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Virgilio

Gli anni in cui vive Virgilio sono gli anni in cui Roma esce dalle guerre civili con un'organizzazione del potere statale in senso monarchico. Virgilio è vicino a Mecenate e ad Augusto. Virgilio accompagna questa trasformazione in senso monarchico delineando in Enea il modello di princeps. La grandezza di Virgilio consiste nel fatto che porta la grandezza latina a livelli di eccellenza tali, da superare i livelli ellenistici che lui usa nei generi bucolico, didascalico ed epico. Tanto che si pone per molti secoli il modello poetico più alto della tradizione occidentale.

Nasce nel 70 a.C vicino a Mantova. Il padre è un proprietario terriero che può permettersi di dare al figlio un'educazione culturale e, quindi, compie i suoi studi e a Roma li perfeziona. L'avvenimento fondamentale della vita di Virgilio è che nel 41 la sua famiglia si trova alla distribuzione di terre che i vincitori di Filippi danno ai veterani. Sappiamo per certo che godeva della protezione dei magistrati incaricati delle confische, Cornelio Gallo, Alfeno, Vano, Asinio Polione, ampiamente ricordati nelle Bucoliche, che Virgilio scrive tra il 42 e 39. Negli anni 30 Virgilio vive tra Roma e Napoli e sono gli anni in cui entra in contatto con Mecenate e sono gli anni in cui seguendo gli haud mollia iussa (ordini non morbidi) di Mecenate tra il 37 e il 30 scrive le Georgiche. Dal 27 inizia a scrivere l'Eneide che termina nel 19. Si ripromette di ricorreggere il poema, ma parte per la Grecia, si ammala, torna in Italia, muore a Brindisi, viene seppellito a Napoli. L'Eneide viene pubblicata per ordine di augusto.

Bucoliche aspetti generali (libri di argomento bucolico)

Sono 10 composizioni in esametri di lunghezza varia, il loro modello è la poesia pastorale ellenistica e soprattutto gli idilli di Teocrito (poeta alessandrino del III secolo a.C, fondatore del genere bucolico). Quindi, l'ambientazione è quella della compagna, il paesaggio è convenzionale ora inteso come l'arcadia greca, ora come la campagna mantovana. I protagonisti sono figure convenzionali di pastori con i nomi tradizionali del genere bucolico; ci sono nella raccolta molti accenni a episodi mitologici e molti riferimenti alla realtà contemporanea e a Virgilio. Cenni autobiografici sono presenti nella prima egloga (egloga o bucolica sono la stessa cosa). L'argomento della prima egloga è un dialogo tra Melibeo e Titiro. Melibeo se ne sta andando dai pascoli che gli sono stati espropriati a favore di qualche veterano e incontra Titiro che invece se ne sta tranquillo sotto un faggio a guardar pascolare le sue bestie e a suonare la zampogna. Il contrasto tra la situazione dei due pastori è molto forte: Melibeo prova tristezza e struggimento e ha patetici accenti di rimpianto quando nomina ad una ad una i luoghi di un passato felice che non tornerà più. Titiro, in cui si riconosce Virgilio, spiega di essere debitore dei suoi otia a un giovane che per lui è come un Dio, che gli ha permesso di governare queste terre. Titiro è andato fino a Roma a trovare "questo Dio" che gli ha concesso la libertà. Il dio a cui si allude forse è Ottaviano. L'egloga si conclude con Titiro che invita Melibeo a riposarsi con lui quella notte prima di andarsene. Troviamo il mondo dei pastori e le risonanze della vita quotidiana. La crisi della piccola proprietà italica, la brutale violenza delle confische, il trauma di chi è costretto a lasciare le sue radici.

L'egloga 9 ritorna sullo stesso tema. Nell'egloga nove c'è il dialogo tra Licida e Meri, con un altro pastore di nome Menalca che ha perso le sue terre nella redistribuzione a vantaggio dei veterani e si lamenta che il canto non valga a nulla davanti alle armi. È probabile che in Menalca questa volta si individui Virgilio; a Menalca nonostante la sua bravura poetica sono state confiscate le terre. Gli accenti in quest'egloga sono ancora di maggior dolore perché il poeta - pastore fallisce nel suo intento che invece era riuscito a Titiro. Già la critica antica leggeva queste due bucoliche in chiave allegorica, come trasposizione dall'autobiografia di Virgilio; però, rispetto alla prima egloga emergono altri livelli di analisi, nel senso che Virgilio propone una riflessione sul rapporto tra intellettuali e potere, negli anni dopo la morte di Cesare. Melibeo rappresenta il poeta che non si accorge del segno dei tempi, il poeta che è insensibile ai drammi della storia perché è convito che essi non potranno turbare il suo otium. La cecità, l'isolamento sono la sua rovina. Titiro, invece, prefigura i poeti augustei: sa che è finita l'età dei neoteroi in cui il poeta si poteva isolare dalla vita politica e, quindi, sa che l'intellettuale non deve emarginarsi dalla storia. Il viaggio di Titiro a conoscere il deus si identifica con l'itinerario degli intellettuali augustei, pronti a dialogare con il potere e a collaborare con il programma culturale di Augusto.

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