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Cicerone è divenuto il modello supremo di oratore. In effetti egli praticò la professione di avvocato difendendo in tribunale numerosi clienti; anche la sua fortuna politica è dovuta ai discorsi che egli pronunciò in senato o nei comizi. Egli scrisse anche opere teoriche sull’oratoria. Lingua e stile sono di estrema varietà e duttilità. Nella Roma dell’età di Cicerone spesso anche i processi civili e penali avevano implicazioni politiche e viceversa.

1) Il viaggio in Grecia smorzò i toni eccessivamente asiani di Cicerone che venne a contatto con il retore Molone di Rodi, fautore di un equilibrio tra asianesimo e atticismo.

- Verrine i sette discorsi In Verrem del 70 a.C. segnano una maturazione dell’oratore: egli si guadagnò con la Divinatio in Q. Caecilium il diritto di patrocinare i siciliani nella causa contro l’ex governatore Gaio Verre il quale aveva sottoposto la provincia ad ogni sorta di sopruso (concussione). Bastò poi la sola Actio prima in Verrem perché Verre, seppur difeso da Ortensio Ortalo, si sentisse obbligato ad andare in esilio volontario. I cinque discorsi che costituiscono la Actio secunda in Verrem non furono quindi mai pronunciati ma ci restano come testimonianza degli abusi di Verre e ci mostrano la progressiva evoluzione dello stile di Cicerone come il periodare complesso e armonioso.

- Pro Lege Manilia De Imperio Cn. Pompei nel 66 con l’orazione diede il suo primo esempio di oratoria politica o deliberativa nella quale vi si può trovare una sorta di principio della concordia ordinum; nello stesso anno venne anche elaborata la Pro Cluentio dove si allude a questo.

2) Il periodo che va dal consolato all’esilio è contrassegnato da importanti orazioni e frequenti sono sempre i riferimenti alla concordia ordinum.

- Catilinarie, senza dubbio le quattro orazioni In Catilinam sono fondamentali per capire il progetto politico di Cicerone. La congiura capeggiata da Catilina descritto come corrotto e senza scrupoli faceva leva su alcuni aspetti di malcontento sociale e vantava qualche simpatia dei populares. Cicerone non solo la smascherò ma nell’ultima si associò ai fautori della condanna a morte dei catilinari arrestati. Dal punto di vista stilistico la I Catilinaria è un vero capolavoro e ne arricchisce il pathos la costante apostrofe a Catilina e l’efficace uso della personificazione della Patria.

- Pro Archia composta nel 62 per difendere Archia, poeta greco di Antiochia dall’accusa di avere usurpato i diritti di cittadinanza romana. Cicerone vi inserì una lode alla poesia e alla letteratura e affermò che se anche Archia non avesse avuto la cittadinanza romana lo Stato gliela avrebbe dovuta concedere per i suoi meriti culturali. Il poeta fu assolto.

3) Il tribuno Clodio era stato con l’appoggio di Cesare il fautore dell’esilio di Cicerone accusato per la frettolosa condanna a morte dei catilinari. Non è un caso che Clodio compaia nei discorsi politici ciceroniani post reditum.

- Pro Sestio e Pro Caelio - Anche nelle due orazioni politiche del 56 compare la figura del tribuno.

Con la Pro Sestio Cicerone difese l’amico Publio Sestio dalle accuse dei clodiani: nell’orazione è esplicitato il concetto di consensus omnium bonorum nel quale non solo senatori e cavalieri ma tutti i boni hanno il dovere di reagire in difesa della res publica e del mos maiorum.

Nella Pro Caelio invece vi è la difesa di Marco Celio Rufo dalle accuse di avvelenamento portate avanti da Clodia, sorella di Clodio, ex amante sua e di Catullo. La difesa diventa un attacco alla donna descritta come una donna di cattivi costumi. In entrambi i discorsi troviamo un livello etico - politico che va al di là del processo.

- Pro Milone è un'orazione in difesa di Tito Annio Milone nel 52, accusato di avere ucciso proprio l’odiato Clodio; è considerata uno dei capolavori di Cicerone. Egli insiste sul concetto di legittima difesa ma anche sul fatto che Clodio si meritava quella fine. Il processo però si svolse quando Roma era sconvolta dalle violenze dei clodiani e Cicerone intimorito pronunciò il discorso in modo assai meno incisivo e convincente di quello che oggi leggiamo. Milone fu condannato all’esilio.

4) Dopo la sconfitta di Pompeo Cesare divenne il padrone assoluto della vita politica romana fino al suo assassinio. L’attività oratoria di Cicerone va divisa in due fasi. Le orazioni cesariane che consistevano nella difesa di alcuni pompeiani pentiti pronti a obbedire al nuovo dictator. Il tono è decisamente adulatorio, continui sono gli elogi a Cesare. Importante è la Pro Marcello.

- Filippiche, celebri invettive contro Marco Antonio, già chiamate da Cicerone Philippicae, poiché degne della veemenza dei quattro discorsi che l’oratore greco Demostene pronunciò contro Filippo il Macedone. Dopo l’assassinio di Cesare Antonio mirava ad impadronirsi dell’eredità politica mentre Cicerone lo avversava e sperava che il giovane figlio adottivo di Cesare, Ottaviano, ascoltasse i suoi consigli. L’ultima battaglia di Cicerone venne combattuta con questi 14 discorsi. La seconda, la più dura, non venne mai veramente declamata ma fatta circolare come pamphlet diffamatorio nel quale Antonio viene ritratto come un tiranno scostumato. Ad ogni modo il secondo triumvirato sancì la sconfitta e l’assassinio dell’oratore.

De Oratore, composto in tre libri nel 55-54, è un dialogo platonico riguardo all’oratore perfetto che si immagina essere avvenuto nel 91 a.C. tra i più grandi oratori del tempo, Crasso e Marco Antonio e altri cinque personaggi minori. Nel I libro emergono due diversi modelli di oratore poiché Antonio insiste sul talento naturale e sulla pratica forense mentre Crasso afferma la necessità di una cultura enciclopedica (diritto, storia, politica, scienza, filosofia). Più tecnici invece gli altri due libri nei quali i due oratori parlano di inventio, dispositio, memoria, elocutio e actio. Per quanto riguarda la concezione politica c’è da dire che se a Roma l’arte della parola è profondamente legata alla vita politica, l’alto livello culturale sarà garanzia di scelte eticamente e politicamente corrette, egli vede quel tipo di formazione proprio nell’aristocrazia repubblicana, cioè nei viri boni di cui si sentiva l’esponente.

Brutus e Orator sotto la dittatura cesariana in Cicerone riprese la trattatistica retorica, entrambe scritte nel 46 a.C. ed entrambe dedicate al futuro cesaricida Bruto. In esse prevalgono gli interessi storico - stilistici. Il Brutus è un dialogo platonico ambientato nel 47 a.C. a Roma e vede interloquire Cicerone e Bruto e Attico, si tratta di una sorta di storia dell’eloquenza che inizia dall’antica Grecia e finisce a Roma. Vengono passati in rassegna circa duecento oratori tra i quali Ortensio Ortalo, Demostene e lo stesso Cicerone. Egli si rappresenta come al culmine di una secolare esperienza oratoria. Il dialogo non manca di toni polemici contro la corrente neo-atticista cui Bruto aderiva. L’Orator è in forma di trattato e in essa vengono ripresi i problemi dell’elocutio e Cicerone vi formula la teoria dei tre stili (esile o tenue, medio o temperato e elevato o sublime) che il perfetto oratore deve saper usare a seconda dell’argomento trattato, del pubblico e del contesto nel quale pronuncia l’orazione. Chi parla in pubblico deve essere in grado di probare cioè di persuadere il suo uditorio, di delectare, cioè di divertire e intrattenere, e di flectere cioè di emozionare. Completa l’opera una trattazione del numerus cioè del ritmo della prosa.

Retorica (dal greco rhetoriké téchne "arte del dire") è l’insieme delle tecniche atte alla composizione di discorsi persuasivi e dunque un tentativo di ridurre l’oratoria a un sistema di regole insegnabili.

Già ad Aristotele risale la distinzione dei tre generi della retorica (deliberativo o politico, giudiziario, epidittico o dimostrativo) A Roma il senato e i comizi furono sede delle orazioni politiche, i tribunali di quelle giudiziarie, mentre assai poco diffusa fu la pratica dell’oratoria epidittica, circoscritta ad ambiti scolatici e a conferenze.

Sempre di derivazione Aristotelica è la definizione delle cinque ripartizioni fondamentali della retorica, accolte e arricchite in ambito latino: inventio, reperimento degli argomenti o delle prove per elaborare il discorso; dispositio, organizzazione del discorso; elocutio, elaborazione formale e stilistica del discorso; memoria, memorizzazione del discorso perché veniva recitato e non letto e infine actio, la pronuncia e l’attenzione al tono e alla gestualità.

L’organizzazione strutturale del discorso consta di quattro parti: exordium che ha la funzione principale di presentare al pubblico l’argomento dell’orazione e di accattivarsi la benevolenza e la disponibilità di chi ascolta (captatio benevolentiae); narratio, la narrazione vera e propria dei fatti deve essere chiara essenziale non troppo lunga; argumentatio, si tratta della rappresentazione degli argomenti e delle prove preceduta talvolta dalla divisio o propositio che ne è un breve sommario. Vi si trovano la confirmatio, esposizione di argomenti a favore della propria tesi e la confutatio, confutazione altre tesi; peroratio, parte conclusiva riprende i temi trattati.

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