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L'apparizione di Lesbia

Non possum reticere, deae, qua me Allius in re
iuverit aut quantis iuverit officiis,
ne fugiens saeclis obliviscentibus aetas
illius hoc caeca nocte tegat studium:
sed dicam vobis, vos porro dicite multis
milibus et facite haec carta loquatur anus.

notescatque magis mortuus atque magis,
nec tenuem texens sublimis aranea telam
in deserto Alli nomine opus faciat.
nam, mihi quam dederit duplex Amathusia curam,
scitis, et in quo me torruerit genere,
cum tantum arderem quantum Trinacria rupes
lymphaque in Oetaeis Malia Thermopylis,
maesta neque assiduo tabescere lumina fletu
cessarent. tristique imbre madere genae.
qualis in aerii perlucens vertice montis
rivus muscoso prosilit e lapide,
qui cum de prona praeceps est valle volutus,
per medium densi transit iter populi,
dulce viatori lasso in sudore levamen,

cum gravis exustos aestus hiulcat agros:
hic, velut in nigro iactatis turbine nautis
lenius aspirans aura secunda venit
iam prece Pollucis, iam Castoris implorata,
tale fuit nobis Allius auxilium.
Is clausum lato patefecit limite campum,
isque domum nobis isque dedit dominae,
ad quam communes exerceremus amores.
quo mea se molli candida diva pede
intulit et trito fulgentem in limine plantam
innixa arguta constituit solea,
coniugis ut quondam flagrans advenit amore
Protesilaeam Laodamia domum
inceptam frustra, nondum cum sanguine sacro
hostia caelestis pacificasset eros.
nil mihi tam valde placeat, Ramnusia virgo,
quod temere invitis suscipiatur eris.

aut nihil aut paulum cui tum concedere digna
lux mea se nostrum contulit in gremium,
quam circumcursans hinc illinc saepe Cupido
fulgebat crocina candidus in tunica.
quae tamen etsi uno non est contenta Catullo,
rara verecundae furta feremus erae
ne nimium simus stultorum more molesti.
saepe etiam Iuno, maxima caelicolum,
coniugis in culpa flagrantem concoquit iram,
noscens omnivoli plurima furta Iovis.
atqui nec divis homines componier aequum est,

ingratum tremuli tolle parentis onus.
nec tamen illa mihi dextra deducta paterna
fragrantem Assyrio venit odore domum,
sed furtiva dedit mira munuscula nocte,
ipsius ex ipso dempta viri gremio.
quare illud satis est, si nobis is datur unus
quem lapide illa diem candidiore notat.
hoc tibi, quod potui, confectum carmine munus
pro multis, Alli, redditur officiis,
ne vestrum scabra tangat rubigine nomen

haec atque illa dies atque alia atque alia.
huc addent divi quam plurima, quae Themis olim
antiquis solita est munera ferre piis. sitis felice
s et tu simul et tua vita,
et domus in qua lusimus et domina,
et qui principio nobis terram dedit aufert,
a quo sunt primo omnia nata bona,
et longe ante omnes mihi quae me carior ipso est,
lux mea, qua viva vivere dulce mihi est.

L’apparizione di Lesbia (c.68)

Il c.68, in distici elegiaci, documenta dal punto di vista storico-letterario la delicata fase del passaggio dall’elegia ellenistica, di taglio impersonale-narrativo e di contenuto mitologico, a quella romana, soggettiva e di contenuto amoroso. In effetti l’intreccio dell’elemento personale con quello mitologico tradizionale che caratterizza il carme fa sì che la successiva generazione di poeti elegiaci guarderà ad esso come a un fondamentale modello di riferimento.
Il c.68 non è però importante solo sul piano letterario, ma si distingue per il contributo offerto alla ricostruzione del mondo sentimentale di Catullo. In esso trovano infatti risonanza tutte le principali tematiche della lirica catulliana, con un approfondimento sconosciuto alla breve misura espressiva delle nugae e degli epigrammata. Catullo spazia infatti dal ricordo della sua giovinezza al tema dell’amicizia, al dolore per la morte del fratello: il motivo unificante del carme è costituito però dal ricordo sereno dei primi momenti del suo amore per Lesbia. L’aspirazione a irrobustire il testo mediante apporti eruditi, esigenza conforme del resto al principio ellenistico della doctrina, porta poi il poeta a stabilire un’analogia tra la propria personale vicenda d’amore e quella dei mitici personaggi di Protesilo e Laodamìa, che largo spazio occupa nel carme.

Proprio nell’alternanza tra gli spunti più personali e quelli squisitamente letterari sta la specifica del testo di Catullo, che pur muovendosi con qualche impaccio all’interno di un genere nuovo (quello dell’elegia amorosa) riesce comunque a creare immagini di una squisita densità poetica.
Fra tutti i carmi del Liber è il c.68 a offrirci l’immagine forse più nitida e precisa di Lesbia, come al solito rappresentata non nella sua fisicità, ma piuttosto come incarnazione dell’ideale di donna che Catullo aveva in mente. Nella rievocazione dei primi e furtivi incontri d’amore con la donna amata, Catullo si concentra così soprattutto nell’evoluzione della figura quasi divina di Lesbia attraverso alcuni piccoli particolari. Ecco lo scricchiolio dei suoi sandali mentre con piede leggero varca la soglia della casa (vv 70-72), ecco soprattutto il suo manifestarsi, circondata di luce splendente nell’oscurità della notte, come un’apparizione della dea Venere accompagnata da Cupido (vv 132-134).
Ed è proprio accompagnata sulla sfera semantica della luminosità che caratterizza questo straordinario ritratto di Lesbia, chiamata dal poeta Lux mea (v 160), luce che gli è più cara di se stesso e da cui, del resto, la sua vita dipende. Un’espressione logorata da secoli di letteratura può oggi sembrare banale ma, guardata con occhi storicamente consapevoli, ben rende la misura dell’eccezionalità del sentimento di Catullo in una società come quella di Roma repubblicana, in cui il legame tra un uomo e una donna era semplicemente, nella maggior parte dei casi corretto vincolo economico e sociale.

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