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Persio

La vicenda biografica
Persio nasce a Volterra, in Etruria, nel 34 d.C. da una ricca famiglia di origine equestre. A dodici anni si trasferisce a Roma dove ha come maestri personaggi illustri, tra cui Anneo Cornuto, filosofo stoico.
Tra le sue amicizie vi sono i poeti Cesio Basso e Lucano.
Muore all’età di ventotto anni e le sei satire vengono pubblicate postume da Cesio Basso con il titolo di Saturarum liber, dopo una revisione del filosofo Cornuto.
Persio compone anche una tragedia romana, alcuni ricordi di viaggio, ma non ci pervengono.

La polemica letteraria e la scelta del genere satirico
Egli vive nell’ambiente letterario e filosofico dell’opposizione intellettuale antineroniana. La sua poesia esprime una critica alla società dell’epoca, in particolare a quei poeti che desiderano solo compiacere i gusti dei potenti in cambio di lauti guadagni. La sua poesia trova nella satira il genere più idoneo per restituire dignità alla letteratura ed esprimere il rifiuto della società dell’epoca, dando espressione alla vena polemica e al desiderio di rigore morale e ricerca della verità.

Quindi il suo intento poetico è di contrapporre alla letteratura ridondante e rivolta al passato una letteratura essenziale e radicata nel presente.
Comporre versi quindi assume una doppia valenza: è il luogo dell’isolamento e rifiuto e al tempo stesso della comunicazione. Egli cerca conforto ai mali sociali nella filosofia e nella poesia che gli forniscono gli strumenti per comunicare il suo disagio e la sua visione del mondo.
Nella Satira I il poeta difende fortemente il genere satirico che, per il suo carattere di denuncia dei mali sociali, è destinato ad un pubblico ristretto e non mira al facile successo.
Il verso iniziale, di stampo lucreziano, ha il tono di una sententia. I versi successivi hanno tono diverso, e ciò fa pensare che il verso iniziale sia stato inserito come pretesto compositivo per introdurre il dialogo tra il poeta e il suo interlocutore fittizio, secondo il procedimento diatribico. Lo schema dialogico permette, infatti, di argomentare le varie affermazioni e ribattere alle obiezioni. L’interlocutore gli chiede chi possa essere interessato a componimenti di tal genere ed il poeta risponde che è disposto a correre il rischio derivante dall’impopolarità e dall’odio dei potenti pur di colpire i vizi, scrivendo i suoi versi in segreto e per pochi capaci di intendere.
La Satira I si inserisce nel genere della satira esametrica, affermatasi con Lucio ed Orazio, e si rivolge ad u pubblico colto e letterato. Persio si fa espressione di una poetica elitaria nell’individuazione di un destinatario ristretto.
L’atteggiamento polemico nei riguardi del mondo contemporaneo gli derivano dagli insegnamenti della filosofia stoica, anche se egli poco aveva sperimentato e sofferto della vita. Egli riversa tutta la tensione morale nella composizione di satire. Il suo principio ispiratore risiede dunque nell’applicazione alla realtà sociale della sua epoca dei principi della scuola filosofica che conduce alla conquista della libertà interiore, alla quale aderisce con totale rigore.
Il significato e l’importanza della sua poesia sono riconducibili soprattutto al modo nuovo con cui rappresenta la realtà e nell’uso della satira esametrica.

I coliambi e le satire
La raccolta delle Satire è preceduta da quattordici versi i coliambi, scritti in trimetro giambico (verso greco). Ci furono delle perplessità riguardo alla loro funzione a causa dell’anomalia metrica che li caratterizza: infatti con Orazio la produzione satirica utilizzava il solo esametro, mentre in questi versi viene adottato il trimetro giambico, il verso proprio dell’invettiva.
Nella prima Satira il tono si rifà ai Sermones oraziani e a elementi di ispirazione stoica circa l’influenza dei costumi contemporanei sulla decadenza dell’arte. Il poeta vuole denunciare i vizi degli uomini e non cerca il successo facile che è favorevole ai poeti che si conformano alla moda.
La seconda Satira è dedicata all’amico Plozio Macrino per il suo compleanno. Ha come argomento l’insensatezza e l’empietà dei modi in cui viene praticata la religione, che corrompono il sentimento religioso, fondato sulla pietà verso gli dei e la giustizia. Quindi si scaglia contro l’ipocrisia religiosa.
La terza è un dialogo fra un giovane pigro e un amico che tenta di insegnargli a vivere secondo retti principi. Si riafferma la necessità di praticare gli insegnamenti stoici e di non limitarsi ad apprenderli in via teorica. Si conclude con l’ammonimento a non preoccuparsi delle malattie del corpo, ma a quelle dell’anima, in particolare dell’ira. Gli ultimi versi possono essere letti come una metafora del morbus animi: egli apparentemente sta bene, ma basta un nulla perché il suo animo possa cedere all’ira.

La quarta è una continuazione della precedente, con due personaggi storici: Alcibiade e Socrate. Il contrasto è tra un giovane nobile, ambizioso e vizioso, che assume il governo dello Stato senza averne le qualità morali adeguate (in lui alcuni hanno visto la figura di Nerone) e il grande filosofo. Secondo Della Corte, Persio si fa portavoce dell’ambiente saturo di odio e opposizioni antimperiali. Il poeta sostiene la necessità di scavare dentro di sé prima di giudicare gli altri, necessità che vale soprattutto per coloro che si dedicano al governo della cosa pubblica.
Nella quinta esprime riconoscenza per il filosofo Anneo Cornuto prima di affrontare il tema stoico della libertà. Egli contrappone ai vizi umani la libertà del saggio che riesce a liberarsi delle proprie passioni. Il modello di impegno e dedizione proposto da Anneo Cornuto si contrappone ai comportamenti di coloro che spendono la vita in vane occupazioni e si ritrovano, troppo tarsi, a lamentarsi del vuoto della propria esistenza.
La sesta satira è una sorta di lettera inviata da Luni al poeta Cesio Basso. Qui è affrontato il tema della rinuncia stoica ai beni umani e satiricamente il poeta polemizza contro gli avari.
Per quanto riguarda i temi dominanti, Persio trae dagli illustri predecessori oltre all’atteggiamento pungente e mordace (Lucilio) e alla polemica moralistica (Orazio), la tendenza a inserire elementi biografici, la propensione a una tranquillità del vivere come risposta alla crisi di valori dell’epoca, la ricerca di un equilibrio interiore, la polemica contro l’insensatezza delle pratiche religiose.
(Differenza tra Lucio e Orazio fatta da Quintiliano).

Lingua e stile
Persio si inserisce nella satira esametrica, subendo il fascino della poesia di Lucilio, dai ton aspri e moraleggianti, e di quella di Orazio da cui deriva, oltre a situazioni e motivi, singole parole o sententiae.
Nelle satire è difficile ricostruire la trama unitaria dell’argomentazione, sono costruite sulla base di un procedimento discontinuo, con passaggi logici a volta rapidi e bruschi.
Persio riprende la tecnica oraziana della callida iunctura, dell’abile collegamento tra elementi del discorso, in base al quale la parola poetica si carica di significato anche in relazione alla particolare posizione che assume in un determinato contesto. Con le acres iuncturae i nessi stridenti tra le parole sono ancora più evidenti, e con il sermo colloquialis egli dà vita a un’espressione scarna, essenziale in cui è frequente il ricorso a immagini allusive. Oltre alle metafore, è frequente anche l’uso dell’ossimoro, accostamento di parole contrastanti.

Persio nel tempo
Incontra il favore dei contemporanei, come Lucano, in quanto ne rispecchia il modo di sentire e ne riflette il gusto letterario.
Anche Quintiliano lo cita più volte elogiandone il modo di scrivere. All’inizio dell’età cristiana e nel Medioevo Persio viene molto apprezzato per l’atteggiamento rigoroso e intransigente.
Agli inizi del Cinquecento la satira latina ha una ripresa nella produzione letteraria in volgare, traendo ispirazione dai modelli classici, ma il moralismo aggressivo di Persio rimane in ombra.

Nel Settecento, Giuseppe Parini si pone in una prospettiva di critica del comportamento inoperoso della nobilità della sua epoca. Alla Satira III di Persio si collega direttamente il Parini nella rappresentazione del “Giovin signore” ne Il Giorno.
Nell’800 la poesia satirica assume le forme dell’ironia e del grottesco.

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