FEDRO

Fedro è il principale rappresentante latino di un genere minore, la favola. La sua figura e la sua opera rimangono un po’ ai margini molto probabilmente per la sua umile posizione sociale. Solo nel XVI secolo fu riscoperta la sua opera in versi, le favole poi sono sempre state utilizzate nella scuola. Le notizie biografiche su Fedro si ricavano dalla sua opera, nato in Macedonia venne a Roma probabilmente come schiavo, è molto probabile che sia stato affrancato dall’imperatore grazie alla sua cultura, e che si sia poi dedicato all’insegnamento. Fedro si aspettava prosperità dalla sua poesia, ma non ottenne i risultati sperati, egli fu anzi perseguitato da Seiano, urtato dal carattere satirico di alcuni suoi componimenti. Ci sono pervenuti 5 libri di 100 favole in versi, e un’altra trentina di favole si ricava dalla cosiddetta Appendix Perottina, che Niccolò Perotti trascrisse da un codice oggi perduto.

Fedro nel prologo indica la fonte greca da cui dipende, Esòpo, l’iniziatore della favola letteraria. Secondo la tradizione Esòpo è uno schiavo originario della Frigia del VI secolo a.C. Egli ha per primo dato forma letteraria a un genere che viveva soprattutto a livello popolare, per cui con Esòpo la favola diviene un genere a sé stante, dotata di significato pedagogico e morale. Egli utilizzava soprattutto l’apologo animalesco nelle sue favole, che ha per protagonisti animali parlanti, simboli di atteggiamenti umani. L’opera di Esòpo era in prosa, mentre per quanto riguarda quella in prosa, era utilizzata nella satira romana di Ennio, Lucilio, Orazio, in esametri, mentre Fedro decide di utilizzare i versi ma adotta il senario giambico, ossia il verso tipico del dialogo nella commedia, questo perché la favola ha punti di contatto con la commedia: l’intento di divertire, carattere realistico e umile delle situazioni, andamento “drammatico” in quanto riferisce in forma diretta i dialoghi.
Lo scopo dichiarato nel prologo di Fedro è duplice: divertire ma anche insegnare a vivere, come Orazio dichiarò nell’Ars poetica. Questo duplice intento viene ribadito da Fedro anche nel prologo del II libro in cui afferma che egli dipende da Esòpo, ma egli inserisce qualcosa di suo. I capisaldi della sua poetica sono la varietas, poiché egli intende superare la monotonia dell’apologo animalesco per cui compaiono altri personaggi anche mitologici, e storielle realistiche, come quello della vedova e del soldato; e la brevitas, ossia la capacità di condensare i contenuti narrativi così da ottenere l’attenzione del pubblico. Ci sono anche aneddoti storici di ambientazione romana. Caratteristica della favola è la morale, e inoltre Fedro usa spunti di protesta sociale, infatti nel libro III egli afferma che è grazie agli schiavi che è nato il genere della favola (riferimento ad Esòpo), poiché essi non potevano dire ciò che volevano dinnanzi al padrone, e lo trascrivevano. Nonostante questa protesta sociale il tono non è satirico ma moralistico, questa morale delle favole è pessimistica, basata sulla legge del più forte che sovrasta il più debole. Il debole deve saper stare al proprio posto, cercando nell’astuzia i mezzi per difendersi dall’ingiustizia. Fra i temi spicca il valore della libertà, presentata come il bene più prezioso (Come nella favola del lupo magro e del cane grasso).

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