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Prendendo spunto da questa poesia, il valore del passato (pag. 73 colores), fin dall’inizio abbiamo la sintesi di tutte le caratteristiche di Seneca: intreccio di figure retoriche, chiasmo, poliptoto, uso continuo di procedimenti della retorica. Lo stile è stato criticato dagli autori successivi per la sua ampollosità ma è stato senza dubbio condizionato dalla formazione retorica (padre, grande retorico), dalla lingua e dallo stile del latino imperiale che abbatte il latino tradizionale, in particolare disarticolando il modello ciceroniano.

I più grandi autori di filosofia del mondo latino sono Cicerone e Seneca. Seneca ama frasi brevi, quindi riduce il periodo ipotattico di Cicerone e arriva alla formulazione di frasi molto brevi, Sententiae, essenziali e sintesi dei cardini del pensiero. “ Non è poco il tempo, se ne perde molto", non è la quantità, ma la qualità che conta. Frase lapidale e sentenziosa. Nasce da un bisogno forte di comunicare, che arrivi a un più largo numero di persone e il suo impianto della scrittura è dialogico colloquiale; vuole dare contenuti nel modo più chiaro possibile anche utilizzando frasi ad effetto e figure retoriche.

Principali figure retoriche:
- Parallelismo: ripetizione che spesso chiamiamo anafora, serve a garantire un'insistenza su un concetto;
- Antitesi: identifica due realtà contrapposte, una vera e una falsa, come è e come dovrebbe essere;
- Poliptoto: sul piano della forma serve a rendere le parole ridondanti, un effetto fonetico che arriva a colpire, utilizziamo la stessa parola cambiando casi;
- Tre figure di significato: similitudine, analogia, metafora, figure che permettono di parlare di concetti astratti attraverso aspetti concreti. Es “tempo è denaro”, “il punto in cui tutto si concentra”, in questo modo chiama il tempo, inoltre, lo chiama “abisso”, “fiume”.
Questi effetti fonico - ritmici attraverso l’allitterazione e il chiasmo, hanno fatto definire lo stile di Seneca come Asiano (Cicerone lo critica); lo sforzo di comunicare si traduce nella scelta di termini semplici ma Seneca non tralascia termini filosofici, riutilizza gli esempi di Lucrezio e Cicerone. Impasto tra linguaggio filosofico e quotidiano.

Opere politiche (trattati, De clementia e epistola su schiavi)
Opere temporali (dialoghi, epistole a Lucilio, de brevitate vitae 1,3,10)
Per Seneca il tempo è quotidianamente molto se lo usiamo molto. Consideriamo che ogni giorno, ogni attimo che lo abbiamo perduto muore perché “cotidie mori”, (si muore ogni giorno).

Il tempo che scorre come un fiume, abisso ci obbliga ad utilizzarlo bene, ovvero nell’esercizio della virtù, questo dà una sensazione di solitudine, in cui vive il saggio che non deve dipendere da nessuno e niente. Ma deve semmai riconquistare il rapporto con gli altri dopo essersi riappropriato di se stesso, quindi contribuire al bene comune dopo che è in grado di non dipendere dall’esterno, ma ha preso possesso assoluto di sé. Dentro a questo concetto del possesso di sé c’è un forte senso di autocoscienza: bisogna essere in grado di analizzare quello che abbiamo fatto e riappropriarci del nostro passato, che è l’unico bene per il quale noi possiamo vivere. Una volta riappropriato il passato bisogna vivere il presente nell’esercizio della virtù evitando tutte le occupazioni inutili.

Per cui l’idea che lui ha, è legata al tema stoico del possesso di sé che poi ha come conseguenza l’esercizio della virtù che risiede nel proprio "io". Rispetto ad Orazio la differenza appare evidente non tanto per il perdere tempo, (potremmo sostituire l’espressione "carpe diem" con "vendica a te tibi") quanto per il modo in cui Orazio interpreta il concetto di piacere epicureo, ma non bisogna confondere l’idea epicurea del piacere con quello che dice Orazio. Lucrezio è l’interprete ortodosso dell’epicureismo, quando parla di vivere in modo giusto dice che il piacere non deve essere un obiettivo, il piacere di Lucrezio è catastematico, basato sull'imperturbabilità: bisogna spogliarsi di tutte le cose che non contano, la stessa cosa che dice Seneca.

L’epicureismo e stoicismo pur utilizzando termini diverso; stoicismo più adatto al mondo romano perché insiste sul tema della virtù che ha anche una valenza sociale; epicureismo insiste sulla parola piacere che non va limitato al piacere dei sensi, cinetico, ma va considerato nel punto più alto di arrivo, il piacere catastematico che vuol dire imperturbabilità, obiettivo anche degli stoici, solo che questi lo chiamano "Apateia", gli epicurei "Atarassia". Ma sempre imperturbabilità è, un esercizio su noi stessi per evitare che le funzioni esterni ci fagocitino ,ci avvolgano e quindi non ci lasciano vivere secondo la natura.

Anche Orazio non intende far riferimento ad un piacere sfrenato in quanto egli associa sempre il principio del godere al concetto di "aurea mediocritas", è vero che devo godere le cose ma sempre rimanere nel principio di equilibrio. Non c’è mai nessuno che inviti a godere sfrenatamente.

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