua figura. Successivamente vengono raggruppati per i crimini commessi: alcuni, definiti tramite una serie di aggettivi disposti secondo un climax ascendente di negatività, avevano dissipato il patrimonio con il gioco, con gli eccessi e con i piaceri, altri si erano indebitati per ottenere l’immunità da delitti commessi, altri ancora erano criminali che si erano comprati dei testimoni. Alla fine del terzo paragrafo, Sallustio riassume in una frase tutto ciò che ha detto fino a quel momento, creando una sorta di frizione: Catilina, rappresentato come una sorta di calamita di negatività, si era circondato di uomini disonorevoli, tormentati dalla miseria e dal rimorso dei peccati che avevano commesso (espressione che richiama conscius animus).
Si precisa poi che, nel caso in cui persone ancora innocenti fossero incappate (verbo molto forte poiché connotato in maniera estremamente negativa) in Catilina, queste stando accanto a lui (convivenza abituale) e a causa delle sue lusinghe si corrompevano. Quest’ultima frase è particolarmente significativa in quanto sottolinea la capacità del protagonista di comprendere i bisogni del prossimo per suggestionarlo e portarlo dalla sua parte. Per utilizzare questa sua capacità, cercava soprattutto i giovani, in quanto più psicologicamente malleabili; ad alcuni di questi procurava donne, ad altri cavalli, a seconda dei loro desideri. Catilina è quindi uno scialacquatore, poiché non risparmia nulla; tuttavia non butta il suo denaro ma lo investe negativamente, per ottenere la fedeltà e la sottomissione dei suoi seguaci, che rivestono quindi una posizione di subordinazione.
Sallustio chiude il paragrafo esprimendo l’infondatezza dell’accusa rivolta da Cicerone ai giovani catilinari di tenere comportamenti moralmente illeciti durante i ritrovi da Catilina.
Capitolo 15: E’ totalmente incentrato sulla figura di Catilina. Si dice infatti che quando era giovanissimo aveva commesso azioni sacrileghe (nefanda stupra), crimini inenarrabili contro il diritto umano e divino: per sposare una donna bellissima ma corrotta (Aurelia Orestilla) aveva ucciso uno dei figli avuti con la precedente moglie, poiché a lei non gradito. Sallustio riporta questo avvenimento in quanto ritiene che sia la causa che più delle altre possa testimoniare la sua assoluta malvagità (animus impurus). Conclude il capitolo dicendo che nel suo sguardo vi era follia criminale.
Capitolo 16: In questo capitolo ritorna il tema di Catilina manipolatore, che prima adesca e poi ammaestra i suoi seguaci, insegnando loro per prima cosa a disprezzare i valori positivi e poi a compiere azioni più empie. Aggiunge poi che se non vi erano delitti da compiere, Catilina diceva ai discepoli di crearne per tenersi in allenamento: preferiva infatti essere malvagio senza ragione che perdere l’abitudine di compiere reati.
Capitolo 20: Nel capitolo 20 lo scrittore, ispirandosi a Tucidide, ricorre all’uso di uno dei procedimenti tipici della storiografia: il discorso diretto, che drammatizza la narrazione, approfondisce la caratterizzazione del personaggio e consente al lettore di conoscere il suo punto di vista. In questo caso, viene riportato il discorso pronunciato nel 64 a.C. da Catilina per spronare i congiurati a ribellarsi allo strapotere di un’oligarchia corrotta. Il suo comportamento è paragonabile a quello di un generale nei confronti dei soldati prima di una battaglia, in quanto Catilina sta cercando di dar vita ad un vero e proprio esercito.
Sallustio introduce il discorso del protagonista, precisando che egli aveva già parlato singolarmente con ognuno dei futuri complici e ora si apprestava ad unirli l’un l’altro per formare una squadra compatta. Nelle parole pronunciate da Catilina, si citano degli aspetti già affrontati dallo storico, il quale fa ribadire a lui questi concetti per non sbilanciarsi troppo in favore del protagonista, giustificando le sue azioni. In questo modo invece, il messaggio dell’autore passa senza essere però attribuito a lui. Con l’espressione coloro che ho nominato, Sallustio fa riferimento ai personaggi elencati nei capitoli precedenti.
Catilina, dopo essersi ritirato in una zona appartata della casa, inizia il suo monologo che si può suddividere in quattro nuclei principali.
Il primo si apre con la congiunzione negativa ni, alla quale segue la citazione di due dei valori tipici della Roma antica: il valore (virtus) e la fedeltà (fides), messi particolarmente in rilievo dall’allitterazione virtus vostra. Il fatto che si faccia riferimento a questi due ideali è coerente con le scelte stilistiche di Sallustio, che non utilizza una sintassi complessa ma tradizionale e ordinata, all’insegna della concinnitas. Catilina, tramite l’uso del periodo ipotetico dell’irrealtà, dice di essere certo del coraggio e della fedeltà degli uomini lì presenti; se così non fosse infatti, l’organizzazione della congiura sarebbe inutile (spes magna, dominatio in manibus con allitterazione della s e della sillaba ma) e lui stesso non cercherebbe l’incerto al posto del certo (incerta pro certis) né si affiderebbe a uomini ignavi e leggeri, espressione quest’ultima che in latino è astratta mentre, resa in italiano, concreta (per ignaviam aut vana ingenia). Emerge a questo punto l’opposizione tra ego e vos che caratterizza la prima sequenza (ego per ignaviam- vos cognovi). Il secondo periodo si apre con la congiunzione sed, che introduce un’avversativa esplicita, in contrasto sia con la frase precedente sia con lo stile usuale di Sallustio, che predilige l’utilizzo di avversative implicite. Il narratore procede dichiarando che la forza e la fedeltà che tutti i presenti gli avevano dimostrato (fortis fidosque, termini in forte allitterazione che richiamano virtus fidesque nel periodo precedente) e il fatto che si intenda con loro riguardo i valori e i disvalori (vobis eadem, quae mihi, bona malaque intellexi, con la contrapposizione vobis-mihi e bona-mala) lo abbiano persuaso ad intraprendere un’impresa grandissima e bellissima; nell’espressione maxumum atque pulcherrumum si può notare l’utilizzo della grafia arcaica. Conclude il primo nucleo esplicitando che questa è la vera amicizia: volere e non volere la stessa cosa (idem velle atque idem nolle, parallelismo tra termini in antitesi). Molto significativo è il fatto che questa porzione di discorso si apra e si chiuda con degli ideali romani: la virtù e la fedeltà all’inizio e la l’amicizia alla fine.
Con il periodo successivo ha inizio il secondo nucleo tematico, che presenta caratteristiche più sallustiane. Catilina afferma che le parole che sta pronunciando sono solo la conferma di ciò che aveva detto già ad ognuno (divorsi) dei seguaci in privato. Emerge ancora una volta la contrapposizione tra ego e vos, soggetto sottinteso del verbo audistis. Il narratore aggiunge poi che ogni giorno di più il suo animo arde quando considera (quom considero, temporale) quale sarà la loro condizione nel caso in cui non dovessero ribellarsi. Viene qui utilizzata un’interrogativa indiretta della posteriorità, in quanto viene utilizzato il congiuntivo della posteriorità (futura sit). Particolarmente rilevante è l’utilizzo del rafforzativo nosmet (anticipato rispetto al soggetto ipsi) che sottolinea il passaggio dal vos al nos. Catilina continua dicendo che ormai il governo dello Stato è affidato a pochi potenti, richiamando la riflessione già anticipata da Sallustio riguardo le ricchezze polarizzate. A questi pochi si contrappongono tutti gli altri, tra cui lui stesso e i congiurati, che vengono considerati solamente come un volgo senza autorità, sottoposti al volere di quelli a cui, se le cose fossero giuste, dovrebbero far paura per il loro valore e onestà. La contrapposizione tra ego-vos è qui sostituita dall’opposizione tra nos ed illi. Il narratore termina il secondo nucleo affermando che ogni prestigio e forma di potere è nelle mani di quelli, mentre al “volgo” rimangono solo pericoli, insuccessi, processi e povertà (elenco di termini negativi in asindeto).
La terza parte del discorso si apre con un’interrogativa diretta molto significativa, che richiama l’incipit della prima catilinaria di Cicerone; inoltre, il termine viri alla fine della frase richiama vis, roboris (la forza), ed è fortemente allitterante con virtutem. Catilina sprona i discepoli a smettere di sopportare passivamente e cominciare a ribellarsi.
Nella seconda domanda, l’oratore mette in relazione due scelte: morire per la patria, intraprendendo così la strada per la gloria, o perdere con infamia, imboccando la strada del disonore. L’opposizione tra queste due opzioni è rimarcata dall’antitesi tra virtutem e dedecus, rispettivamente il valore e l’infamia. Inoltre, il termine ludibrio (scherno) sottolinea l’umiliazione alla quale sono sottoposti a causa dei pochi potenti (alienae) che hanno quindi un atteggiamento sprezzante nei loro confronti. Il fatto che il narratore proceda per interrogative e iperboli è una dimostrazione del fatto che possiede satis eloquentia, in quanto queste aumentano il phatos nell’ascoltatore.
Subito dopo Catilina, introducendo il periodo con una formula di preghiera (pro deum atque hominum fidem), ricorda ai presenti le loro qualità e le contrappone a quelle degli illi, sminuendoli. I primi sono infatti giovani e forti, mentre i secondi vecchi sia per l’età che per le ricchezze; tale contrapposizione è rimarcata dal chiasmo tra viget-aetas e animus-valet, combinato con l’allitterazione dei fonemi v e a e della sillaba et. Il narratore sostiene che dopo aver iniziato la congiura, il resto verrà da sé. Il verbo utilizzato opus est (aver bisogno) regge l’ablativo, per questo è accostato al termine incepto. Con le due interrogative successive, Catilina vuol far leva sui presenti, evidenziando le ingiustizie della società. Nella prima ricorda ancora una volta il tema della polarizzazione delle ricchezze nelle mani di pochi potenti (illis in dativo di vantaggio), concetto esasperato dall’utilizzo di iperboli con gerundivo in chiasmo (extruendo mari- montibus coaequandis). Alla massima ricchezza dei nobili si contrappone la massima miseria dei congiurati, ai quali manca il denaro anche per le cose necessarie (concetto espresso tramite un’infinitiva a rimarcare questa situazione di necessità). Vi è una distinzione dei due gruppi sociali, ben marcata sia dai pronomi illis-nobis sia dall’avversativa che, pur sottintesa, è molto forte. Nell’interrogativa successiva, introdotta da illos in variatio rispetto all’illis precedentemente utilizzato, emerge uno dei principali vizi dei potenti, ossia il lusso, che, assieme alla mala ambitio, ha portato alla corruzione di Roma. Tramite l’utilizzo delle iperboli viene messa nuovamente in contrapposizione la situazione agevolata dei ricchi, che possono costruire due o più palazzi per volta, e quella dei congiurati, che non possiedono nemmeno una casa. I due segmenti, espressi tramite due infinitive, sono molto ordinati in quanto entrambi introdotti dal pronome corrispondente (illos- nobis). Nel periodo successivo viene presentata un’altra situazione estrema: la battaglia tra i ricchi e i loro stessi averi; i primi, per quanto si impegnino nello sprecare il denaro in azioni inutili (nova diunt, alia aedificant, in parallelismo), non riescono mai a dar fondo alle proprie ricchezze. La terna iniziale in asindeto tabulas, signa, toreumata (scandita dall’allitterazione della lettera t), verbi come trahunt e vexant riferiti a pecuniam e l’espressione summa lubidine rimandano al peccato del lusso. Inoltre il verbo vincere dà l’idea di una vera e propria battaglia.
Ha poi inizio il quarto e ultimo nucleo del discorso, finalizzato a convincere i presenti a prendere parte e dare inizio alla congiura. Le frasi sono molto brevi e secche, a dare l’idea di accumulo. Il periodo si apre con un’avversativa implicita nella quale viene presentata la condizione di povertà estrema dei congiurati, espressa in parallelismo (domi inopia, foris aes) e rafforzata subito dopo da un chiasmo (mala res, spes multo asperior con allitterazione della m, a e della sillaba es). Sono poi presenti due interrogative dirette dal tono piuttosto provocatorio. Nel periodo successivo, introdotto dall’iterazione del pronome illa, Catilina li sprona ancora una volta a combattere per il valore al quale tutti loro puntavano: la libertà (termine in iperbato). Successivamente nomina anche altri valori, tra cui per primo la ricchezza, dal momento che il suo reale obiettivo non è il ripristino della giustizia ma è l’arricchimento, poi l’onore e infine la gloria (divitiae, decus, gloria). Prosegue offrendosi ai futuri complici come comandante, e quindi in una posizione di superiorità, o come soldato, in una posizione di equità, e promettendo loro fedeltà sia da parte dell’animo che del corpo. Vi è qui un forte rimando al proemio dell’opera e all’opposizione platonica tra anima e corpo.
Infine, conclude il discorso con una frase provocatoria dicendo di voler agire al fianco dei congiurati, a meno che questi non siano pronti a ribellarsi per lottare contro i ricchi, continuando ad essere loro schiavi, e siano quindi più pronti a servire che a comandare. Riemerge qui la contrapposizione tra me-vobis.
Capitolo 21: Sallustio si sofferma sulla reazione dei congiurati, che si soffermano sui vantaggi materiali che trarranno dalla congiura.
Capitoli 22-35: Si racconta come evolve la congiura: Catilina nel 63 viene sconfitto da Cicerone che diventa console al suo posto e questo lo porta ad affrettare la congiura. Cicerone però lo smaschera e Catilina scappa verso Nord, fermandosi a Fiesole. Viene poi nominato nemico dello stato dal senato.
Capitoli 36-49: Si ha una digressione sulle cause che hanno spinto la plebe ad aderire alla congiura.
Capitoli 50- 53: Viene descritta la seduta in senato durante la quale si stabilisce quale pena attribuire ai congiurati. Tra i molti interventi che furono pronunciati, Sallustio sceglie di riportare solamente quello di Cesare (nel 51) e di Catone Uticense (nel 52). Il primo, noto per la sua magnanimità, propone la confisca dei beni dei catilinari, mentre il secondo, più severo, propone la condanna a morte. I discorsi vengono riportati dallo storico in maniera oggettiva, anche se toglie dal discorso di Catone tutti i riferimenti alla complicità di Cesare nella congiura.
Capitolo 54: Dopo aver riferito i discorsi di Cesare e Catone in maniera diretta, l’autore svolge un confronto tra le personalità dei due, nel quale attribuisce ad entrambi pari dignità. Nonostante Cesare sia più un uomo d’azione mentre Catone sia più severo ed essenziale, le loro qualità sono complementari: secondo Sallustio, infatti, il personaggio storico ideale avrebbe dovuto riassumere in sé l’attivismo politico del primo e la virtù tradizionale dell’altro.
Sallustio inizia il capitolo con una terna in asindeto che si sofferma sulle caratteristiche quasi comuni ai due uomini (genus, aetas, eloquentia), alla quale seguono subito dopo le peculiarità vere e proprie: la stessa grandezza d’animo (par magnitudo animi) e la stessa gloria (item gloria). Alla fine della frase si anticipa però il fatto che, seppur simili, hanno caratteri completamente diversi (sed alia alii, espressione nella quale è presente il costrutto del doppio aliud, che viene “sdoppiato” in italiano).
Ha quindi inizio il confronto vero e proprio tra le due figure, durante il quale Sallustio procede in maniera equilibrata, alternando frasi riferite a Cesare a frasi riferite a Catone, ma utilizzando più termini per il primo, in quanto molto più attivo rispetto al secondo.
Si dice infatti che Cesare era molto noto per i suoi benefici e la sua generosità, mentre Catone per la sua integrità. Di particolare rilievo il chiasmo tra Caesar-beneficis ac munificentia- integritate Cato, con l’espressione magnus habebatur a fare da specchio. Successivamente lo storico espone i diversi motivi per cui i due uomini sono diventati famosi: Cesare per la bontà e la misericordia (mansuetudine et misericordia, allitterazione della m), mentre Catone per il rigore, che fa tutt’uno con la sua dignità. Nel testo è possibile notare una variatio in quanto vengono utilizzati due pronomi (Ille in nominativo e huic in dativo) al posto dei nomi propri.
Nel periodo successivo si rivelano i motivi con i quali entrambi raggiunsero la gloria: uno donando, soccorrendo e perdonando (dando, sublevando, ignoscundo) e l’altro non facendo alcuna concessione (nihil largiundo). Per Cesare vengono qui utilizzati tre gerundi, in quanto uomo che agisce, mentre per Catone solo uno e per di più negato. Inoltre, il verbo ignoscundo rimanda al termine misericordia, ribadendo diversamente un concetto già espresso in precedenza. Tramite un parallelismo in asindeto rafforzato dall’allitterazione di m e per, si dice che in uno vi era il rifugio per i miseri, nell’altro la rovina per i disonesti. Infine, sempre in parallelismo, vengono riconosciute altre due caratteristiche opposte ai due uomini: l’empatia propria di Cesare (illius facilitas) e l’indulgenza propria di Catone (huius constantia).
Ha qui inizio la seconda parte del capitolo che si articola in due paragrafi dedicati uno a Cesare e uno a Catone. Nel primo si dice che Cesare si era proposto di trascurare i propri affari in favore degli amici e di donare tutto ciò che era degno di essere donato; in questo primo periodo prevalgono i verbi (induxerat, laborare, vigilare, neglegere, denegare) a sottolineare ancora una volta la natura attiva di questo personaggio. Per sé sperava solamente di dimostrare la sua capacità di comandante in guerra. In questa frase emerge un forte chiasmo tra magum imperium- bellum novum con il termine exercitum a fare da specchio.
Il secondo paragrafo si apre con un’avversativa esplicita, nella quale è presente il dativo Catoni in variatio rispetto al nominativo Caesar, ma sempre in prima posizione per confermare la centralità del personaggio. Sallustio procede elencando tutte le sue qualità tra le quali si dà particolare rilevanza alla severitas, sia perché preceduta da maxume sia perché già utilizzata all’inizio del capitolo. La frase successiva richiama fortemente il capitolo 9: come gli antichi romani gareggiavano in virtù tra di loro, allo stesso modo Catone gareggiava in virtù con il coraggioso, in compostezza con il modesto e in moderazione con l’innocente. Nei territori in cui il personaggio non si misura, è presente un parallelismo tra ablativo di limitazione (divitiis e factione) e complemento di compagnia, mentre nei territori in cui lui gareggia il parallelismo viene ribaltato: prima viene espresso il complemento di compagnia, poi l’ablativo di limitazione. Il verbo che regge l’intera proposizione (certabat), è posto alla fine.
Il capitolo si chiude con due proposizioni che presentano la variatio del soggetto e un chiasmo tra petebat gloriam e illum sequebatur.
Capitoli 55-60: Sallustio racconta della condanna a morte eseguita da Cicerone, azione che costa molto cara al magistrato poiché, quando Cesare prende il potere, lo accusa di aver utilizzato procedure sommarie nei confronti dei catilinari e, servendosi di una legge retroattiva, lo allontana da Roma. Catilina intanto, scappato in Etruria, diviene quasi una calamita di negatività e riesce a formare un esercito di 2 legioni, anche se male organizzato.
Nel capitolo 58 Catilina parla ancora una volta ai suoi seguaci, ora diventati veri e propri soldati, tramite un discorso che riprende molti elementi già citati nel corso dell’opera e, in particolare, nel proemio e nel capitolo 20. In questo monologo, la guerra viene presentata come inevitabile.
Capitolo 61: Viene qui analizzato il momento che segue la battaglia di Pistoia. Si tratta di un capitolo estremamente potente, in quanto può essere considerato una sorta di omaggio alla virtus di Catilina e dei suoi uomini che, seppur spesa male, è comunque molto grande.
Nonostante il periodo si apra con Sed, la proposizione non ha valore avversativo. Fin da subito, le qualità dei seguaci di Catilina, che ora costituiscono un vero e proprio esercito (exercitu), vengono esplicitate e messe in rilievo da un parallelismo (quanta audacia- quanta animi vis). L’ablativo assoluto confecto proelio, avendo valore temporale, precisa che il momento analizzato è quello appena successivo al termine della battaglia. Nel periodo è presente un congiuntivo potenziale riferito al passato (cerneres) che regge l’interrogativa indiretta appena successiva. La proposizione successiva presenta l’anticipazione della relativa, che incorpora il termine locum, richiamato nella reggente dal pronome eum. La costruzione intrecciata di questo periodo dà luogo ad una serie di contrapposizioni (vivos- amissa anima, pugnando ceperat- corpore fegebat) che sottolineano la coerenza dei catilinari, i quali mantengono fino alla fine la posizione a loro assegnata. Sallustio precisa poi che, nonostante alcuni di loro fossero stati dispersi dalla corte pretoria, questi presentavano comunque delle ferite sul petto, segno che avevano continuato a combattere il nemico con coraggio. Se fossero fuggiti infatti, avrebbero presentato delle ferite sulla schiena. Si notino i richiami lessicali divorsius(diversius)-advorsis(adversis) e fonici pauci-paulo, disiecerat-divorsius, advorsis-volneribus. Il periodo riferito a Catilina è molto potente e richiama tutto ciò che è stato detto precedentemente. Il fatto che venga trovato tra i nemici, lo isola dagli altri combattenti riconoscendogli un coraggio eccezionale; inoltre Sallustio, sottolineando come Catilina, seppur stia per morire, ha sul volto la stessa espressione fiera che aveva da vivo, gli riconosce la grande dignità e forza d’animo di cui aveva parlato nel capitolo 5. Da notare gli arcaismi vivos e voltu in forte allitterazione.
Nel periodo successivo si dice che nella battaglia di Pistoia non si sono fatti prigionieri tra i cittadini liberi; quest’ultima precisazione non è superflua dal momento che l’esercito di Catilina era formato anche da schiavi fuggitivi. La frase successiva è da intendere in maniera antifrastica in quanto i catilinari non avevano risparmiato né la propria vita né quella dei nemici.
Sallustio passa poi a descrivere la situazione dell’esercito ufficiale romano, che ha pagato la vittoria a caro prezzo, concetto messo in risalto dalla formulazione negativa dell’enunciato (neque) e dai termini laetam e incruentam. Si precisa subito dopo che tutti i più valorosi (strenuissimus quisque) o erano morti in battaglia o erano stati gravemente feriti.
Il dramma della guerra civile si condensa in questo periodo, che ritrae lo sgomento di chi, rivoltando i cadaveri dei catilinari, riconosce amici, ospiti o parenti (amicum, hospitem, cognatum in climax ascendente). Visundi aut spoliandi gratia è una finale implicita espressa con il genitivo del gerundio retto da gratia; con la consueta brevitas, Sallustio omette l’oggetto di spoliandi. Il gusto della variatio si può notare tra hostilia cadavera e hostium cadavera, precedentemente utilizzato, e nel chiasmo amicum alii- pars hospitem aut cognatum in cui la normale correlazione alii… alii… alii è sostituita da alii…pars…aut.
Nel periodo che conclude l’opera, Sallustio rende la confusione mentale di quel momento tramite le antitesi combinate in chiasmo laetitia, maeror, luctus atque gaudia e la variatio tra la prima coppia di singolari coordinati per asindeto e la seconda di plurali uniti da atque.
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