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Nella parte centrale e finale , la lettera 47 si fa densa di argomentazioni importanti e significative. Innanzitutto l’uguaglianza tra uomo libero e schiavo, su base genetica ed esistenziale, soggetti entrambi allo stesso ritmo biologico: la schiavitù è semplicemente una condizione determinata dalla sorte. Essa può volgere le spalle a chiunque: quindi ognuno dovrebbe comportarsi con gli schiavi come vorrebbe che il padrone che un giorno potrebbe avere si comportasse con lui e cioè con clemenza e familiarità. Ciò che deve determinare l’atteggiamento verso gli schiavi è la qualità della loro condotta morale, non la tipologia dell’attività esercitata. E’ inoltre importante riflettere, afferma Seneca, sulla condizione di schiavitù e sui suoi termini: possono forse essere considerati liberi gli uomini giuridicamente liberi ma soggetti alle passioni? Lussuria, avidità, ambizione, speranza e timore privano infatti tutti gli individui di autocontrollo e di autonomia e li rendono veramente chiavi. La libertà appartiene soltanto a colui che sa obbedire alla ragione, sottomettendole le passioni: il concetto, già affermato da Platone e ampiamente sviluppato dallo stoicismo, viene ribadito da Seneca in questa sede con convinte e convincenti argomentazioni. La libertà dell’individuo, indicata dal filosofo stoico, non è però diversa da quella dell’epicureo Lucrezio.

“Vis tu cogitare istum, quem servum tuum vocas, ex isdem seminibus ortum eodem frui caelo, aeque spirare, aeque vivere, aeque mori! Tam tu illum videre ingenuum potes quam ille te servum. Variana clade multos splendidissime natos, senatorium per militiam auspicantes gradum, fortuna depressit, alium ex illis pastorem, alium custodem casae fecit: contemne nunc eius fortunae hominem, in quam transire, dum contemnis, potes.”

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