swat- di swat-
Ominide 975 punti

Virgilio


Publio Virgilio Marone nacque nel 70 a.C. ad Andes, un villaggio situato nei pressi di Mantova. Sulla sua vita possediamo numerose notizie; diventò tanto famoso che su di lui fiorirono numerose leggende, che vennero rielaborate nel Medioevo con notizie fantastiche (si diceva fosse un mago o persino un profeta). Appartenne a una famiglia di agiati proprietari terrieri, fatto che gli consentì di studiare con i migliori maestri dell’epoca. Studiò grammatica a Cremona e retorica a Milano e a Roma. Grazie a questi studi Virgilio avrebbe potuto fare la carriera forense, tuttavia egli abbandonò la capitale e si recò a Napoli dove ricevette gli insegnamenti filosofici dell’epicureo Simone. In quegli anni Roma si trovava in una situazione travagliata: Virgilio visse lo scontro tra Ottaviano e Antonio e la morte di Giulio Cesare. Subì l’espropriazione delle terre, della quale si lamenterà nelle Bucoliche. Fu introdotto nel circolo di Mecenate, in onore del quale compose le Georgiche, un’opera celebrativa dei lavori dei campi. Dopo la Battaglia di Azio (31 a.C.) e il ritorno di Ottaviano a Roma, Virgilio fu impegnato nella composizione dell’Eneide, opera che gli venne commissionata dall’imperatore e alla quale lavorò ininterrottamente per undici anni. Virgilio fu il poeta ufficiale dell’impero.

Le Bucoliche


La prima delle opere virgiliane sono le Bucoliche (Bucolica Carmina), ovvero Poesie Pastorali, dal greco boukolos, parola significante pastore, mandriano. Si tratta di una raccolta di dieci ecloghe (poesie scelte), composte tra il 42 e il 39 a.C., in esametri ambientate in un locus amoenus, un ambiente bucolico idealizzato di tipo idillico. I personaggi dell’opera erano i pastori, che attraverso il canto raccontavano le loro pene d’amore. Nella stesura dell’opera Virgilio si rifece al poeta greco di origine siciliana Teocrito, iniziatore e inventore della poesia bucolica. Scrisse liriche di argomento pastorale che vennero raggruppate in una raccolta poetica. I singoli componimenti di questa raccolta furono denominati Eidyllia, vale a dire poesie brevi. Teocrito (nelle sue poesie) prese in considerazione come locus amoenus la regione dell’Arcadia. Questa regione era il luogo ideale per il saggio epicureo, in quanto si trovava lontano dalla città: gli epicurei preferivano ambienti lontani dai centri abitati per raggiungere l’ataraxìa (= atarassia). Virgilio scelse come luogo la campagna, un ambiente congeniale e a lui familiare (in quanto figlio di proprietari terrieri). Nella prima egloga, di intonazione autobiografica, si parla di un dialogo tra due pastori Titiro e Melibeo; Melibeo è triste perché gli sono state espropriate le terre, Titiro è felice perché un giovane romano gli ha permesso di tenere le sue. Nella seconda egloga si parla di un lamento per un amore non corrisposto. La terza egloga è una gara poetica nella quale due pastori (Dameta e Menalca) mostrano la loro abilità nel canto amebeo. Si tratta di pronunciare versi alternativamente su un tema fissato. La gara si conclude in parità. Nella quarta egloga non vi è nulla di bucolico: si parla di un bambino che avrebbe riportato Roma all’età dell’oro. Molto probabilmente Virgilio si riferiva o al figlio del console Asinio Pollione o ad Augusto (nel Medioevo venne identificato con Cristo). La quinta egloga è una gara poetica nella quale due cantori cantano in onore di Dafni, il pastore siciliano figlio di una ninfa, considerato l’inventore del canto bucolico. La sesta egloga tratta l’origine del mondo secondo la dottrina di Epicuro. Nella settima egloga un pastore racconta una gara poetica. L’ottava egloga è centrata sul tema della gelosia e del tradimento in amore; è dedicata ad Asinio Pollione e contiene il canto mattutino di due pastori. Nella nona egloga si riprendono i temi trattati nella prima (l’esproprio delle terre). La decima egloga è dedicata a Cornelio Gallo, rappresentato tra i boschi dell’Arcadia mentre piange il tradimento di una donna per un soldato.

Le Georgiche


Le Georgiche sono un poema didascalico, diviso in quattro libri scritti in esametri, come le Bucoliche e l’Eneide. Il titolo deriva da gheorgos (=contadino), perché anche l’ambientazione delle Georgiche è campestre. Nelle Bucoliche la natura è idealizzata, mentre nelle Georgiche la natura è puramente contadina. Nel primo libro (che si apre con una dedica a Mecenate) si parla della coltivazione dei campi (cereali…). Nel secondo si parla della coltivazione degli alberi (vite, ulivo…); si dice che Virgilio con questi due libri avesse voluto accontentare due classi dei contadini (rispettivamente bassa e media). Nel terzo libro si rivolge alla classe più elevata dei proprietari terrieri, in quanto parla dell’allevamento del bestiame. Nel quarto libro si parla dell’allevamento delle api, in quanto il lavoro degli apicoltori aveva qualcosa di mistico; dagli orfici l’ape era considerata simbolo di purezza; stando a quello che si credeva nel passato, le api avevano la caratteristica di autoriprodursi (simbolo di purezza) senza accoppiarsi. Le api sono care a Giove, perché egli fu nutrito e cresciuto a Creta dalle stesse. Gli orfici (da Orfeo) facevano il voto di castità e non si cibavano di carne, in quanto credevano nella metempsicosi; essi furono i primi a parlare di anima (la parte vitale dell’uomo, quella che non muore). La presenza delle api nelle Georgiche è dovuta al fatto che esse hanno un’organizzazione molto capillare, producono il miele, impollinano i fiori e obbediscono ad una regina; quindi la società delle api potrebbe essere paragonabile a quella romana, infatti Virgilio chiamava le api Parvi Quirites (=piccoli romani). Il quarto libro si conclude con il racconto del mito di Orfeo ed Euridice, dove Orfeo piange la sua amata Euridice, morta morsa da un serpente fuggendo da Aristeo che la insegue (Aristeo è un apicoltore, responsabile indirettamente della sua morte). Orfeo, grazie al suo canto, riesce a convincere Proserpina, dea degli inferi, a permettergli di riprendersi la sua amata, ma ad un patto, che egli non si girasse a guardarla prima di uscire dall’Inferno, ma egli non resistette, perdendo Euridice per sempre. La colpa è dell’amore; Virgilio, essendo epicureo, considera l’amore come una passione (furor = follia); amore, per gli epicurei, è simbolo di follia. Le donne di Tracia tagliarono la testa ad Orfeo e la gettarono in un fiume perché non sopportavano più i suoi lamenti. Aristeo, invece, disobbedì agli dei che, per punirlo, gli fanno morire tutte le api; vi è però una possibilità di salvezza: per riavere le api, egli doveva sacrificare agli dei dei buoi, e così fu: Aristeo notò che dalle carcasse dei buoi si generavano le api, secondo il mito della Bugonìa.
Con il contenuto dei libri Virgilio si rivolse a tutte le classi dei proprietari terrieri. L’opera gli venne commissionata da Mecenate, seguendo una politica filoimperiale. Nelle Georgiche si rivaluta la figura dell’agricoltore, autentico rappresentante del civis romanus (= cittadino romano). Secondo Virgilio il lavoro dei campi è un lavoro nobile, capace di forgiare il prefetto cittadino romano. Questa figura di uomo teneva lontano l’uomo greco (figura negativa). Il contadino diventa l’esempio del mos maiorum. Il lavoro non dev’essere considerato come uno sforzo, ma come qualcosa di costruttivo, infatti egli sosteneva che si vivesse meglio nella Roma antica, piuttosto che nell’età dell’oro (un’età mitica, nella quale l’uomo non avrebbe avuto bisogno di lavorare). Nel secondo libro delle Georgiche egli spiega la teodicea (= origine divina) del lavoro, che dice che sarebbe stato Giove in persona a far terminare l’età d’oro, e a spingere l’uomo a lavorare. Lavorando, è uscito dall’ozio (veternus) e ha iniziato a progredire. Il lavoro nei campi si porta dietro un altro aspetto importante: la vita contadina è simbolo di religiosità (si adorano gli dei agresti), rientrando nel mos maiorum.

L’Eneide


La terza e più importante opera virgiliana è l’Eneide, un poema epico scritto in esametri, di carattere celebrativo che gli venne commissionato da Augusto per celebrare l’imperatore e l’impero. Virgilio seppe utilizzare perfettamente il mito. Nell’architettura del suo poema, si propose una duplice intenzione: lodare Ottaviano e imitare Omero. Si può dire che l’opera è la perfetta continuazione dell’Iliade e dell’Odissea. Consta di dodici libri e presenta una struttura bipartita: la prima esade (i primi sei libri) si rifà all’Odissea e ha come argomento fondamentale il viaggio di Enea; mentre la seconda (gli altri sei) segue il modello dell’Iliade e tratta una materia guerresca (le guerre di Enea con le popolazioni del Lazio). Per Virgilio fu molto difficile conciliare la brevitas con i canoni della poesia epica: dodici libri sono esattamente un quarto dell’intero corpus omerico, formato da 48 libri. Il protagonista dell’Eneide è Enea, personaggio mitologico già presente nell’Iliade omerica, nella quale giocava un ruolo secondario. Fu collegato al mito della fondazione di Lavinio, un villaggio laziale a sud di Roma, senza che il suo nome fosse connesso alla fondazione di Roma. Tra il II e il III secolo a.C. la sua fama crebbe enormemente, tanto che i Romani cominciarono a collegare le sue vicende alla stirpe di Romolo. Inoltre Enea venne reso, attraverso suo figlio Ascanio, detto Iulio, capostipite della gens Iulia, di cui faceva parte Ottaviano; per cui, dato che Enea era un semidio (in quanto figlio di Afrodite), anche Augusto doveva avere origini divine. Nella sua opera, Virgilio utilizzò alcuni degli elementi strutturali delle opere omeriche. Tra questi vi è il ricorso alla tecnica del flashback (per esempio nel momento in cui Virgilio racconta a Didone tutto ciò che gli era accaduto precedentemente) e l’avvio della narrazione in medias res, cioè quando una parte degli avvenimenti è già accaduta. Alcuni degli episodi ripresi dal modello omerico sono invece: la rassegna dei combattimenti, il ricorso alla tempesta, il concilio degli dei, la fabbricazione di armi, la celebrazione di giochi funebri, la catabasi (o discesa agli inferi). Il poeta latino riprese anche il tema dell’amore, attinto dalle Argonautiche di Apollonio Rodio. A questa tematica dedicò l’intero quarto libro, dove si parla dell’amore tra Enea e Didone, una donna che lo aiuta e viene successivamente abbandonata. Nelle opere omeriche la narrazione dei fatti e le descrizioni dei personaggi avvenivano in maniera soggettiva; proprio per questo motivo Omero fece spesso ricorso all’utilizzo di epiteti letterari. Nell’Eneide questi sparirono e possiamo notare una maggiore soggettività: i fatti vengono raccontati attraverso l’ottica dei personaggi. Ad esempio, nel quarto libro, quando Didone si sente tradita da Enea, il quale gli aveva promesso un amore eterno ma fu costretto ad andarsene; dopo che Enea se ne va, Didone scaglia una maledizione sull’eroe e si uccide. L’amore porta Didone alla morte; in questo modo Virgilio ribadì il concetto di furor, al quale Enea si sottrae poiché è pius (devoto). Il protagonista incontrerà nuovamente Didone nel sesto libro, nel quale scende nell’Ade; intende scusarsi con lei ma non ci riesce poiché la donna non lo degna e si allontana. L’Eneide si conclude con il duello tra Enea e Turno, re dei Rutuli (stanziati nel Lazio), che aveva ucciso Pallante (amico dell’eroe). Il duello verrà vinto da Enea; Turno riesce quasi a convincerlo a non ucciderlo, tuttavia quando il protagonista vede il balteo (una parte dell’armatura) di Pallante lo uccide.
Il primo libro si apre in medias res. Giunone, protettrice di Cartagine, sa che questa verrà distrutta dai romani e cerca di impedire ad Enea di arrivare in Italia; tuttavia non ce la farà a causa del fatum (il destino, filo conduttore dell’Eneide). Eolo, istigato da Giunone, suscita una tempesta contro i Troiani che li porta alle coste libiche Didone sta costruendo Cartadesh (Cartagine), parola significante città nuova, della quale sarebbe poi stata regina. Didone e Giunone giungono a un accordo: la dea acconsente all’amore tra Enea e la futura regina poiché in questo modo non sarebbe andato nel Lazio. Il secondo libro si apre con un flashback. Enea, sollecitato da Didone, racconta le vicende che ha vissuto dalla caduta di Troia fino all’arrivo a Cartagine. Narra la morte di Laocoonte, sacerdote di Nettuno, il quale comprese che il cavallo era un inganno e lo dimostrò lanciando una lancia. Dal mare spuntarono delle serpi che lo uccisero; è stata fatta una statua, tutt’ora molto famosa che mostra il dolore composto di Laocoonte. Racconta anche la morte della moglie e di Priamo. Nel terzo libro i Troiani giungono a Delo; l’oracolo di Apollo promette ad Enea una nuova patria. Inizialmente l’eroe crede si tratti di Creta, ma un sogno gli rivela che è l’Italia. Il racconto di Enea (il flashback) termina con il racconto della morte del padre Anchise. Il quarto libro ha come tema il furor ed è interamente dedicato agli amori tra Didone ed Enea. Virgilio colse gli aspetti psicologici dell’amore: a causa del furor Didone tradisce il marito. Iarba, pretendente di Didone, racconta a Giove il loro amore. Giove manda Mercurio per ricordare ad Enea la sua missione. L’eroe abbandona Didone. La donna vede le navi troiane al largo e, non capendo il motivo del gesto di Enea, lo maledice e si suicida. Nel quinto libro Enea fa sosta in Sicilia, dove si stanno celebrando i giochi funebri in onore di Anchise, il quale appare in sogno al protagonista dicendogli di scendere nell’Ade per sapere il suo destino. Il sesto libro è stato fonte di ispirazione per la Divina Commedia di Dante. Enea consulta la Sibilla (gioca il ruolo di tramite tra uomo e Dio), che lo aiuta a scendere nell’Ade, dopo aver superato tre prove. Con la Sibilla Enea si inoltra nell’Averno, oltrepassando i campi del pianto, dove incontra Didone. Giunto ai Campi Elisi incontra Anchise che gli predica il suo futuro e gli mostra i grandi Romani fino al nipote di Ottaviano, Marcello.
Nel settimo libro Enea sbarca nel Lazio e Giunone cerca di mettere diversi personaggi contro l’eroe. Si scatena una battaglia tra Troiani e Latini. Il canto si conclude con la rassegna dei Latini, tra i quali vi è anche Turno. Nell’ottavo libro Enea incontra Pallante, figlio del re degli Arcadi. Venere fa forgiare a Vulcano le armi per Enea. Di fondamentale importanza è lo scudo nel quale sono raffigurati gli episodi salienti della storia di Roma. Al centro dello scudo vi è la vittoria di Ottaviano ad Azio. A differenza della profezia del sesto libro nella quale vengono mostrati ad Enea i personaggi importanti della storia romana, in quella dell’ottavo libro (in quanto lo scudo può essere considerato una vera e propria profezia) vengono mostrati i momenti salienti della storia della città. Nel nono libro Turno, re dei Rutuli, cerca di incendiare la flotta troiana. Eurialo e Niso, giovani troiani legati forse da un rapporto amo-erotico, vanno in avanscoperta e pensano di far strage di nemici addormentati. Eurialo prende un elmo e una parte del bottino; questi però risplendono nella notte e i due vengono visti da Volcente, amico di Turno, che li insegue con altri uomini. Nella fuga, i due si separano: Eurialo rimane indietro e viene circondato dai nemici; Niso torna indietro per salvarlo e riesce a uccidere Volcente. Alla fine entrambi i giovani vengono uccisi. Di fondamentale importanza è una similitudine che descrive la morte di Eurialo: Eurialo morente è come un fiore spezzato dall’aratro o un papavero piegato dalla rugiada mattutina. È evidente che in questa storia vi è un riferimento all’Iliade: l’amicizia tra Eurialo e Niso può essere paragonata a quella tra Patroclo e Achille. Nel decimo libro Turno uccide Pallante e gli prende le armi. L’undicesimo libro si apre con il corteo funebre per Pallante. Camilla, una giovane rotula, affronta Enea con cavalleria, ma viene uccisa. Il dodicesimo libro si apre con la sfida lanciata da Turno ad Enea, che accetta il duello. Giove convince Giunone ad affidarsi al fato. Giuturna, sorella di Turno, teme che il fratello sia inferiore al guerriero troiano. Amata, regina dei Latini, si suicida pensando di aver causato la guerra. Nel duello Enea ha la meglio. Turno lo supplica di risparmiarlo, Enea esita. Riconosce su di lui il balteo di Pallante e lo uccide. Il duello tra Turno ed Enea è paragonabile a quello tra Ettore e Achille, tuttavia Achille non mostra alcuna pietà per Ettore.
Hai bisogno di aiuto in L'era Augustea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email