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Nel proporre a Nerone, da poco diventato imperatore, l’ideale etico-politico della clemenza, che dovrebbe assicurare un rapporto pacifico ed equilibrato tra il principe e i sudditi, Seneca non poteva non ricollegarsi alla tradizione romana che, con Giulio Cesare e con Augusto, aveva posto la clementia al centro delle virtù imperiali. Del resto Nerone, all’inizio del suo principato , aveva dichiarato solennemente che avrebbe governato ex Augusti praescripto. L’esempio di Augusto viene infatti proposto all’imitazione del giovanissimo Nerone da Seneca, che raconta diffusamente l’episodio del perdono concesso dal principe a un personaggio che aveva congiurato contro di lui. Tuttavia lo spiccato carattere encomiastico dell’opera induce il filosofo ad affermare che Nerone è di gran lunga superiore a quel pur autorevolissimo predecessore: Augusto fu clemente verso vinti, spiega Seneca, solo dopo la conclusione delle guerre civili, quando la sua crudeltà si era ormai saziata; il giovanissimo Nerone, invece, mite e generoso per natura, può vantarsi a buon diritto di non avere ancora versato in tutto il mondo neppure una goccia di sangue umano. In realtà, poco prima che Seneca scrivesse il De clementia, Nerone aveva fatto uccidere con il veleno , durante un convito, il fratellastro Britannico; ma il “ sangue di Britannico non contava , in quanto ufficialmente era morto di morte naturale”.

“Hoc quam verum sit, admonere te exemplo domestico volo. Divus Augustus fuit mitis princeps, si quis illum a principatu suo aestimare incipiat; in communi quidem rei publicae gladium movit. Cum hoc aetatis esset, quod tu nunc es, duodevicensimum egressus annum, iam pugiones in sinum amicorum absconderat, iam insidiis M. Antonii consulis latus petierat, iam fuerat collega proscriptionis. “

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