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Giovenale non opera una rifondazione della morale, bensì denigra la società romana contrapponendole la purezza dei costumi di un tempo. Nell’ età dell’oro regnava la parsimonia (equilibrio, moderazione): i Romani, infatti, erano un gruppo di contadini e pastori e avevano dei valori da rispettare quali ad esempio la fides. La povertà, la fatica e i timori della guerra tenevano lontani i vizi. Invece, Giovenale afferma nella tredicesima satira che l’oggi è peggio dell’età del ferro: non c’è un metallo adatto per descriverlo.
Il poeta delinea una possibilità di evasione dalla situazione di corruzione lodando la vita dei municipi italici in cui individua la vita degli antichi romani.
La superiorità della cultura romana può essere ristabilita soltanto riscoprendo la purezza originaria delle antiche genti italiche, liberandosi dalle influenze degli altri popoli. Giovenale, infatti, non individua mai un arricchimento culturale nel contatto con lo straniero, ma solo motivo di degradazione morale.

Uno dei temi più ricorrenti nelle satire di Giovenale è il contrasto tra realtà e apparenza: a Roma regna l’ipocrisia. Il poeta, infatti, critica le incoerenze delle posizioni altrui. Sono presentati i nobili pervertiti che nascondono la propensione al vizio sotto l’apparenza del culto filosofico di Aristotele.

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