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Fedro e le favole

Fedro nacque in Macedonia alla fine del I secolo a.C., giunse a Roma dove divenne schiavo della familia (servitù) di Augusto ma, a causa della sua dote culturale, venne affrancato all'imperatore. Il poeta era convinto che con le favole si potessero trattare temi di carattere politico, soprattutto grazie all'uso dell'allegoria, che evidenziassero le condizioni di vita delle classi umili. Iniziò a pubblicare le sue favole sotto l'impero di Tiberio.
Fedro prende quindi spunto da Esopo, artista greco, un favolista il quale scrive favole di cui i protagonisti sono animali rappresentanti i vizi e le virtù degli esseri umani. L'obiettivo principale di Fedro era quello di denunciare la corruzione imperiale attraverso la pubblicazione delle proprie favole.

Il poeta incorse, però, nell'ira di Seiano, Prefetto del Pretorio, il quale si riconobbe nei personaggio presenti in una favola di Fedro e con un'accusa intentò il poeta in un processo. Fedro si salvò a causa della condanna di morte del Prefetto del Pretorio, ma tale esperienza lo segnò fortemente, tanto da costringere Fedro a rinunciare, nella sua carriera letteraria, alla sua schiettezza e a ricercare la protezione di potenti liberti, a cui dedicò i suoi ultimi libri.
Nel 1450 Perotti riuscì a ricavare le opere di Fedro che si ritenevano perdute e raccolte successivamente nell'Appendix Perottina in cui è assente, però, il II libro contenente le allusioni a Seiano.
Il metro utilizzato da Fedro è il senario giambico, metro utilizzato solitamente nelle commedie ed usato per denunciare determinate situazioni.
Altro obiettivo importante per Fedro è quello di non sembrare un imitatore di Esopo, infatti se il favolista greco è ritenuto l'inventore di quel genere letterario, Fedro è colui che l'ha raffinato e rielaborato conferendogli dignità artistica.
Fedro, inoltre, rivendica agli schiavi l'invenzione della favola: l'unico modo per esporre liberamente il proprio pensiero senza incappare nell'ira dei potenti, grazie alla presenza dell'allegoria. Il debole, secondo la visione pessimista del poeta, sarà sempre vittima del più forte nonostante i cambiamenti politici. L'unica via di salvezza è dunque il buon senso (sensus communis) ovvero una sorta di equilibrio per non lasciarsi travolgere dall'esterno, utile per salvarsi da una realtà che non premia sempre il migliore.

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