Giorgjo di Giorgjo
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Epistole ad Lucilium

Le Epistulae ad Lucilium sono una raccolta di 124 lettere in 20 libri. Esse vengono composte attorno al 62 d.C. La prima sezione va dalla prima all’88° lettera, la seconda dall’89° alla 124°. Lucilio, nato a Pompei, fu un procuratore imperiale in Sicilia, appartenne ad una famiglia di rango equestre e amico di Seneca di vecchia data. Si interessò di filosofia, scienze e poesia. Scrisse un trattato morale e dei versi di argomento filosofico.
Le lettere sono delle missive inviate e ricevute ogni quattro-cinque giorni circa durante la primavera del 64: se si tratti di un epistolario reale o fittizio è questione di cui si continua a discutere. L’opera rappresenta un colloquio a distanza attraverso il quale il mittente si confronta col destinatario sui principi di etica, sui comportamenti quotidiani e su diversi eventi. Emerge un’immagine colta di Seneca, che tratta ogni argomento in maniera completa. Il pensiero è prevalentemente stoico, ma Seneca sembra essere sensibile al pensiero epicureo: egli afferma di esplorare spesso le diverse correnti filosofiche ma non come un disertore della sua, bensì come un esploratore. Il modello cui Seneca intende uniformarsi è Epicuro, colui che nelle lettere agli amici aveva saputo realizzare quel rapporto di educazione spirituale che Seneca istituisce con Lucilio. All’interno dell’opera il tu diatribico si converte in tu epistolare, l’intermittenza nelle frasi è continua e il medesimo pensiero appare ogni volta come nuovo.

La lettera, vicina alla realtà della vita, si presta perfettamente alla pratica quotidiana della filosofia. Le lettere a Lucilio costituiscono un repertorio completo dei principali temi etici considerati da Seneca essenziali per la riflessione filosofica finalizzata alla costituzione di una perfetta condotta di vita. L’autore propone l’ideale di una vita indirizzata al raccoglimento ed alla meditazione, al perfezionamento interiore tramite un’attenta riflessione sulle debolezze ed i vizi propri ed altrui.
Nell’opera domina la paratassi: le frasi non dipendono l’una dall’altra da legami sintattici, ma i concetti sono espressi in un susseguirsi di brevi frasi indipendenti. Ciò produce l’effetto di sfaccettare un’idea in tutte le sue angolazioni possibili, fornendone una formulazione più concisa. È uno stile che alterna i toni della meditazione interiore a quelli della predicazione.
Lo storico delle idee M. Foucault ha evidenziato lo stretto collegamento tra il genere epistolare e la pratica dell’esercizio personale condotto dal filosofo per il perfezionamento morale. All’interno delle lettere Seneca non si limita a discutere con Lucilio qualche principio di condotta, ma continua ad esercitare se stesso tenendo conto dei due principi che invoca continuamente: la necessità di addestrarsi tutta la vita e il bisogno dell’aiuto di altri nell’elaborazione dell’anima. Nella lettera 7 ad esempio Seneca afferma che è fondamentale ritirarsi in sé quanto più possibile, ma anche avvicinarsi a coloro che, si spera, ci rendano migliori. I pareri dati agli altri attraverso le lettere vengono considerati un esercizio per preparare se stessi ad un’eventualità simile. La scrittura che aiuta il destinatario, arma lo scrivente ed eventualmente i terzi che la leggono. La lettera implica quindi un’introspezione di sé intesa come un’apertura su se stessi offerta all’altro.
Nella prima lettera il lessico è di tipo giuridico. Questa viene utilizzata per il recupero dell’interiorità intesa come appropriazione di sé; è presente la metafora della “liberazione”, ovvero della restituzione dell’anima al suo legittimo proprietario.

Epistulae ad Lucilium, 16
All’interno della lettera Seneca analizza la stretta correlazione tra filosofia e felicità: solo attraverso la pratica quotidiana della filosofia è possibile raggiungere la felicità. La filosofia infatti non serve soltanto per far mostra di sé alla gente, non consiste nelle parole, ma nelle azioni. Essa forma e plasma l’animo, dirige le azioni e mostra le cose che si devono e quelle che non si devono fare, a prescindere dal fatto che queste siano determinate da un Dio, dalla divina provvidenza o dal caso. È infatti nella filosofia che dobbiamo ricercare la nostra difesa dalla fortuna, essa ci esorterà ad ubbidire volenterosi a Dio. Nella parte finale della lettera Seneca afferma che la natura richiede poco, ma ha smisurate esigenze chi vuole seguire le opinioni umane: per questo vanno assecondati solo i desideri secondo natura. Questi si distinguono dagli altri perché hanno un termine dove arrestarsi, e se andando avanti nel soddisfare un desiderio il suo appagamento è sempre più lontano, allora non è un desiderio naturale.

Epistualae ad Lucilium, 7
La concezione della saggezza si traduce nel consiglio rivolto a Lucilio di evitare di seguire le folle: gli uomini, infatti, soprattutto quando sono in molti, si possono rivelare dei cattivi maestri da cui anche involontariamente apprendiamo vizi e abitudini corrotte. Seneca parla poi dell’immoralità degli spettacoli circensi, colmi di combattimenti all’ultimo sangue, che la popolazione romana apprezza tanto. Seneca esorta Lucilio a frequentare solo quelle persone che possono renderlo migliore, a non cadere nella tentazione di dare mostra di sé. È sbagliato riporre la propria soddisfazione nelle lodi degli altri: la felicità e la contentezza di sé si possono trovare solo nell’intimo del proprio animo. Alla fine della lettera riporta una sentenza di Democrito, una di Epicuro e una di un autore anonimo che servono a ribadire la capacità del saggio nel trovare soddisfazione in sé.

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