••• Ovidio (43 a.C., Sulmona - 18 d.C., Tomi)
1. L’abbondante produzione poetica di Ovidio fa raggiungere il culmine della fioritura letteraria nell’età augustea.
•• La sua è una perfezione tecnica e un’involuzione manieristica: il poeta riprende generi già praticati rinnovandoli con la variazione virtuosistica, mantenendo la concezione alessandrina della poesia come lusus (gioco intellettuale, divertimento colto e raffinato).
•• Sappiamo di Ovidio dalle sue stesse opere, soprattutto dagli ultimi scritti. È nato a Sulmona nel 43 a.C. da una famiglia appartenente al ceto equestre. Frequenta le scuole dei rètori più famosi a Roma e in Grecia. Intraprende la carriera politica, ma poi l’abbandona per dedicarsi interamente alla poesia.
•• Sin da giovanissimo entra a far parte del Circolo di Messalla Corvino e a leggere pubblicamente i suoi versi (in questo senso li “pubblicava”). Scrive elegìe d’amore e riscuote subito un grande successo. Le elegìe vengono raccolte in una silloge chiamata Amores e la prima edizione è di cinque libri (20 a.C.) che poi riduce e rielabora in tre libri, così come ci è giunta.

Raccolte di elegìe erano anche le Heroides (dopo il 15 a.C.) e l’Ars amatoria (tra l’11 a.C. e l’1 d.C.).
•• Nella maturità passa a una poesia più impegnativa: l’elegìa eziologica di argomento romano nei Fasti e l’epica mitologica nelle Metamorfosi. I Fasti è un’opera incompiuta e le Metamorfosi non sono state perfezionate e riviste poiché Ovidio fu condannato da Augusto alla relegatio (“soggiorno obbligato” in un luogo lontano da Roma per i personaggi considerati pericolosi. Ma non è esilio, poiché non si perdono i diritti civili e non si ricorre alla confisca dei beni ed era limitato nel tempo, anche se per Ovidio la pena non viene mai revocata) nella lontana Tomi (odierna Costanza, sul mar Nero).
•• Non conosciamo con esattezza la causa della condanna. Ovidio ne scrive molto quando si trova a Tomi, ma con termini vaghi e con allusioni volutamente oscure. In un passo afferma di essere stato rovinato da due colpe: (1) una poesia e (2) un errore. (1) Il carmen “colpevole” è sicuramente l’Ars amatoria, poiché secondo l’accusa Ovidio si fa maestro di osceno adulterio. Ma (2) l’error potrebbe vedere coinvolto Ovidio e la stessa famiglia di Augusto. Si suppone che Ovidio sia coinvolto nello scandalo dopo il quale la nipote di Augusto, Giulia Minore, fu relegata (relegatio) in una delle isole Tremiti. A Tomi Ovidio resta per dieci anni, fino alla morte, del 18 d.C. senza ottenere né da Augusto né da Tiberio la remissione della pena. La pena era poi implorata attraverso le sue elegìe raccolte nei Tristia (cinque libri) e nelle Epistulae ex Ponto (quattro libri).
•• Di Ovidio abbiamo anche un poemetto in distici intitolato Ibis (uccello egizio e titolo di un’opera di Callìmaco): tratta di una violenta invettiva contro un nemico, calunniatore e traditore. L’Ibis appartiene alla forma letteraria delle dirae (maledizioni).
Tra le opere perdute ricordiamo la tragedia Medea, scritta prima dell’esilio e apprezzata dai contemporanei.
Di incerta attribuzione è invece un frammento (130 esametri) di un’opera didascalica dal titolo greco (Halieutìcon o Halieutìca) sui pesci e sull’arte della pesca.

2. Gli Amores, prima opera Ovidiana, appartiene al filone dell’elegìa erotica soggettiva, così come le opere di Gallo, Tibullo e Properzio. Il titolo, in particolare, riprende quello dell’opera di Gallo, considerato proprio da Ovidio l’iniziatore dell’elegìa amorosa romana. La sua donna amata, Corinna, è molto più un personaggio letterario che una persona reale, più della Delia tibulliana e della Cinzia properziana.
•• La raccolta è composta da cinquanta carmi, con caratteristiche tipiche dell’elegìa: soggezione del poeta alla domina, le sofferenze per la sua infedeltà, tema della militia amoris, contrapposizione tra amore e ricchezze, odio per l’avidità e per l’incostanza delle belle donne, ricorrendo spesso a exempla mitologici.
•• Ovidio sviluppa personalmente e con ingegnosità situazioni, atteggiamenti e motivi tradizionali, variandoli con gusto del brillante, sorprendente e paradossale.

Riprende e accentua aspetti presenti in Properzio, come il distacco intellettuale dalla materia amorosa, la ricerca di effetti scherzosi, l’ironia e l’autoironia.
•• In Ovidio non c’è vera partecipazione passionale, ma una concezione quasi oraziana dell’amore, fatto di contemplazione, di esercizio galante, gioco stimolante da cui trarre emozioni superficiali. Ha una concezione ludica dell’amore (ludus amoris), volendo innovare rispetto agli autori precedenti che cita allusivamente. Spesso infatti gli atteggiamenti e i temi tradizionali si ribaltano: afferma di amare due donne nello stesso tempo o ancora di essere attratto da tutte, descrivendo donne di ogni tipo o in manier divertente, ciascuna desiderabile per una caratteristica particolare.
•• Ma in alcuni componimenti il poeta sa esprimere con serietà il sentimento amoroso, interrogandosi nel profondo della sua psicologia, come nel III libro degli Amores, carme 11, dove riadatta il catulliano “odi et amo”, nonostante egli mantenga quel controllato distacco intellettuale (oraziano), contrario alla drammatica sofferenza catulliana. Con lui la poesia erotico-soggettiva latina va nel verso opposto rispetto alla forte passionalità di Catullo.

3. Le Heroides (le Eroine) sono una variante dell’elegìa amorosa: non rientrano nel filone erotico-soggettivo (perché non parla in prima persona).
•• Rientrano nel filone erotico-mitologico: sono lettere d’amore in distici elegiaci scritte da eroine (da qui il titolo) del mito per i loro amati. La novità sta nel fatto che sono svolte in forma epistolare e non narrativa.
•• Le lettere sono divise in due gruppi e sono ventuno:
Le prime quindici sono scritte da eroine mitologiche ai loro amati (Penelope a Ulisse; Briseide ad Achille; Fedra a Ippolito; Didone a Enea).

Le ultime sei lettere sono aggiunte da Ovidio in un secondo momento. In queste, è un uomo che scrive all’amata e questa poi gli risponde (Paride a Elena; Leandro a Ero; Aconzio a Cidippe).
•• Gli studiosi individuano analogie tra le Heroides e le suasoriae (discorsi fittizi fatti per dissuadere importanti personaggi in situazioni decisive, molto utilizzate nella scuola di retorica durante l’età augustea). Ma le Heroides sono un’opera poetica che ha come modelli l’elegìa, l’épos e la tragedia di Euripide, poiché la psicologia femminile è approfondita. La forma è patetica e il carattere degli atteggiamenti è teatrale.
•• Ma Ovidio tende a innovare la materia mitologica già ampiamente sfruttata: le vicende sono mostrate secondo prospettive diverse con riferimenti alla tragedia, all’épos e all’elegìa amorosa. Le vicinanze con il mito si vedono soprattutto nella lettera da Fedra a Ippolito, suo fiagliastro che la respinge (Racìne svilupperà il tema dell’incesto e prima di lui anche Euripide in “Ippolito”, con la regina che vive la passione incestuosa come una colpa e si suicida), ma la Fedra di Ovidio non è drammatica, quanto una seduttrice e presenta l’incesto come un tabù arcaico superato da tempo (collegamento a Forbidden).
•• I personaggi del mito sono colti a una dimensione quotidiana non eroica o sublime: questo è l’aspetto più caratteristico delle Heroides. A tale riguardo, nell’epistola di Paride a Enea, Paride ha una visione di amore come gioco galante (ludus), fatto di spirito e malizia. Questa visione ricorda quella degli Amores e dell’Ars amatoria (l’amore è un gioco leggero).

L’Ars amatoria e le altre opere erotico-didascaliche
•• L’Arte di amare (Ars amatoria) è un poemetto in distici elegiaci di tre libri, composto tra il 1 a.C. e il 1 d.C.: è il capolavoro ovidiano di elegìa amorosa. L’elegìa didascalica è sviluppata in modo originale e personale: molte volte, infatti, Tibullo, Properzio e lo stesso Ovidio negli Amores, per via delle loro esperienze dolorose davano consigli agli amici e ai lettori in materia amorosa, magari avvertendoli dei dolori e dei rischi.
•• Nell’Ars amatoria Ovidio è praeceptor amoris (= professore di erotismo): è per questo che racconta la materia erotica attraverso l’epica didascalica (insegnamento). Dell’epica non riprende l’esametro, ma gli schemi e le convenzioni (impostazione solenne del ruolo dell’autore, proemi, invocazioni agli dèi chiuse, le digressioni...).
•• Il suo gusto è tipicamente alessandrino, puntando sulla mescolanza di generi diversi (come elegìa ed epica didascalica), con riferimenti letterari (arte allusiva) raccontati in maniera divertente e divertita, con effetto di lusus. In più, sono frequenti i ricorsi al mito.
•• L’opera è dedicata sia agli uomini sia alle donne che vogliono avere successo in amore:
i primi due libri sono dedicati agli uomini; nel primo (1) vi sono precetti su come scegliere la donna da conquistare e su come conquistarla (perché nessuna puella resisterà a un abile corteggiamento); nel secondo (2) si parla di tecniche per far durare una relazione (intelligenza, eloquenza, mitezza di carattere, la docile sottomissione ai capricci dell’amata e poi la bellezza. Vi è una concezione di amore come gioco, la puella è solo un oggetto d’amore);
il terzo libro è dedicato alle donne (liberte) e si parla delle caratteristiche che le donne devono avere per piacere agli uomini: devono saper cantare, ballare, giocare, conoscere la poesia, frequentare teatri e simposi. Devono poi essere gentili, allegre, disponibili, ma devono anche farsi desiderare, tollerare le infedeltà e non essere gelose.
•• La visione dell’amore è chiaramente anticonformista e contro gli ideali della politica di restaurazione di Augusto, perché l’Ars amatoria è molto apprezzata dai Romani che apprezzavano uno stile di vita moderno, libero e spregiudicato, e non piace infatti ad Augusto, nonostante Ovidio non vada mai contro di lui; infatti, nel I libro vi è un ampio elogio del principe ed esclude dal discorso le donne “perbene”, come le fanciulle non sposate e le matrone. Inoltre, ribadisce, nel III libro, che la donna sposata deve rispettare e temere il marito, perché così vogliono “le leggi”, il principe e il pudore (leges duxque pudorque). I suoi consigli sono solo rivolti alle liberte.
•• Anche secondo la letteratura Ovidio è anticonformista: l’amore che insegna Ovidio è antielegiaco, o meglio una simulazione di questo, perché non ha bisogno di sentimenti e si nutre di finzione e d’inganno.
•• Altre opere erotico-didascaliche sono i Remedia amoris dove si parla, in 800 versi, dei “Rimedi all’amore”, le terapie per liberarsi da un amore non corrisposto. Ci restano anche 100 versi di un’opera incompiuta: Medicamina faciēi femineae (= “I cosmetici delle donne”), dove si parla di consigli e ricette di cosmesi.

I Fasti
I (dies) Fasti rientrano nel filone dell’elegìa eziologica. I modelli sono l’Áitia di Callìmaco e Properzio (che a sua volta si rifaceva a Callìmaco). Ovidio con i Fasti tenta la strada della poesia celebrativa. I dies fasti sono i giorni dove si esercitava la giustizia a Roma (fas = lecito), mentre nei dies nefasti erano sospese le attività giudiziarie.
Ovidio, con la sua opera, fa un elenco dei giorni in cui vi erano ricorrenze e festività, con vari richiami alla leggenda e alla storia di Roma sin dalle origini.
•• L’opera sarebbe dovuta essere di dodici libri (uno per ogni mese), ma Ovidio deve lasciare Roma e ne ha composti solo sei (da gennaio a giugno).
•• Il carattere dell’opera è molto erudito (dotto), per via dell’alessandrinismo; elegìa è fusa alla tradizione didascalica (ha fini moralistici): si raccontano gli eventi con nozioni di astronomia, tradizioni e credenze popolari. La narrazione è resa viva grazie agli apostrofi ad Augusto, al lettore e grazie ai dialoghi con le divinità, che rispondono alle domande del poeta. Vi sono anche racconti felici (come quello di Arìone salvato da un delfino) o infelici (Tarquinio che provoca il suicidio di Lucrezia, oltraggiandola).
•• I Fasti non sono sicuramente l’opera migliore di Ovidio: monotoni per la struttura cronologica, appesantiti da troppa erudizione, frammentari, e non vi è alcun motivo patriottico o eroico.

6. Le Metamorfosi, poema in esametri in 15 libri (12000 versi), intitolato (in greco) Metamorhòses o (in latino) Metamorphòseon libri (= Libri delle Trasformazioni), sono scritte poco prima della relegatio.
•• Nel proemio Ovidio subito scrive di voler abbracciare il campo dell’epica, individuando il tema che tratterà: quello delle metamorfosi. Definisce la sua opera come un Perpetuum carmen (“canto continuato”) e per questa ragione accoglie l’épos, che non è eroico, ma mitologico, perché ha un’impostazione cronologica che va dall’inizio dei tempi alla sua età.
•• Il primo filone racconta una vicenda unitaria (si tratta dei poemi omerici e dell’Eneide). Il racconto è in un arco di tempo limitato. Invece, l’épos eroico narra le storie degli dèi o degli eroi senza precisi limiti temporali, succedendo nelle età e nelle generazioni. Lo stesso aveva già fatto Esìodo nella sua Teogonia.
•• Come il poema di Esìodo, anche quello ovidiano parte dal Caos originario per arrivare all’età contemporanea. Ovidio narra più di 250 miti.
•• L’impostazione cronologica è presente solo nella prima e nell’ultima parte del poema. La parte centrale è ricca di dislocazioni temporali (tempo non lineare ma ciclico). Le storie sono collegate secondo legami familiari. Altre “cerniere” (passaggi e raccordi) sono fatte secondo criteri di continuità o separazione nel tempo e nello spazio, analogie o diversità, relazioni tra personaggi e vicende.
Le singole cerniere sono le unità elementari della sua narrazione che unisce per evitare monotonia e conferisce naturalezza e scioltezza alla narrazione.
Di particolare importanza è la tecnica del “racconto nel racconto”, utilizzata per agevolare il discorso poetico. Dunque, si inserisce una nuova narrazione in quella principale. Trasforma poi i personaggi narrati (in terza persona dal poeta) in narranti (narratori in prima persona).
•• Nelle metamorfosi tutto varia costantemente: voci narranti, personaggi, tempi, temi e toni. Ciò che costituisce il criterio per determinare l’inclusione del materiale mitico e il principio unificatore del poema è la metamorfosi. Il motivo della metamorfosi crea coerenza a una struttura complicata e apparentemente disordinata.
•• L’ampiezza e la varietà all’interno delle metamorfosi avvicinano Ovidio all’intertestualità, trama di relazioni che lega tra loro più testi (di un solo autore o più autori) e questi testi possono essere citati, ricordati o presi per verità. L’intertestualità è infatti molto collegata all’arte allusiva, che spinge Ovidio a recuperare altri testi poetici. Molto spesso riprende, nell’épos mitologico, l’epica eroica, riproponendo e integrando le opere dei predecessori, come le Argonautiche di Apollonio Rodio e l’Odissea. Tra queste troviamo ovviamente l’Eneide, perché con l’épos virgiliano si esalta lo spirito nazionale indicando nello sviluppo dell’impero romano il punto conclusivo dell’evoluzione del mondo. In questo senso Ovidio rende omaggio all’ideologia augustea.
•• Le Metamorfosi sono un’opera didascalica perché il brano della Creazione del mondo e il discorso di Pitagora ne richiamano lo stile e i contenuti. Il poeta esprime la dottrina pitagorica del “tutto muta, nulla perisce”, che non fornisce, a posteriori, la prospettiva filosofica del poema, ma è una chiarificazione logica e razionale del principio che ispira e lega l’intero poema: l’idea delle metamorfosi.
Il poeta crede che un incessante mutamento dia al mondo un futuro sempre nuovo.
•• I personaggi che sono delimitati in un solo mito non possono mirare a una consistenza e alla complessità dell’eroe epico. I personaggi delle Metamorfosi non hanno un prima e un dopo, ma vivono nel tempo della loro breve vicenda. Nelle eroine prevale l’amore e lo strumento dell’indagine psicologica e dell’effusione sentimentale è il monologo: il personaggio è immerso nel momento cruciale dell’esperienza.
•• Il ridimensionamento del personaggio epico riguarda anche le divinità: non saranno più, come in Virgilio, esseri superiori padroni del destino dei mortali. Sono invece colte nel privato con i loro amori, gelosie, odi e vendette. Divinità e umani sono dunque co-protagonisti nella vicenda mitica.
•• L’unico personaggio che mantiene il suo ruolo dall’inizio alla fine è il narratore epico, che racconta di trasformazioni e mutamenti. Come Virgilio, anche Ovidio confuta l’oggettività dell’épos creata da Omero. Anche lui ogni tanto interviene nella narrazione commentando, però non esprime simpatia o emozione come Virgilio, ma solo l’eccezionalità degli eventi.
•• Ovidio è consapevole della sua bravura: rende verosimile l’irreale e naturale il fantastico. Vuole stupire ostentando le sue capacità espressive e il suo gusto. Per questo è manieristico (e per questo entra con difficoltà nei programmi scolastici del suo tempo).
•• La forma è limpida e armoniosa e la sua tecnica narrativa abbraccia toni e moduli stilistici differenti. I registri stilistici sono dunque molteplici e vari.
In generale, lingua e stile sono elevati, ma facili e fluidi e rivelano una grande abilità nell’uso della parola grazie alla sua formazione retorica.

Le elegìe dall’esilio
Durante la relegazione a Tomi, Ovidio scrive ancora elegìe, riprendendo un motivo caratteristico del genere, che è quello del lamento. Il lamento è accentuato anche dalla sua condizione di esiliato.
•• Ne viene fuori un corpus di circa cento componimenti, divisi in cinque libri dei Tristia (“Tristezze”) e nei quattro delle Epistulae ex Ponto (“Lettere dal Ponto”, che sarebbe il mar Nero).
•• Le elegìe dei Tristia non hanno destinatari specifici: Ovidio forse non voleva mettere nei guai i suoi amici. Le Epistulae ex Ponto sono indirizzate invece a varie persone (la terza moglie del poeta rimasta a Roma; parenti e amici, tra cui personaggi influenti) per illustrare la sua penosa condizione di esule: spera infatti di ricevere la grazia o il trasferimento da Augusto in un luogo più ospitale e vicino a Roma.
•• Queste ultime opere sono molto riuscite dal punto di vista poetico e riescono ad affrontare gli stessi argomenti in modi diversi, ma sono opere sterili, monotone e ripetitive circa le tematiche affrontate, perché si racconta solo dell’immobile situazione di esiliato.
•• Ma Ovidio non riesce a rassegnarsi al proprio destino e nella poesia trova la sua possibilità di catarsi (la poesia è la sua ragione di vita). Con la poesia lui cerca di ottenere la salvezza, di sfogarsi. La poesia è la sua consolazione, la sua legittimazione di vita, perché sa che le parole sono immortali e vuole lasciare il ricordo della sua vita ai posteri.

Ovidio nel tempo
La poesia di Ovidio entra a stento nei programmi scolastici, nonostante la chiarezza e la fluidità della lingua. Non è studiato a scuola perché si compiace troppo del suo talento. Nonostante la relegatio era amato dai contemporanei.
Molti lo criticano definendolo lezioso e lascivo. Avrebbe potuto eccellere se avesse controllato e dosato il suo talento.
È molto apprezzato nel Medioevo cristiano, anche in ambito scolastico, soprattutto per le Metamorfosi. Il Medioevo lo rende l’autore più famoso, tanto che si parla di Aetas Ovidiana. Amato da Dante, Petrarca e Boccaccio. Poi anche nell’Umanesimo e nel Rinascimento e nel Barocco: le Metamorfosi sono riprese da Ariosto nel Furioso e da Giambattista Marino nell’Adone. Shakespeare prende Pìramo e Tisbe come modello per Romeo e Giulietta. Anche Alfieri con Mirra riprende le metamorfosi.
Molto amato anche nell’Ottocento e nel Novecento (Alcyone di D’Annunzio e le Metamorfosi di Kafka). Le Metamorfosi ispirano anche le arti figurative.

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