Confronto tra De Coniuratione Catilinae e De bello Iugurthino di Sallustio


Analizzando il “De Coniuratione Catilinae” e il “De bello Iugurthino” di Sallustio, possiamo trovarvi analogie e differenze, dalla forma alla terminologia: innanzitutto, si nota in entrambi l’interesse da parte dell’autore alla degenerazione dell’aristocrazia, e vedendo come protagonisti due figure di un certo spessore dell’epoca, Catilina per il primo, Giugurta per il secondo. Si nota anche l’abilità nella descrizione psicologica che viene introdotta nella storiografia da Sallustio, diventando poi un topos. Il ritratto di Giugurta può ricordare quello di Catilina, anche se stavolta la malvagità del protagonista non è innata, bensì prodotta dal suo contatto con la corrotta nobilitas romana. Inoltre, in entrambi i testi, Sallustio scava a fondo sulle cause prime della corruzione presente nel passato di Roma, quando ebbe fine il “metus ostili” e la lotta fra le fazioni cominciò a degenerare.
Per quanto riguarda la terminologia, vi sono diverse parole che Sallustio riprende: innanzitutto in Catilina come in Giugurta, il binomio “anima-corpo” è presente, e con esso altri termini connessi, come: ingeni, virium, virtus, gloria, anima, corpus, luxuria, avaritia, ecc che rimandano alla sfera spirituale per l’animo e a quella fisica per il corpo.
Riguardo all'uso terminologico, possiamo riscontrare un altro fattore comune: quello della relazione tra agere e scribere. Nella congiura di Catilina, precisamente al terzo capitolo, l’autore mette in discussione il valore attribuito all'eroe di guerra: egli ci afferma infatti che anche se colui che esegue la battaglia, e quindi chi agisce, deve avere molte virtù come forza, coraggio, ecc, il lavoro di chi racconta la guerra, e quindi di chi scrive, è più arduo, perché bisogna trovare parole adatte per poter adeguare la parola all'impresa, al fatto; poiché ad un suo errore potrebbe venir screditato, accusato di malanimo e d’invidia; per spiegare questo concetto, usa termini come: res gestas scribere, bello, studio, pace, scripsere oppure come in Giugurta, “memoria rerum gestarum”, sottolineando che “il ricordo delle imprese faceva divampare nel petto di quegli uomini egregi una fiamma (flammam egregiis viris) che non si spegneva fino a quando il loro valore non uguagliava la fama e la gloria degli avi.
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