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La storiografia è un genere letterario che a Roma arriva dalla Grecia dopo la conquista del territorio greco e l’annessione all’impero romano. Essa è propaganda, è giustificazione del potere di Roma nonché esaltazione del potere stesso di Roma [è apologia]. La storiografia romana è romanocentrica e parte dalla fondazione di Roma fino agli ultimi anni dell’impero. Segue una teoria organicistica secondo cui essa è paragonata ad un organismo vivente e come tale nasce, cresce e muore, ma dice Tacito che essa è stata caratterizzata da una giovinezza lunghissima. Essa è divisa in generi tra i quali ritroviamo il monografismo di Sallustio, il biografismo di Cornelio Nepote e la forma annalistica di Tacito. Secondo Cicerone la storiografia è “opus oratoriae maxime” per cui il buon storiografo deve utilizzare le tecniche di scrittura dell’ars dictandi e, dunque, essere in grado di “movere" e di "delectare”, utilizzando un linguaggio forbito come quello dell’oratoria o della retorica.


Ammiano Marcellino: È l’ultimo storico della Roma pagana. Nasce nel 4 sec d.C.(330-335) ad Antiochia (in Siria) ed è un soldato greco; infatti, la sua lingua madre è il greco ma conosce anche il latino; prestò servizio in numerose campagne in Gallia e in Oriente sotto gli imperatori Costanzo II e Giuliano l’Apostata(rinnegatore della fede, colui che fece rimettere in senato l’altare della vittoria, tolto dagli imperatori romani)) al quale fu fedelissimo (un imperatore pagano dopo una serie di imperatori cristiani) e ne raccontò le imprese, e appoggiò la sua tesi del ripristino del paganesimo in un impero ormai divenuto cristiano. Nelle sue opere tratta dei circoli romani e, in particolare, dei simmachi (da simmaco), un circolo che chiedeva la tolleranza per le minoranze religiose verso Sant’Ambrogio che sosteneva che la curia dovesse avere maggiore importanza a discapito del senato e voleva la distruzione della statua della Vittoria. Dopo la morte di quest’ultimo (363) si ritirò a vita privata e morì attorno al 400.

La sua opera è il “Res Gestae/Rerum gestarum libri o Storie” che riguarda la storia di Roma dal Principato di Nerva (96) fino ai suoi anni (morte di Valente nella battaglia di Adrianopoli 378). L’opera è composta da 31 libri dei quali sono conservati solo 18 che narrano della storia contemporanea all’autore. Il punto d’inizio è il chiaro ed evidente segno che vuole porsi come continuatore di Tacito le cui Historiae si concludevano con la morte di Domiziano; inoltre, Marcellino intende proprio riallacciarsi alla tradizione storica del passato, vedi Livio, Sallustio, e ai modelli ciceroniani. Nell’opera illustra più volte la sua concezione storiografica che consiste in una ripresa delle dottrine tradizionali che vedono, come oggetto della storiografia, eventi importanti narrati in forma adeguata (stile elevato e colto, “io consiglio di forgiare uno stile e una lingua più elevato”) secondo i principi dell’imparzialità e della veridicità. Queste idee sono enunciate anche nel passo conclusivo della sua opera dove troviamo, oltre alla tradizionale dichiarazione di modestia (“il resto lo scriva chi di me più bravo”), anche una rigorosa rivendicazione di veridicità della narrazione storica che egli concepisce come assenza di omissioni e di falsificazioni (“mai ho osato corrompere con silenzi e menzogne la mia opera che fa professione di verità”), rifacendosi molto alla concezione di Tacito “sine ira et studio”.

Tuttavia, sebbene voglia imitare in molti tratti le opere sia di Sallustio che di Tacito, nello stile e nell’impostazione del racconto se ne distacca notevolmente. Egli, infatti, imposta la sua narrazione in modo drammatico e patetico ed è costantemente attratto dagli aspetti orridi, ripugnanti, cupi, morte e atti cruenti(vedi descrizioni battaglie). Lo stile è molto ruvido, contorto, oscuro e participiale, tuttavia risulta conciso e riprende la variatio e l’inconcinnitas (asimmetria), portandole quasi all’estremo, risultando, così, faticoso da leggere. Riprende, inoltre, il principio della selettività del racconto e afferma, utilizzando citazioni sallustiane (de catilinae coniuratione) di voler rifiutare i futili particolari del biografismo e la genericità per riproporre una narrazione capace di “riferire gli avvenimenti principali senza velare la verità con alcuna menzogna”, concentrandosi, perlopiù, su fatti politici e militari.

Egli ci racconta molti eventi relativi alla sua epoca, molto spesso con un atteggiamento moralistico e un orgoglioso nazionalismo che si esprime con un atteggiamento di superiorità e disprezzo verso i barbari e un'immodica fiducia nella grandezza di Roma (della quale anch'egli non nega debolezze e decadenza).
Inoltre, del genere storiografico accoglie anche l’uso di discorsi ed excursus ma li trasforma in conformità con i suoi interessi; infatti, preferisce ai discorsi diretti le digressioni che hanno una valenza quasi enciclopedica poiché interessano vari argomenti; numerosi sono gli excursus etnografici e geografici (sulla Gallia, persiani e unni) ma anche di carattere erudito su argomenti eterogenei come terremoti, eclissi, pestilenze.

In accordo con Tacito pone in primo piano i personaggi, in particolare, gli imperatori e, talvolta, accenna anche un'infelice indagine psicologica. Il quadro storico che delinea è estremamene negativo ad eccezione di Giuliano descritto come generale valoroso e ottimo combattente, politico accorto e, soprattutto, uomo colto.
Grazie a lui si diffonde l’idea/mito, che poi verrà consegnata ai Romani, di Roma città eterna (tema ripreso poi dai cattolici come Roma città di Dio). Quindi, è suggestivo pensare che una tale mitizzazione arriva da un greco in netto contrapposizione con le tesi dei vecchi storiografi come Livio che sostenevano che la fine di Roma era vicina.

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