Il “De Bello Gallico”

L'opera, che rientra nella tradizione dei Commentarii, è composta da 7 libri cui successivamente fu aggiunto un ottavo per iniziativa di un luogotenente di Cesare di nome Irzio. Secondo alcuni studiosi l'opera sarebbe stata scritta nel periodo in cui Cesare procedeva con la sottomissione della Gallia, fra il 58 e il 52.
Altri studiosi, invece, pensano che sia stato scritto nell’inverno del 52-51; altri pensano ad una composizione anno per anno, durante gli inverni quando erano sospese le operazioni militari.
La seconda ipotesi appare più plausibile in quanto nell’opera ci sono correzioni e anche mutamenti di stile: si passa infatti dallo stile scarno del commentarius vero e proprio a concessioni progressivamente maggiori, tipiche della historia.
Per esempio, nella seconda parte dell’opera c’è un uso più frequente del discorso diretto e vengono utilizzate varietà di sinonimi portando così ad un ampliamento del patrimonio lessicale; nella prima parte, invece, Cesare ripete molto spesso le stesse parole anche a breve distanza.

Cesare non introduce la trattazione iniziando da un proemio (= scritto all’interno di un’opera attraverso cui l’autore chiarisce i motivi che l’hanno portato a scrivere l’opera).
Dal punto di vista linguistico Cesare usa termini molto precisi e semplici senza ricorrere a sinonimi.

Stile
sobrio, semplice, lineare.
Prevale l’indicativo, il modo della realtà, della certezza.
Cesare si presenta come autore di un racconto oggettivo (non vuole far pensare al lettore di interpretare i fatti), proprio per questo parla di sé in 3° persona.

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