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Lucrezio - Riassunto

Tito Lucrezio Caro è uno degli scrittori più importanti della letteratura latina. Molte notizie su di lui sono state fornite dallo scrittore cristiano San Gerolamo il quale riporta che Lucrezio è nato nel 94 a.C., che è impazzito a causa di un filtro amoroso e ha scritto la sua opera nei momenti di lucidità, in latino “per intervalla insaniae”, per poi uccidersi all’età di 44 anni. L’opera è stata curata da Cicerone per la pubblicazione.
Noi oggi riteniamo che tutte queste notizie siano inattendibili, ovvero che Lucrezio sia vissuto tra il 94 e il 50 a.C. e che Cicerone abbia commentato la sua poesia dicendo che essa brilla per qualità d’ingegno (prodotto di grande ingegno) ma anche di una grande arte (frutto della tecnica).
Abbiamo anche altre testimonianze sulla vita di Lucrezio: probabilmente visse un’esistenza piuttosto appartata rispetto alla vita politica seguendo uno dei precetti di Epicuro, il filosofo a cui si ispira. Questo precetto era “Lathe biosas”, ovvero "vivi nascosto", fondato sull’idea che l’uomo debba vivere lontano dagli impegni politici che possano creare turbamento e inquietudine.

Lucrezio scrive un’opera in latino dal titolo De rerum natura, “sulla natura”: si tratta di un poema, quindi è in versi. L’opera si rifà alla filosofia epicurea, non è un caso che sia una traduzione di un’opera perduta di Epicuro, che si intitolava "Perí Physeos", anch’essa in greco significava “sulla natura”. Lucrezio attraverso quest’opera intende trasmettere e insegnare la filosofia epicurea.
Epicuro era un filosofo greco di età ellenistica, vissuto tra il IV ed il III secolo a.C., creò ad Atene una scuola filosofica che prese il nome dal luogo in cui si svolgeva, ovvero “Il giardino”.

Riassunto della filosofia di Epicuro che Lucrezio vuole trasmettere nella sua opera.
• Per Epicuro tutto è formato da Atomi, quindi, è materia anche quello che noi definiamo spirituale come l’anima (materialismo).
• Epicuro crea un quadrifarmaco (quadruplice rimedio) o in greco tetrafarmaco, per liberare l’animo dai mali e dalle inquietudini che lo affliggono:
1. È vano il timore degli Dei, perché essi esistono e sono immortali ma vivono negli intermundia e di conseguenza sono totalmente indifferenti rispetto alla vita degli uomini.
2. È vana la paura della morte perché essendo materia quando moriamo cessiamo semplicemente di esistere, il nostro corpo e la nostra anima si disgregano, di conseguenza non dobbiamo temere quello che c’è dopo e le pene dell’oltretomba.

3. Per Epicuro è possibile raggiungere facilmente il piacere. Egli distingue 3 tipi di piacere, quelli naturali e necessari, come bere e mangiare, quelli naturali e non necessari, ad esempio quelli sessuali e quelli non naturali e non necessari tipo le ricchezze e gli onori. Il segreto per raggiungere il piacere è quello di soddisfare i primi, soddisfare con moderazione i secondi e non ambire ai terzi, in modo da ottenere l’atarassia, cioè l’assenza di inquietudine e turbamento.
4. Epicuro dice che il dolore è facilmente sopportabile, se esso è acuto e intenso è di breve durata, invece quando dura a lungo è di lieve intensità.
• Un altro punto importante della filosofia epicurea è il Lathe biosas, cioè "vivi nascosto": secondo Epicuro l’uomo non si deve occupare di politica e deve dunque vivere appartato per evitare il turbamento che gli può derivare dalla partecipazione alla vita politica. Per Epicuro vi è un sentimento molto importante, l’amicizia.


De rerum natura

Il De rerum natura appartiene al genere didascalico (che era un genere all’interno della letteratura greca), in particolare ricordiamo per la letteratura greca il poema “Le opere e i giorni” di Esiodo in cui illustra le attività del contadino durante le varie stagioni. Invece Lucrezio intende insegnare la filosofia epicurea per liberare gli uomini dalle loro paure, ansie e timori. Il De rerum natura è formato da 6 libri, suddivisi in 3 coppie o diadi di libri che trattano il medesimo argomento:
I. La prima coppia tratta la descrizione dell’universo secondo la fisica epicurea e Lucrezio ricorda come tutta la realtà sia formata da atomi e dal vuoto e in particolare ricorda che gli atomi si muovono nel vuoto secondo il moto rettilineo, ma talvolta avviene una deviazione o clinamen che produce aggregazioni di atomi.

II. La seconda coppia di libri tratta dell’anima, del principio della vita e dell’animus, cioè il principio dell’attività razionale. Lucrezio afferma che l’anima muore col corpo, ovvero anche l’anima è materiale, quindi la morte è un semplice venire meno dell’individuo perché gli atomi che lo compongono si disgregano e tutto finisce, non c’è nessuna vita dopo la morte. Lucrezio inoltre espone la teoria dei simulacri: essi sono membrane sottili fatte di atomi, che si staccano dai vari corpi/oggetti e colpiscono i nostri sensi, dando origine alle varie sensazioni e quindi alla conoscenza.
III. La terza e ultima coppia affronta la struttura dell’universo, come si sono formate le varie parti del mondo e degli astri, fa anche una storia della terra e dell’uomo dall’età primitiva all’età civile e affronta alcuni fenomeni fisici come i lampi, i terremoti, i vulcani ecc. cercando di dare una spiegazione scientifica e razionale che si distacchi dalla religione. Si sofferma anche ad affrontare le malattie, la loro origine e conclude l’opera nel VI libro descrivendo la peste che colpì Atene durante la guerra del Peloponneso, perché con la descrizione di questo terribile male che devasta Atene e i suoi abitanti, con questa prospettiva fortemente negativa si conclude l’opera.
In sintesi:  La prima diade parla della fisica,  la seconda parla dell’antropologia (l’uomo) e  la terza parla della cosmologia.

Contraddizioni rispetto alla dottrina di Epicuro. Nel De rerum natura sono presenti alcune contraddizioni rispetto alla dottrina di Epicuro:
1. Epicuro riteneva inutile ed errato pregare gli Dei, mentre Lucrezio all’inizio del De rerum natura invoca la Dea Venere, perché c’è la tradizione di invocare la divinità nei proemi dei poemi; poi Venere potrebbe anche avere un significato simbolico, cioè rappresentare la voluptas, ovvero il piacere, che era il principio fondamentale della filosofia Epicurea, ma può anche rappresentare la natura e la sua forza vivificatrice e creatrice.
2. Epicuro aveva detto che la poesia era da condannare perché suscita passioni e quindi turba l’anima, mentre Lucrezio scrive la sua opera in versi, quindi contraddice gli insegnamenti del maestro, spiegherà la sua scelta di utilizzare i versi per divulgare la dottrina epicurea utilizzando un paragone che quando si deve dare a un bambino una medicina amara si cosparge di miele l’orlo della tazza che contiene la medicina e grazie al miele dolce il bambino beve la medicina amara, quest’ultima è la difficile dottrina epicurea e il miele è la bellezza dei versi della poesia che attira il lettore.
3. Epicuro vuole insegnare all’uomo come ottenere una vita serena, quindi vuole dare una visione positiva della realtà. Nel poema di Lucrezio invece in diversi punti emerge una certa inquietudine e un certo pessimismo: ad esempio il poema stesso si conclude con la peste di Atene del 429 a.C., quindi Lucrezio da un certo punto di vista vuole celebrare le forze dell’uomo, capace di ottenere la serenità, la felicità e di indagare la natura prescindendo dalla religione e dalla superstizione, ma dall’altro mette anche in evidenza la debolezza e la precarietà della vita umana e il dolore che colpisce l’uomo.

Il poema si apre con immagini che esaltano la vita e la natura e si conclude invece con immagini di morte, di dolore e di malattia. Lucrezio riflette sul fatto che nel mondo è assente qualsiasi provvidenzialità, non ci è alcuna provvidenza e l’uomo si trova a sopravvivere faticosamente, deve combattere contro le calamità della natura, le malattie e le bestie feroci, ovvero la natura non sembra proprio essere fatta per l’uomo, tanto che in alcuni suoi versi dice che il bambino appena nato piange perché bisognoso di ogni cura e quasi presagendo le disgrazie e i dolori che lo aspettano. Dice infatti nei versi 222-227 del libro V: “ed ecco il fanciullo come un naufrago buttato a riva dalle onde infuriate, giace nudo al suolo incapace di parlare, bisognoso di ogni aiuto vitale, appena la natura lo getta sulle prode della vita con doglie del grembo materno e riempie lo spazio di un disperato vagire come è giusto che faccia colui cui in vita è serbato il passare per tante sventure”, questi versi sono poi stati ripresi da Leopardi il quale nel suo “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” dice nei versi 39-44: “nasce l’uomo a fatica ed è rischio di morte il nascimento. Prova pena e tormento per prima cosa; e in sul principio stesso la madre e il genitore il prende a consolar dell’esser nato”. Lucrezio dice che il bambino appena nato è nudo, non sa parlare e ha bisogno di aiuto, non appena la natura lo getta alla vita. Il bambino nasce attraverso il dolore, in più egli riempie lo spazio di un pianto disperato, com’è giusto che faccia colui che è destinato ad affrontare tante sventure nella vita. Questo viene definito pessimismo lucreziano. Leopardi dice anche che durante il parto c’è il rischio di morte o della madre o del bambino e quest’ultimo soffre.
Quindi questi scritti contrastano con la serenità che è il fondamento del pensiero di Epicuro. Nel corso del poema Lucrezio fa più volte elogi al suo maestro, presentandolo come colui che ha liberato l’uomo dalle paure, dalla superstizione e dalle false convinzioni.

Stile del De rerum natura. È ovvio che l’argomento è filosofico, però la lingua latina non era mai stata usata per scrivere filosofia, quindi mancava un linguaggio appropriato, tanto che Lucrezio stesso lamenta la patrii sermonis egestas, ovvero egestas ha il significato di povertà, carenza della lingua patria, cioè l’inadeguatezza della lingua latina. Risolve il problema del lessico filosofico in lingua latina creando nuovi termini, nuovi composti, nuove perifrasi o usa termini latini con nuovi significati. Lucrezio utilizza nella sua opera molto frequentemente degli arcaismi, si ispira a Ennio e alla letteratura arcaica. Gli arcaismi danno una certa solennità e grandiosità allo stile. Quest’ultimo è elaborato, sono presenti figure retoriche e essendo un’opera di argomento filosofico è evidente che spesso sia presente anche uno stile argomentativo, ovvero c’è una tesi che poi viene dimostrata. Lo stile di Lucrezio è anche vigoroso e pieno di entusiasmo di chi ritiene di aver trovato la via per la serenità/felicità e di chi intende comunicare agli altri questa via trovata. È un linguaggio pieno di poesia, fantasia, è un’opera di alto livello ed è scritto in esametri dattilici.

Il Proemio del De rerum natura (I,1-49).
Madre dei romani, piacere degli uomini e degli dei, Venere datrice di vita, che sotto le stelle erranti del cielo vivifichi il mare ricco di navi, le terre portatrici di messi, poiché grazie a te ogni specie di essere vivente viene concepita e contempla una volta nato la luce del sole: dinnanzi a te e al tuo arrivo fuggono i venti e le nubi del cielo, per te la terra artista fa sbocciare soavi fiori, per te sorridono le distese del mare e il cielo rasserenato risplende di luce diffusa. Infatti non appena appare l’aspetto primaverile del giorno e dischiusa prende vigore la fecondatrice brezza di Favonio, per primi gli uccelli aerei annunciano te, o dea, il tuo arrivo colpiti nei cuori dalla tua forza. Quindi gli animali feroci e gli animali domestici saltano per i pascoli fertili e attraversano nuotando i fiumi impetuosi: così ciascuna fiera conquistata dal piacere ti segue con desiderio dove tu intendi condurla. Infine per i mari e per i monti e attraverso i fiumi impetuosi e le frondose case di mare degli uccelli e i campi verdeggianti infondendo in tutti nel cuore un dolce amore fai sì che propaghino bramosamente le loro stirpi specie per specie generati. E poi che tu sola governi la natura e senza di te nulla si affaccia alle numerose regioni della luce e senza di te nulla diviene gradito né amabile, desidero che tu mi sia alleata nello scrivere i versi che io mi accingo a comporre sulla natura per il nostro discendente di Memmio, che tu, o dea, in ogni circostanza volesti che eccellesse adorno di ogni qualità. Tanto più concedi, o dea, eterna bellezza alle mie parole. Intanto fai sì che le feroci opere di guerra placate si quietino per i mari e per tutte le terre. Infatti tu sola puoi con la pace sicura giovare ai mortali, poiché Marte signore delle armi governa le feroci opere della guerra, che spesso si abbandona nel tuo grembo vinto da una eterna ferita d’amore, e così guardandoti con il bel collo rovesciato nutre di amore gli sguardi avidi a te anelando, o dea, e il respiro di lui disteso pende dalla tua bocca. Tu, o dea, abbracciando lui sdraiato col tuo corpo divino dall’alto, effondi dolci parole dalla tua bocca chiedendo placida pace per i Romani oh gloriosa. Infatti né noi possiamo compiere la nostra opera con animo sereno in questo momento avverso per la patria né l’illustre discendenza di Memmio può in tali circostanze venire meno alla comune salvezza.

Epicuro contro l’oscurantismo (I,62-79) p. 297-298.
Mentre l’umanità giaceva davanti agli occhi di tutti sulla terra turpemente oppressa sotto il peso della superstizione, che mostrava il suo capo dalle regioni del cielo incombendo dall’alto sui mortali con il suo terribile aspetto, per la prima volta un uomo Greco osò sollevare contro la religio gli occhi mortali e per primo osò porsi contro di lei; e non frenarono questo né le dicerie intorno agli dei né i fulmini né il cielo con il suo mormorio minaccioso, ma tanto più tutto questo stimolarono l’acuta virtù del suo spirito, così che desiderò per primo gli stretti serramenti delle porte della natura. Dunque la viva forza del suo animo vinse e avanzò lontano al di là delle fiammeggianti mura del mondo e esplorò tutto l’immenso con il coraggio della sua mente, di là riferisce a noi vincitore che cosa possa nascere, che cosa non possa nascere, e infine per quale legge ogni cosa abbia un potere definito e un limite saldamente fissato. Perciò la religio posta sotto i piedi a sua volta schiacciata, e la vittoria ci solleva fino al cielo.

Ifigenia, vittima della religio (I,80-101) p. 299-300.
Riguardo a questo temo ciò, che tu per caso pensi di abbandonare i principi di una empia dottrina e di metterti per la via della scelleratezza. E al contrario molto spesso quella religio ha generato azioni scellerate ed empie. In che modo in Aulide gli scelti capi di Danai, primi tra gli uomini, violarono turpemente l’altare della vergine Trivia col sangue d’Ifianassa. A cui non appena la benda circondando le chiome virginee ricadde a pari altezza su entrambe le guance, e non appena si accorse che il genitore stava mesto davanti agli altari e che a causa di questo i sacerdoti occultavano la spada e che alla sua vista i cittadini versavano le lacrime, muta per la paura e abbassata cerva la terra con le ginocchia. E non poteva allora giovare alla sventura il fatto che aveva donato per prima al re il nome di padre. Infatti fu portata dalle mani degli uomini e tremante fu condotta agli altari, non affinché essendo stato eseguito il rito solenne delle cose sacre potesse essere accompagnata da un luminoso imeneo, ma affinché crudelmente casta nello stesso tempo delle nozze cadesse vittima triste immolata dal padre, affinché fosse concessa alla flotta una partenza felice e fausta. A tanto di male poté persuadere la religio.

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