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Addio a Lesbia

Furi et Aureli comites Catulli,
sive in extremos penetrabit Indos,
litus ut longe resonante Eoa
tunditur unda,
sive in Hyrcanos Arabesve molles,
seu Sagas sagittiferosve Parthos,
sive quae septemgeminus colorat
aequora Nilus,
sive trans altas gradietur Alpes,
Caesaris visens monimenta magni,
Gallicum Rhenum horribile aequor ultimosque Britannos,
omnia haec, quaecumque feret voluntas
caelitum, temptare simul parati,
pauca nuntiate meae puellae non bona dicta.
cum suis vivat valeatque moechis,
quos simul complexa tenet trecentos,
nullum amans vere, sed identidem omnium
ilia rumpens;
nec meum respectet, ut ante, amorem,
qui illius culpa cecidit velut prati
ultimi flos, praetereunte postquam
tactus aratro est.


Questo carme e il c.51 sono legati da una serie di analogie tali da far propendere i critici per l’ipotesi che essi rappresentino rispettivamente l’inizio e la fine della storia d’amore tra Lesbia e Catullo. In primo luogo sono gli unici componimenti del canzoniere catulliano ad adottare la forma metrica della strofe saffica. Inoltre, se il c.51 costituisce una vera e propria aemulatio del fr o ode 31 L.P di Saffo, anche il carme 11 contiene una preziosa reminiscenza saffica nella struggente immagine del fiore reciso (vv 22-24), quasi che Catullo abbia voluto aprire e chiudere la sua vicenda sentimentale nel ricordo della poetessa di Lesbo che nel VII secolo a.C. aveva inaugurato la grande stagione della lirica d’amore greca.

Il c.11 contiene la tristezza e l’irrevocabilità di un addio definitivo; esso è con ogni probabilità non solo l’ultimo dedicato alla donna ma anche uno degli ultimi del Liber, come conferma l’accenno alla spedizione di Cesare in Britannia (vv 11-12) avvenuta nell’autunno del 55 a.C., un anno prima della presunta data di morte del poeta.
Il principale problema interpretativo suscitato dal testo è relativo alla sproporziona tra le due parti in cui il carme può essere diviso: il messaggio per lesbia interviene solo nella quinta strofe, dopo un lungo preambolo dedicato ai luoghi in cui i due dedicati del carme sarebbero disposti a seguire Catullo. Si è pensato a un’intenzione ironica nella dedica del carme a Furio e Aurelio, altrove apostrofati con parole sarcastiche e ingiuriose, dovuta al fatto che proprio tramite questi due uomini, che Catullo disprezzava profondamente, Lesbica gli avrebbe fatto pervenire una proposta di riconciliazione, rifiutata dal poeta in modo definitivo.
Ma tutti questi elementi biografici, extratestuali disturbano più che favorire la comprensione della liric: quello che di certo si in essa possiamo leggere è che non ammettono più ripensamenti. La perentorietà del distacco spiega la violenza verbale della quarta strofe, in cui Catullo dipinge Lesbica come una sgualdrina, vittima della sua volgarità libidinosa, della quale il poeta prende atto senza più concedersi neppure la poesia dei ricordi, sintetizzando letterariamente la fine del suo sentimento nell’immagine disperata del tenero fiore reciso dall’aratro.

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