Lucrezio (Titus Lucretius Carus) - 98/55 a.C.
Da San Gerolamo sappiamo che è morto suicida a 43 anni; era folle per colpa di un filtro d’amore e aveva scritto negli intervalli di tempo della pazzia.
Coerente con la filosofia di Epicuro voleva dimostrare la mortalità dell’anima e la follia, la rovina e l’illusione che comporta l’amore. Alcuni pensavano a una psicosi ciclica (altern. fasi di euforia/depressione), ma falsi, perché il De Rerum Natura è frutto di una mente eccezionalmente lucida, dotata di potenza fantastica e creativa. Visse probabilmente lontano dalla società e dalla politica. Cicerone, però, lo elogia.
De Rerum Natura (Sulla natura delle cose): poema epico-didascalico, in esametri, composto da sei libri dove si espone la filosofia epicurea, dottrina dei sapienti, capace di liberare l’uomo dai problemi esistenziali.
Dedicato a Memmio, illustre personaggio del partito degli Ottimati, da Cicerone sappiamo che era un coltissimo intellettuale molto amante della letteratura greca e poeta egli stesso.

Titolo riprende opera di Epicuro, ed era la traduzione latina dal greco. Epicuro critica la poesia (inutile per raggiungere la verità e nociva perché incentiva le passioni). Lucrezio sceglie e giustifica la poesia con la celebre similitudine del medico che cosparge di miele (poesia) l’orlo della tazza ospitante l’amara medicina (filosofia). Poema didascalico il più vicino al gusto alessandrino (ellenistico).
Modelli letterari: Esìodo, Empedocle, Ennio.
•Proemio con Venere come simbolo (generatrice della natura e felicità). Non vera dea (che non s’interessa degli uomini), ma utilizzata per avvicinare alla lettura. In sintesi: il poeta accoglie topoi dei proemi tradizionali con la scelta di fare poesia, ma indica una novità dell’impostazione invocando personificazione (Venere) della rerum natura e della voluptas (=piacere corporeo), scopo della vita secondo Epicuro.
Elogi di Epicuro che s’intercorrono in tutta l’opera, come salvatore dell’umanità e vincitore dell’orribile mostro della religio. Poi fa riferimento a Ifigenia, figlia di Agamennone, uccisa ingiustamente proprio dalla religione (utilizzata a fini politici) = religio causa di fatti scellerati.
1^ dìade (Sulla Fisica): 1- Gli atomi: “creatori” e “distruttori” di corpi (nulla si crea, tutto si...). Materia eterna perché sono indistruttibili. 2- Clinamen: atarassia (serenità imperturbabile del sapiente) e aponia (evita fatiche alla psiche) contrapposte alla stoltezza e infelicità degli uomini. Si parla del movimento degli atomi (deviazione, inclinazione che modifica le traiettorie degli atomi nel vuoto: infiniti mondi nascono e muoiono).
2^ dìade (Sull’uomo-antropologia): 3- L’anima: formata da atomi rarefatti, destinati a perdersi (morte dell’anima). Distinguo tra anima (principio vitale nel corpo intero) e animus (mente). La morte non è sofferenza, quindi la paura è ingiustificata. 4- Le sensazioni: formate da atomi sottilissimi (simulacra); come funzionano sensi e sogni; sesso e amore.
3^ dìade (Sul cosmo-cosmologia): 5- L’universo: elogio di Epicuro; universo non eterno e non creato dagli dei (che vivono felici lontani dal mondo), ma da atomi. Descrive terra, cielo, movimenti dei corpi celesti, storia dell’umanità dalle origini alle evolute civiltà. 6- Fenomeni naturali: elogio di Atene ed Epicuro. Descrizione degli eventi meteorologici e naturali che provocano superstizione da combattere con ragione. Epidemie e cause. Epilogo con peste di Atene.
Ogni libro ha un proemio e un epilogo logicamente connesso con il tema del libro. I finali del 3, 4, 5 e 6 formano quasi dei poemetti a sé stanti.
Molti studiosi ritengono il poema incompiuto: probabile che il poeta non abbia dedicato un’ultima revisione per la sua morte prematura. Ma i difetti di forma sono dovuti a una tecnica poetica e gusto meno raffinati rispetto ai neoteri. Linguaggio e stile epico: ripetizioni di termini ed espressioni volute, per ricordare al lettore i concetti fondamentali. Le iterazioni (ripetizioni) perseguono scopi essenziali: la chiarezza e l’efficacia didattica. Tratti arcaizzanti della lingua, il lessico, la presenza di figure di suono. Linguaggio e stile didascalico: apostrofi al destinatario per tenere sveglia la sua attenzione, i connettivi logici (dunque; inoltre), vocaboli tratti dall’uso quotidiano (rusticità). Creazione di un lessico filosofico, assente nella lingua latina: ricorre a calchi dal greco (parole greche traslitterate); utilizza termini già esistenti in latino attribuendogli nuovi significati.
Lucrezio poeta della ragione che lotta contro l’ignoranza per raggiungere la verità. Si deve vivere senza dolore fisico e spirituale, appagando i bisogni primi (elementari) e rinunciando agli ultimi (compositi). Piacere come cessazione del dolore e del desiderio; felicità come atarassia (imperturbabilità), resa possibile eliminando paure e passioni (amore, odio etc). Condanna l’ambizione politica, segue il “vivi nascosto”; l’affinamento delle tecniche guerresche è un esempio di progresso sciaguratamente applicato. Amore come passione che impedisce atarassie e voluptas. Anche la paura della morte e degli dei. Gli Dei vivono in mondo diverso e non hanno creato il nostro: gli atomi si sono aggregati casualmente. E’ un pessimista, materialista, ma afferma che l’uomo può raggiungere la felicità perseguendo la verità e la sapienza epicurea. Può quindi sconfiggere la sofferenza. Ha fede nella ragione che però alcune volte viene vinta dal dubbio. La morte esiste, ma va accettata valorosamente. Il De rerum natura non è un’opera di ricerca: la conclusione è già trovata sin dal proemio: la verità epicurea (circa il “problema del finale”).

Lucrezio nel tempo:
Risonanza modesta presso i contemporanei, ma era una figura in ombra, forse perché abitava lontano dalla città. Cicerone lo ama molto. Durante l’età augustea si pensa a una “congiura del silenzio”, una censura della sua opera, ma veniva in ogni caso citata e apprezzata anche se non incontrava i gusti di tutti per il suo linguaggio arcaico. Sarà il punto di riferimento di Virgilio e Ovidio. Nell’età imperiale si percepisce una notevole fortuna, soprattutto dai pro-arcaici. Ma nel medioevo è molto “sfortunato”, perché “faceva bene, ma aveva un cattivo sapore”. Con il cristianesimo cadde nell’oblio. Dall’umanesimo cominciò a circolare, ma non troppo, e con la Controriforma cadde di nuovo nell’oblio. Durante l’illuminismo e il Romanticismo viene molto preso in considerazione, molto amato e studiato. Molti saranno coloro che si rifaranno al suo poema, tra i quali vediamo Rousseau, Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi. E attualmente è uno degli scritti più apprezzati e studiati della letteratura latina. Ma non per i temi trattati, quanto per la sensibilità del poeta. Viene infatti definito il “poeta dell’angoscia” da Luciano Perelli.

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