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Preghiera agli dèi

Si qua recordanti benefacta priora voluptas
est homini, cum se cogitat esse pium,
nec sanctam violasse fidem, nec foedere nullo
divum ad fallendos numine abusum homines,
multa parata manent in longa aetate, Catulle,
ex hoc ingrato gaudia amore tibi.
Nam quaecumque homines bene cuiquam aut dicere possunt
aut facere, haec a te dictaque factaque sunt:
omnia quae ingratae perierunt credita menti.
Quare cur te iam amplius excrucies?
Quin tu animo offirmas atque istinc teque reducis
et deis invitis desinis esse miser?
Difficile est longum subito deponere amorem;
difficile est, verum hoc qua lubet efficias.
Una salus haec est, hoc est tibi pervincendum;
hoc facias, sive id non pote sive pote.
O di, si vestrum est misereri, aut si quibus umquam
extremam iam ipsa in morte tulistis opem,
me miserum aspicite et, si vitam puriter egi,

eripite hanc pestem perniciemque mihi,
quae mihi subrepens imos ut torpor in artus
expulit ex omni pectore laetitias.
Non iam illud quaero, contra me ut diligat illa,
aut (quod non potis est) esse pudica velit;
ipse valere opto et taetrum hunc deponere morbum.
O di, reddite mi hoc pro pietate mea.

Il carme, spesso considerato una breve elogia piuttosto che un epigramma, affronta quello che è ormai l’epilogo della vicenda amorosa tra Lesbia e Catullo: la forma e lo stile particolarmente sobri ed equilibrati fanno sì che la lirica possa essere considerata una delle più pure espressioni dell’interiorità del poeta.
Catullo, pur consapevole di non aver mai infranto il patto amoroso con Lesbica, ma solo è ormai certo che il loro amore non potrà più ricominciare, ma addirittura non lo desidera neppure, Stanco e deluso, forse già malato, egli si rivolge allora agli dèi perché lo liberino dal male rovinoso che lo sta portando alla morte.
Superate ormai le interpretazioni che intendevano il carme come documento dell’adesione da parte di Catullo a un culto misterico che prometteva la vita eterna dopo la morte, la situazione sentimentale che lo anima è probabilmente assai affine a quella del c.8 del quale c.76 condivide la struttura bipartita in solloquio (vv 1-16) e dialogo (vv 17-26).
La lirica si caratterizza per la diffusa amarezza che sgita l’animo del poeta, accentuata dalla coscienza di vivere in uno stato patologico che solo l’intervento divino sarebbe in grado di sanare. Volgendosi a un bilancio di quello che è stato il suo passato; il poeta constata di essersi sempre comportato correttamente nei confronti di Lesbica: ma anche questa consapevolezza costituisce per il poeta solo un’amara consolazione. L’ultima speranza che egli è ancora in grado di nutrire è che gli dèi, in nome della sua indiscutibile fides e della sua devota pietas, possano finalmente restituirgli quella pace che l’amore per lesbia, non più bene velle e neppure amare, ma ormai taetrum morbum, sembra avere definitivamente allontanato da lui.

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