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Lucrezio - Vita e De Rerum Natura

Vita


Le notizie sulla vita di Lucrezio sono scarse e incerte:

    Secondo la testimonianza di San Gerolamo il poeta sarebbe nato nel 94 a.C. e morto a 43 anni suicida. Egli era divenuto folle a causa di un filtro d’amore e avrebbe scritto le sue opere negli intervalli della pazzia di cui Cicerone, poi, curò la pubblicazione. Anche le notizie relative alla sua pazzia sono controverse: infatti, probabilmente, San Gerolamo le ha desunte da una leggenda nata in ambito cristiano per denigrare il poeta che si era impegnato a dimostrare la mortalità dell’anima e l’inesistenza della vita oltre la morte. Altri studiosi hanno cercato risposte nel De Rerum Natura e hanno individuato nel poema tracce di psicosi ciclica (con alternanza di fasi di euforia e di depressione); questo tipo di indagine risulta sbagliata perché attua una lettura del testo orientata in modo pregiudiziale a confermare la tesi.


    Molti studiosi ritengono che il poeta sia nato nel 98 a.C. e morto nel 55 a.C., anno indicato da Donato nella Vita di Virgilio come quello in cui Lucrezio morì e Virgilio assunse la toga.

Dal poema non si possono ricavare altre notizie. I tre nomi Titus Lucretius Carus sono riportati dai codici che conservano l’opera. Probabilmente, Lucrezio visse appartato, lontano dalla vita di società e dalle ambizioni politiche che giudica negativamente.


De Rerum Natura:

Il De rerum natura è un poema epico-didascalico in esametri, suddiviso in 6 libri. Nel poema viene esposta la filosofia epicurea: Lucrezio è, infatti, sicuro che essa possa assicurare agli uomini la soluzione dei loro problemi esistenziali. L’opera è dedicata a un Memmio che può essere identificato con un illustre personaggio appartenete agli ottimati e che viene presentato da Cicerone come un coltissimo intellettuale amante della letteratura greca e poeta stesso. Il titolo del poema è la traduzione latina del greco Perì physeos (“sulla natura”), titolo di numerose opere filosofiche e anche dell’opera più importante di Epicuro, che probabilmente fu la principale fonte del poema. Tuttavia, quest’opera è un trattato in prosa poiché il filosofo aveva espresso severe critiche sulla poesia, giudicandola inutile e nociva. Perciò Lucrezio chiarisce e giustifica la scelta della poesia nel I libro dell’ opera: con una similitudine (che verrà ripresa da Torquato Tasso nel proemio della Gerusalemme liberata) egli afferma il valore strumentale della forma poetica, destinata a mediare in modo efficace contenuti salutari ma difficili, che altrimenti riuscirebbero ostili al lettore. La scelta di tale genere risulta in sintonia con le tendenze della letteratura contemporanea.

L’opera:

PROEMIO: l’opera si apre con una solenne preghiera rivolta a Venere, la dea progenitrice e protettrice dei Romani, in linea con le convenzioni del genere epico che prevede l’invocazione alla divinità; ma la presenza di Venere si carica di nuovi e inediti significati: dea dell’amore, del piacere e della fecondità, ella è il simbolo della forza generatrice della natura e della felicità che deriva all’uomo dalla conoscenza e dall’accettazione delle leggi naturali. La richiesta alla dea di assicurare ai Romani è in contraddizione con la teologia epicurea, secondo cui gli dei sono indifferenti alle vicende degli uomini, ma si spiega come un omaggio alla tradizione letteraria, oltre che come forma di captatio benevolentiae nei confronti del pubblico. Il poeta accoglie così i topoi proemiali tradizionali ma anche la novità dell’invocazione di una dea che è simbolo e personificazione della rerum natura. Dopo l’inno a Venere che contiene la dedica a Memmio, il proemio prosegue con un elogio a Epicuro, esaltato come l’eroe che ha saputo farsi salvatore dell’umanità sconfiggendo la religio. A questo punto Lucrezio narra l’episodio del sacrificio di Ifigenia, figlia di Agamennone, immolata con il consenso del padre per propiziare la partenza della flotta greca per la guerra di Troia: proprio la religione, soprattutto quella usata a fini politici, spesso è causa di fatti empi e scellerati.

    I LIBRO: inizia la trattazione della fisica epicurea, quindi, della dottrina degli atomi: essi formano i corpi aggregandosi tra loro e li dissolvono disaggregandosi nei loro incessanti movimenti nello spazio vuoto. Gli atomi sono indistruttibili. Nell’ultima parte viene affermata e dimostrata l’infinità dell’universo.


    II LIBRO: si apre con un proemio in cui viene contrapposta l’atarassia (serenità imperturbabile del sapiente) alla stoltezza e all’infelicità della maggior parte degli uomini, travagliati dalle passioni. In seguito viene trattato il movimento e le combinazioni degli atomi, rese possibili dal clinamen. Inoltre, Lucrezio afferma che nello spazio infinito esistono infiniti altri mondi che si formano crescono ed evolvono finché, giunti al vertice dello sviluppo, iniziano a declinare e decadono, proprio come il nostro mondo.


    III LIBRO: si apre con una celebrazione di Epicuro. In seguito viene trattata l’anima e la sua natura mortale: l’anima (principio vitale) e l’animus (la mente) sono composti di atomi, destinati a disperdersi al momento della morte, quando cessa ogni forma di coscienza e di sensibilità. Quindi, la paura della morte è fondata su credenze errate.


    IV LIBRO: svolge la teoria delle sensazioni, provocate da aggregazioni di atomi sottilissimi che si staccano dagli oggetti e dai corpi e vanno a colpire i sensi. Il finale è occupato dalla trattazione della fisiologia del sesso e della psicologia dell’amore.


    V LIBRO: tratta l’universo che non è eterno e non è stato creato dagli dei, ma si è formato in seguito alla casuale aggregazione degli atomi. In seguito il poeta tratteggia una sintesi della storia umana.


    VI LIBRO: si apre con un elogio di Atene ed Epicuro. Sono, poi, descritti i fenomeni meteorologici e naturali che provocano nell’uomo il timore superstizioso degli dei. L’ultima parte del libro è dedicata alle epidemie e alle loro cause e alla descrizione della terribile peste di Atene del 430 a.C.

La struttura compositiva è chiara e ordinata. I libri sono raggruppati a due a due: la prima coppia tratta degli atomi, la seconda dell’uomo e del funzionamento del suo organismo, la terza del mondo. Ogni libro ha un proemio e un finale. Manca un’esposizione della dottrina morale, ma l’etica epicurea è sempre presupposta e viene richiamata spesso, in relazione agli argomenti trattati.
Molti studiosi ritengono il poema incompiuto (nel V libro è preannunciata un’ampia trattazione delle sedi degli dei -intermundia- mancante nell’opera): è, infatti, probabile che il poeta non abbia potuto dedicargli un’ultima revisione a causa della morte. Molti presunti difetti di forma sono, tuttavia, dovuti alla sua tecnica poetica e ad un gusto diversi e meno raffinati rispetto ai poeti successivi. Sono frequentissime le ripetizioni di termini ed espressioni (volute anche per ricordare al lettore determinati punti). Importanti sono le apostrofi che hanno funzione di tenere desta l’attenzione del destinatario, proprio come l’uso di connettivi. Spesso vengono utilizzati vocaboli tratti dall’uso quotidiano come soluzione formale coerente con il contenuto del poema, espressione stilistica di un intento divulgativo. Lucrezio fa uso frequente di arcaismi. Il poema è un repertorio di termini scientifici e filosofici latini che, per la prima volta, traducono significati che prima venivano espressi con vocaboli greci (egli lamenta, infatti, “la povertà del patrio linguaggio”).
Lo scopo del poema è la lotta della ragione contro l’ignoranza per far prevalere la luce rasserenante della verità. Gli uomini si affannano perseguendo falsi scopi ma non si rendono conto che la natura non richiede altro che l’assenza del dolore fisico e spirituale, condizione che si può ottenere facilmente appagando i bisogni elementari. Il piacere consiste nell’assenza di dolore e di desiderio mentre la felicità è resa possibile dall’eliminazione delle paure razionali e delle passioni perturbatrici. Lucrezio condanna l’ambizione politica e la lotta per il potere perché la scelta più salutare è vivere appartati. Una delle più funesti passioni è quella amorosa che non permette di giungere all’atarassia e alla voluta. Ma le forme di stoltezza più gravi e pericolose sono la paura della morte, che nasce dall’errata credenza che l’anima sia immortale e che vi possano essere castighi ultraterreni per i malvagi, e la paura degli dei che, invece, per Lucrezio vivono beati nelle loro sedi, incuranti delle vicende umane. Inoltre, il poeta afferma che è impossibile che il mondo sia stato creato dagli dei per gli uomini, essendo pieno di difficoltà. Questo quadro negativo della condizione umana fa presupporre una visione pessimistica dell’esistenza in contraddizione con le posizioni epicuree. In verità, l’accentuazione degli aspetti negativi persegue un fine polemico: il poeta vuole confutare non solo la fede in un dio creatore del mondo, ma anche l’ottimismo naturalistico e l’antropocentrismo di altre scuole filosofiche, in particolare, il finalismo degli stoici. Nell’opera affiora una sottile inquietudine di fronte allo spettacolo desolante del mondo in cui l’uomo è posto a soffrire. L’impressione di un equilibrio instabile tra la fiducia nella ragione e le tentazioni del dubbio e dello smarrimento sembra accentuarsi nel finale del poema. Alcuni studiosi hanno creduto di trovare nel finale una prova dell’incompiutezza dell’opera, altri una spiegazione nell’aggravamento della sua depressione, altri ancora hanno interpretato la peste di Atene come una rappresentazione simbolica o metaforica della vita non-epicurea.

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