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Tacito

La vicenda biografica

I suoi dati biografici sono incerti e lacunosi. In base a quanto afferma Plinio il Giovane in una lettera, si può collocare la data di nascita verso la metà del I sec. d.C.. Incerto è anche il luogo di nascita, ma sicuramente proviene da una famiglia ricca e influente, come lasciano presupporre l’ottima educazione ricevuta e il suo matrimonio con la figlia di Giulio Agricola, personaggio influente in campo politico e militare.
A Roma compie la sua formazione letteraria e retorica, probabilmente allievo di Quintiliano. La sua attività comincia con l’oratoria e diventa un importante avvocato, cosa che lo aiuterà nella carriera politica.
Il suo cursus honorum inizia con la questura sotto Vespasiano, poi è edile, pretore ed esponente del collegio dei Quindecemviri, testimoniato da Tacito stesso nei suoi Annales. Poi lascia Roma ma vi ritorna dopo la morte di Agricola e completa il cursus honorum con il consolato durante il principato di Nerva. La sua carriera politica si svolge, come egli stesso afferma, in un clima politico che gli consente di esprimersi in piena libertà. Infatti la pubblicazione delle sue opere inizia nel 98, dopo anni di silenzio dovuto al controllo sulla cultura esercitato da Domiziano.

La produzione storiografica
Il suo interesse è rivolto alle vicende del I sec. d.C.. Il discorso storiografico assume in Tacito forme diverse, affiancando trattazioni di temi circoscritti a opere di più vasta portata. La sua produzione si inserisce in un retroterra culturale caratterizzato da un’intensa attività storiografica.
Il genere monografico, di cui quasi nulla ci è pervenuto, ha come oggetto di indagine i grandi temi della politica estera e in particolare le questioni relative ai confini dell’impero.
Con la composizione delle Historiae e degli Annales, Tacito affronta forme di storiografia più impegnative. Gli eventi più recenti confluiscono nelle Historiae, la narrazione della storia del principato è argomento degli Annales.

Il liber de vita Iulii Agricolae: una commistione di generi
Dedicata al suocero Agricola, è l’esordio di Tacito come storico ed ha i caratteri della monografia: narra un avvenimento storico circoscritto, in un testo di dimensioni ridotte, ma, parlando della vita di Agricola, è anche una biografia.
I primi capitoli, in funzione di proemio collocano l’opera nella tradizione storiografica e trasmettono un messaggio importante per la comprensione dell’autore. Infatti nel proemio egli afferma che nel recente passato scrivere biografia era divenuto pericoloso e il potere, che era diventato dispotico, pensava di potersi difendere eliminando quanti producevano cultura, se non addirittura la cultura stessa. In quel periodo, Tacito scorge aspetti oscuri e temibili a causa dei quali si è rischiato di perdere anche il ruolo di testimoni di un ‘epoca.

Il liber contiene: le notizie biografiche relative alla carriera politica e militare, il conferimento degli ornamenti trionfali, il ritiro ala vita privata e i dubbi sulla morte.
Oltre agli aspetti della monografia e della biografia, sono presenti anche quelli della storiografia politico-militare nella descrizione di eventi importanti.
E’ anche presente l’interesse geo-etnografico nella descrizione fisica della Britannia e l’analisi profonda della sua cultura.
Il liber inoltre presenta i tratti di una laudatio funebris, per i forti accenti encomiastici nell’elogio al defunto Agricola che contiene, a un tempo, il significato della sua morte per parenti ed amici, le lodi, il riepilogo delle sue vicende e la sua felicità per non aver assistito agli ultimi eventi del dispotismo di Domiziano.
I capitoli conclusivi contengono il ricordo del defunto che rimarrà indelebile nel tempo e creano una connessione tra biografia, storiografia e oratoria epidittica.
L’opera spiega le scelte che Tacito compie come intellettuale. Egli, suggerendo l’ipotesi di un delitto di Stato, si colloca nei confronti del potere in una dimensione nuova, rifiutando l’atteggiamento di consenso degli altri intellettuali con l’imperatore. Al tempo stesso, egli presenta il suo personaggio non come una vittima dell’oppressione politica, ma come un onesto funzionario fedele alle istituzioni, anche sotto un principe tirannico. Quindi Tacito sente l’esigenza di allontanarsi dall’esercizio del potere cupo e oppressivo di Domiziano, per affermare che si può essere onesti cittadini e servitori dello stato anche sotto un pessimo principe e condanna gli eccessi dei singoli imperatori.
Oltre alla motivazione celebrativa per il suocero, l’opera presenta una motivazione ideologica e culturale. Egli diviene portavoce della realtà della sua epoca, manifestando la sua preoccupazione per le sorti dell’impero, di cui coglie la grandezza e i limiti.
Nel fare ciò Tacito si confronta con alcuni nodi problematici che trovano parziale risposta nel comportamento di Agricola (e nel suo): tra la scelta di chi tenta la strada del gesto esemplare come forma eroica di opposizione, e quella di chi è disposto all’acquiescenza, egli sceglie la strada del silentium, per la quale è necessaria la virtus ossia patientia per attraversare i mali per rendersi utili appena la situazione lo renda possibile.
L’opera riflette l’aspirazione senatoria al recupero dei propri poteri sottratti dal principato.

La Germania
E’ una monografia geo-etnografica, parla interamente della Germania, dei suoi abitanti e della sua cultura. E’ composta di 46 capitoli all’interno dei quali è presente una parte generale e una specifica.
Capp. 1-5: descrizione fisica della Germania
Capp. 6-8: descrizione delle armi e modalità di combattimento, analisi dell’organizzazione politica.
Capp. 9.10: descrizione della religione
Cap. 11.16: analisi della gestione del potere e della giustizia
Capp. 17-28: notizie su abbigliamento, matrimonio, educazione, vita quotidiana, bevande e cibi, condizione degli schiavi, riti funebri.
Capp. 29-46: rassegna dei popoli che abitano sulla riva destra del Reno descrivendo usi e riti.
L’opera si presenta sotto la forma di un excursus scaturito, secondo alcuni studiosi, dall’elaborazione di materiale raccolto per una digressione da inserire nelle Historiae. Altri invece affermano che sarebbe nata dall’interesse dell’autore verso queste popolazioni. Comunque nel redigere l’opera Tacito aveva sicuramente presente l’interesse geo-etnografico che percorre la storiografia romana.

Per quanto riguarda l’intento compositivo, ci sono 3 ipotesi. La prima riguarda l’attualità dell’argomento nel dibattito politico contemporaneo. La presenza di Traiano nella Germania inferiore può far pensare ad un supporto della sua elezione a imperatore; la seconda è che l’opera scaturisce da un interesse per le popolazioni germaniche, che pone polemicamente a confronto con la decadenza morale e politica dell’impero romano, quindi un incentivo per rinnovare le antiche tradizioni del popolo romano; la terza è che potrebbe generare nel popolo romano un terrore talmente grande verso un pericolo costituito da popolazioni incorrotte, da indurlo a raccogliere le residue forze contro il potente nemico.
Ma, oltre alle informazioni articolate, si devono prendere in considerazione anche altri fattori quali:
- il riferimento ai comportamenti e qualità dei Germani;
- il confronto tra i romani culturalmente e tecnicamente più avanzati e i germani che quando non combattono, si dedicano all’ozio; (positivo)
- il riconoscimento della disciplina militare dei Germani che può essere pericolosa per le forze corrotte dei romani. (negativo)
Nell’opera, i germani sono osservati e descritti attraverso un filtro etico: il riconoscimento del loro mondo di valori rende positivi anche gli aspetti più primitivi della loro cultura, in una visione generale che vede la corruzione della società romana contrapposta all’integrità morale e sociale dei germani. Egli vede i germani come il virtuoso modello romano delle origini.
Una riflessione a parte merita la descrizione della religiosità dei germani che tacito definisce con il termine superstitio e che descrive con toni cupi (visione negativa). Egli tende a identificare le divinità germaniche con quelle romane per fornire ai lettori una immediata identificazione.

Le Historiae e il progetto storiografico di Tacito
Il titolo Historiae, che ricorda le Storie di Erodoto, nel suo significato di “indagine”, esprime un desiderio di ricerca e di comprensione dei fatti che va al di là della raccolta di testimonianze. Con questo titolo l’autore definisce non solo la materia trattata, gli avvenimenti di cui è stato testimone, ma anche il metodo compositivo che consiste nell’indagine sulle cause degli eventi con una scelta intenzionale e non puramente cronologica dei fatti.
Di quest’opera ci sono pervenuti i primi 4 libri e l’inizio del quinto. L’intera opera, che doveva comprendere 14 libri, si proponeva di affrontare il periodo compreso tra il 69 e il 96 d.C., relativo agli imperatori militari fino alla morte di Domiziano.
Oggi non è possibile definire con esattezza l’originario numero dei libri perché, nella tradizione, le Historiae e gli Annales formavano un unico complesso di 30 libri. La motivazione dell’opera è contenuta nel proemio in cui afferma di voler narrare le vicende relative all’età dei Flavi senza lasciarsi fuorviare dall’adulazione o dall’odio verso i governanti. Egli comincia con un riepilogo sulla situazione alla morte di Nerone.
Pone l’accento su 3 insiemi – urbs, exercitus, provinciae – che possono fornire le chiavi di lettura. Infatti, parlare della situazione di Roma significa parlare della centralità di Roma, ma anche del suo sgretolarsi; gli eserciti rappresentano uno dei nodi cruciali dell’impero, in relazione al ruolo che assumono nella nomina degli imperatori; nelle province un ruolo fondamentale è svolto dagli eserciti, dai magistrati e dagli abitanti.
L’elemento essenziale è, in ogni caso, la figura dell’imperatore che deve svolgere il ruolo di princeps, ma deve anche essere espressione delle parti sociali.
Gli aspetti affrontati da Tacito partono dall’anno dei 4 imperatori, il 69 d.C., un anno caratterizzato da tensioni civili che avevano portato alla diminuzione d prestigio del senato e all’avvento della dinastia dei Flavi. L’elezione di Vespasiano, proclamato imperatore dalle legioni, segna una svolta politica importante, perché l’impero apparteneva a chi aveva la forza di imporlo con le armi.
Tacito quindi avverte la necessità di effettuare una riflessione storico-politica sulle vicende dell’impero per chiarire come si sia giunti ad un’epoca nuova attraverso un novo tipo di successione: il principato adottivo. Infatti, per porre fine alle congiure di palazzo e al prevalere dell’esercito a scapito del senato, la successione al trono, dal II sec., avveniva attraverso l’adozione da parte dell’imperatore di una persona da porre al vertice dello Stato: un optimus princeps i cui meriti siano universalmente riconosciuti. Quindi la questione della successione è il tema centrale della riflessione effettuata dall’autore in questa opera. Allo storico interessa più di ogni altra cosa, la stabilità dell’impero che può avvenire grazie a un rector, una persona capace di guidarlo.
Tacito ha utilizzato fonti diverse: ha avuto accesso a documenti ufficiali, poi ha avuto la possibilità di ascoltare i protagonisti della sua epoca, ed inoltre è stato testimone degli eventi verificatesi durante l’età flavia. Ma fa anche riferimento alle opere di altri storici anche se nomina solo Plinio il Vecchio.

Gli Annales
Gli Annales richiamano nel titolo gli Annales pontificium, ossia elenchi di avvenimenti notevoli redatti dai pontefici. Con la caratteristica distribuzione del contenuto anno per anno, essi si collegano alla forma originaria della storiografia romana secondo una struttura che risultava perfettamente adeguata al succedersi delle magistrature repubblicane.
Con gli Annales Tacito si propone di narrare fatti lontani nel tempo nei quali può indagare la genesi e lo sviluppo del principato, con il ricorso a fonti dirette o interpretazioni di storici precedenti.
E’ stata composta dopo le Historiae. Tacito sente il bisogno di spiegare la crisi politica e istituzionale dalla quale aveva preso le mosse con l’opera precedente. La sua visione del presente è più amara e non riesce a credere in un futuro in cui la classe senatoria possa ancora avere un ruolo significativo. Ora preferisce affrontare un problema molto importante, quello della successione al trono.
Dei 16 libri, ci sono pervenuti solo i primi 6 relativi al regno di Tiberio, e gli ultimi 6 relativi a Claudio e Nerone. Il racconto ha inizio dalla fine del principato augusteo.
Tacito fa riferimento alle fonti da cui ha tratto testimonianze e fa anche riferimento ai verbali delle sedute del senato e ai bollettini ufficiali di notizie, nonché a una tradizione orale che aveva avuto modo di ascoltare direttamente.
Il metodo compositivo è anche qui annalistico ed ha come nucleo centrale le vicende di Roma. Ma tale metodo rivela dei limiti rispetto alla complessità della materia e Tacito è costretto a infrangere l’ordine cronologico per spiegare fatti accaduti al di fuori dell’impero.
La storiografia annalistica è inadeguata anche per quanto riguarda la struttura narrativa: Roma non ha più un ruolo centrale a causa del peso che va assumendo l’elemento provinciale e la contemporanea presenza nell’impero di apporti culturali diversi, che rendono difficile spiegare l’evoluzione della civiltà romana sulla base di una semplice successione di eventi.
L’indagine ruota attorno al princeps e alle vicende di corte. Tacito, pur vivendo nel secolo d’oro dell’impero in cui si realizza l’ideale di uno Stato sotto la guida illuminata di un princpes che persegue il bene comune, narra gli eventi drammatici della storia del principato. Egli guarda il mondo con un forte pessimismo e ciò non gli permette di scorgere i possibili progressi nella società civile. Tacito analizza il passato e fa del suo racconto un’occasione per giudicare i suoi contemporanei e i loro valori. Tale analisi ha come punto di riferimento l’antico mondo repubblicano. L’accumularsi di nefandezze che riguardano la corte e colpiscono la classe senatoria, portano Tacito a dare una valutazione pessimistica sull’impero e sulla funzione dell’opera storica. Egli vede una differenza tra l’antica res pubblica, con i suoi storici che descrivevano le imprese di magistrati ed eserciti, e il presente contrassegnato da una politica simile ad una monarchia, in cui lo storico deve narrare intrighi di palazzo, infamie e tradimenti.
Se si tiene conto che Tacito descrive l’età del periodo di Traiano, quando comunque l’aristocrazia senatoria ha di nuovo un ruolo importante nella vita politica dello Stato, è facile vedere come la disillusione dello storico sia profonda e investa anche i tempi presenti, che sono ben rappresentati da un’espressione di Plinio il Giovane rivolta all’imperatore: Ci vuoi liberi? Tali saremo. Vuoi che ti palesiamo ogni nostro pensiero? Così faremo”.
Tacito, nel narrare le vicende di Roma, assume il punto di vista della classe senatoria che vive l’affermazione del principato come progressiva perdita di libertà.
Il filtro etico-politico attraverso il quale egli osserva le trasformazioni dello Stato romano, lo portano ad un atteggiamento pessimistico perché vede il progressivo declino dell’antica virtus della classe dirigente romana.

Storia ed elemento drammatico nell’opera di Tacito
La produzione storiografica di Tacito si colloca nel solco di una tradizione che considera lo storico un letterato. Quindi l’opera storica di Tacito è un’opera letteraria ed espressione di modalità diverse in relazione alle peculiarità della narrazione e descrizione, alle scelte linguistiche e retoriche, alla rappresentazione dei singoli e delle masse. In tal senso, le pagine di Tacito sono esemplari per la profondità dei contenuti, per la sua partecipazione politica, per la complessità della visione storica. Ne deriva una coesione interna in cui è possibile ravvisare l’attenzione di Tacito per il divenire storico, il suo interesse per lo spessore psicologico dei personaggi, la percezione drammatica della storia.
Tacito sa bene che le azioni umane dipendono dal libero arbitrio le cui conseguenze ricadono sul divenire storico. Per questo per lui è importante analizzare la personalità di colui dal quale dipende il destino dell’impero. Da questo interesse per il principe e le persone che lo circondano deriva il carattere tragico della sua opera.
Tacito, in particolare negli Annales, si lascia attrarre dalle possibilità offerte dalla rappresentazione dei drammi umani, soprattutto quando si tratta di mettere in scena il dramma del potere. A ciò si aggiunge la sua propensione per lo studio dell’interiorità, dell’animo umano per comprendere le motivazioni che determinano l’agire. L’opera storica, in questo modo, diviene, come nota Pierre Grimal, non un romanzo, ma una costruzione poetica. Le opere di Tacito sono dunque opere poetiche per la drammaticità della rappresentazione, per la ricerca delle motivazioni profonde del divenire storico, per la tensione ideale che le anima e che riguarda la sorte di Roma. Con gli Annales la narrazione della storia viene costruita come un dramma, con continui mutamenti di scena e una tensione narrativa che si risolve nella catastrofe finale.
Un altro aspetto importante è l’abilità nella descrizione dei personaggi da cui scaturiscono ritratti di particolare nitidezza.
Il filo conduttore del pensiero tacitiano consiste in una visione che assume i toni di un’epopea tragica del destino dell’impero.

Il dialogus de oratoribus e il problema dell’eloquenza romana
Il dialogo è composto di 42 capitoli. Sulla sua attribuzione a Tacito gli studiosi non sono concordi la diversità stilistica di quest’opera rispetto al resto della produzione tacitiana.
Tre interlocutori partecipano a un dialogo sull’oratoria difendendo rispettivamente l’oratoria contemporanea, quella repubblicana o propongono una spiegazione originale sulla decadenza dell’oratoria in età imperiale.
Tacito affronta, sotto forma di discussione, il rapporto tra eloquenza e poesia, il confronto tra l’eloquenza antica e quella contemporanea, la riflessione sulle cause della decadenza dell’oratoria. Si tratta di un dibattito che ha percorso tutto il I sec. d.C. e che ha individuato la decadenza dell’oratoria in motivi etici e fisiologici o legati al regresso dell’insegnamento.
All’inizio del dialogo, Materno è presentato come un poeta che rischia di cadere in disgrazia per aver affrontato un problema molto pericoloso, cioè il diritto del civis di opporsi al tiranno e difendere la libertà.
Marco Apro lo riprende perché, dedicandosi alla poesia, trascurava l’oratoria. Inizia così un dibattito sul valore dell’oratoria, sostenuta da Apro, e su quello della poesia, difesa da Materno. Materno afferma la superiorità della poesia sull’eloquenza perché, in un’epoca che vede l’eloquenza ridotta a esercizio di potere e ad arma di offesa, nel dar voce a calunnie contro gli onesti oppure a declamazione su temi fittizi, sicuramente la poesia è attività da raccomandare.
Messalla sposta la discussione su un altro tema: il confronto tra l’oratoria antica e quella moderna. Apro afferma che non esiste un concetto univoco di oratore antico, perché negli antichi si possono scoprire aspetti che mantengono una loro validità e che, quando si verifica un cambiamento, questo non deve necessariamente essere in peggio. Non bisogna sempre assegnare al passato la lode e al presente la propria avversione.
Messalla poi introduce il problema della decadenza dell’oratoria di cui individua le cause nella cattiva educazione dei tempi presenti. Questa consegue pessimi risultati a causa della pigrizia dei giovani, della negligenza dei genitori, dell’ignoranza di chi insegna e della disattenzione ai valori del passato.
Nell’intervento conclusivo Materno, che è ritenuto la voce di Tacito, afferma che esiste un legame indissolubile tra la funzione dell’oratoria e la libertà politica. L’attività oratoria ha bisogno di essere alimentata dal dibattito politico, che esiste solo se si possono scambiare idee, scegliere magistrati e giudicarne l’operato. Ma il prezzo di questa libertà è la mancanza di ordine e di uno Stato tranquillo, in una situazione di continui rivolgimenti da cui gli oratori traggono grandi guadagni. Inoltre afferma che c’è una pericolosa contiguità tra libertà e licenza; l’oratoria è necessaria laddove esistono licenza e ingiustizie: se uno Stato è giusto ed è retto con saggezza, l’attività oratoria perde la sua funzione.
Su questa conclusione gli studiosi continuano a interrogarsi. Materno quando parla di condizioni politiche instabili si riferisce agli ultimi anni della res pubblica, mentre nell’attribuire al principato il merito di aver reso superflua l’attività oratoria si riferisce al secolo d’oro, con Nerva e Traiano.
Materno, e quindi Tacito, parte dall’intuizione dell’importanza di un libero dibattito politico per lo sviluppo di un’oratoria ricca di contenuti.
Ma la conclusione lascia aperto un interrogativo drammatico: la considerazione dell’inutilità dell’oratoria in un regime retto da un princeps è un elogio dell’impero o la rassegnata consapevolezza dell’immutabilità della situazione? Nell’impossibilità di dare una risposta definitiva a questa domanda, si può considerare la scelta di Tacito di divenire storiografo dell’impero, come una risposta indiretta e non meno efficace al quesito proposto.
Nella conclusione c’è però una nota di pessimistica rassegnazione che vede nella perdita della piena libertà espressiva e nella perdita della gloria procurata dalla grande eloquenza, l’ineluttabile prezzo da pagare per godere della stabilità politica e sociale. Quindi questa conclusione dimostra che per l’autore non esistono alternativa alla realtà del principato, che va comunque accettato per i vantaggi che garantisce.

Lingua e stile
La prosa tacitiana subisce una progressiva evoluzione nella raffinatezza lessicale, nell’organizzazione del discorso e nell’intensificarsi degli accorgimenti retorici, quindi lo stile negli Annales diviene più personale, elevato e di effetto.
Uso di termini ed espressioni poco usuali, ricercatezza lessicale che conferisce un tono di maioris dignitatis. Tendenza all’asimmetria che si realizza nell’inversione dell’usuale catena discorsiva, tramite il ricorso all’anastrofe.
Ampio ricorso del dativo; frequente ricorso alla brevitas e alla variatio. La concisione è ottenuta con l’ellissi e un periodare breve e nervoso.
E’ importante la componente retorica, che gli deriva dalla pratica oratoria. Sul piano stilistico, è frequente il ricorso a sententiae, frasi brevi di tipo gnomico, che racchiudono in poche parole alcune visioni illuminanti dell’impero.

Tacito nel tempo
E’ sicuramente noto ad autori cristiani e pagani.
Nel corso del 1500 gli studiosi si sono confrontati di nuovo con la lettura delle sue opere che ha prevalso su quella di Livio. Nel 500 e 600 si apre un dibattito sulla ragion di Stato e sulla possibilità di raccordo tra politica e morale, che prende le mosse dal Principe di Machiavelli e che, non potendo nominare né l’autore né l’opera, dichiara di ispirarsi alla storiografia di Tacito. Tale uso prende il nome di tacitismo ed è espressione di un dibattito presente sia in Italia che in Europa.
Un altro aspetto degno di ammirazione è rappresentato dalle questioni etiche che investono il mondo della politica, come testimonia il filosofo francese De Montaigne.
La sua opera viene letta e studiata da uomini di Stato e intellettuali e diviene fonte di ispirazione della stagione tragica tra il 600 e il 700.
Avrà influenza anche nella formazione di Giambattista Vico.
Il suo successo è la conferma della vitalità della sua modalità di fare storia, della visione disincantata dei meccanismi del potere, della difficile realizzazione di un’ideale libertas, della scoperta di mondi emergenti che si accostano al mondo romano e della sua grandezza di artista.

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