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La contraddizione è riflesso biografico e metodo filosofico

Alfonso Traina definisce "drammatico" lo stile di Seneca, dal momento che esso rappresenta perfettamente le contraddizioni e le inquietudini dell’uomo. Queste contraddizioni, poi, ci consentono di capire una situazione storica molto diversa da quella in cui visse Cicerone. Quello di Seneca è innanzitutto lo stile dell’interiorità: è drammatico, poiché l’anima è in conflitto con se stessa, al punto che viene definita "barocca" da Concetto Marchesi. L’animo è continuamente tormentato dalle contraddizioni, da una quasi mai certa stabilità politica (ad eccezione dei cinque anni al governo con Nerone), pieno di sfaccettature. Marchesi definisce questo stile senecano fortemente anticlassico, poiché è privo della simmetria tipica degli altri autori classici, come Cicerone. Traina osserva che quello senecano non è legato solo al suo ‘iniziatore’, ma anche ad altri autori, come Tacito, Petrarca, Agostino, i quali, come Seneca, sono tormentati da un conflitto interiore. Ciò che segna l’allontanamento tematico dagli autori precedenti, è l’oggetto della sua predicazione. Lucrezio riflette circa il rapporto tra l’uomo e il cosmo, la Rerum Natura, Cicerone parla invece del rapporto tra l’uomo e la società, la Res Publica. Seneca riflette sul rapporto dell’uomo con sé stesso: ‘me prius scrutor, deinde hunc mundum’ (prima osservo me stesso, poi questo mondo).

Seneca importa a Roma il messaggio dell’interiorità, per scrutare meglio i conflitti che affliggono ogni uomo. Quando l’anima si raccoglie in sé, tramite la meditazione può osservare platonicamente l’iperuranio. Lo stile filosofico dell’interiorità è già stato ampiamente diffuso in Grecia, in particolare da Epicuro, che aveva coniato l’espressione "eautù ghenesthai" (appartenere a se stesso). Seneca deve volgere le espressioni linguistiche greche in latino e ci riesce, attingendo al linguaggio giuridico: l’espressione diventa ‘ita fac, Lucilii, vindica te tibi’, letteralmente ‘rivendica te a te stesso’; la conseguenza del possedere se stessi è l’autocontrollo, lo stabile autopossesso: ciò permette la trasformazione del linguaggio giuridico in linguaggio morale, già utilizzata da Cicerone nel De finibus e da Virgilio, che prima di entrare nel giardino epicureo di Sirone, esclama ‘vindicabimus vitam ab omni cura’.

Secondo Marchesi, Seneca ha contrapposto alla simmetria ciceroniana lo stile asimmetrico dell’animo umano, che attribuisce a ogni idea il giusto risalto, a dispetto dell’armonia promossa invece da Cicerone. A questo punto Traina individua tre differenti situazioni linguistiche nella storia romana: nel periodo di Cicerone e Cesare la ‘cellula’ dei discorsi è il periodo; ai tempi di Seneca è la frase; mentre nell’epoca di Frontone è la parola. Le prose di Cesare e Cicerone hanno un carattere in comune: la sintassi è retta da pochi e grandi nuclei sintattici, collegati da nessi logici. Questa sintassi sembra il riflesso di una realtà organizzata, che fa da mediazione tra l’individuo e il cosmo, mentre le due opposte ideologie puntano in ogni modo al bene comune. Con l’inizio dell’impero, il rapporto tra l’uomo e la realtà politica si rompe, facendo riaffiorare una solitudine esistenziale e l’individualismo. Ciò implica il nascere di uno stile esasperato, con tanti nuclei ideologici, tante pause quante sono le frasi, mentre la trama del discorso si dirama in innumerevoli sententiae. Lo stile nasce da due matrici greche: dall’asianesimo e dalla diatriba cinica. Secondo Misch, la prosa senecana è costituita da parti lavorate con massima cura, "affinché in esse non resti il minimo spazio vuoto" nella maniera più espressiva possibile, mentre le parole vuote, i complessi artifici grammaticali tendono a sparire.

A cura di Gianluigi Iodice

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