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Un mostro senza cuore

Num te te leaena montibus Libystinis
aut Scylla latrans infima inguinum parte
tam mente dura procreavit ac taetra,
ut supplicis vocem in novissimo casu
contemptam haberes, a nimis fero corde?

Il carme 60, in realtà molto problematico in quanto non è neppure certo se debba essere considerato come compiuto in sé, oppure come frammentato superstite di una composizione più lunga, è rivolta a un destinatario ignoto, impassibile di fronte alle disperate richieste di aiuto di Catullo. Anche se non si tratta di un’opinione unanimemente condivisa, se si interpreta il novissimo casu del v.4 come un riferimento alla sofferenza d’amore, l’interlocutore cui Catullo si rivolge potrebbe essere una donna, quindi assai probabilmente Lesbica. Questa interpretazione, confermata da un autorevole lettore come F.Caviglia (in Catullo, Poesia), consente di mettere a fuoco una rappresentazione quasi ferina di Lesbica, forse la più crudele fra quelle presenti nel Liber.

Alla Lesbia luminosa e leggiadra vista nei carmi 43 ecc, si contrappone dunque un’immagine della donna dai tratti inquietanti e crudeli. Implicitamente paragonata per mezzo di sottili allusioni alla principessa e maga Medea protagonista dell’omonima tragedia di Euripide. Lesbia si rivela qui come una donna senza cuore, crudele e feroce, anticipatrice di tratti che non solo saranno propri di molte eroine dell’elegia latina (se vogliamo anche Angelica di Boiardo), ma che caratterizzeranno molte figure femminili della letteratura moderna e contemporanea

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