Vita e Opere di Ovidio

Vita


Nasce nel 43 a.C. a Sulmona nell’attuale Abruzzo, come lui stesso ricorda nei Tristia; proviene da agiata famiglia equestre che gli permise di intraprendere gli studi. Giunto a Roma frequenta le migliori scuole di retorica, prendendo lezioni da Arellio Fusco e Porcio Latrone; a conclusione del suo apprendistato retorico intraprese il consueto viaggio in Grecia per completare i suoi studi; quando torna a Roma abbandona la carriera politica per dedicarsi alla poesia, accede infatti al circolo di Messalla Corvino ed entra in contatto con i maggiori poeti del tempo.

Ovidio raggiunge la maturità poetica e la stabilità affettiva a 40 anni, dopo il terzo matrimonio.
Nell’8 d.C. Augusto impone a Ovidio il ritiro a Tomi, il poeta lamenta la sua condizione infelice nelle opere dell’esilio; le cause del severo e repentino provvedimento di Augusto sono tuttora ignote. Sebbene il motivo ufficiale fosse l’immoralità delle sue opere, si suppone che la vera causa fu il coinvolgimento di Ovidio nello scandalo dell’adulterio di Giulia Minore, nipote dell’Imperatore.

Ovidio muore a Tomi nel 17/18 d.C; dal Chronicon di Girolamo è attestata la data del 17, ma nei Fasti dello stesso Ovidio si evince che fosse in vita per tutto l’anno, visto che vi sono inseriti alcuni avvenimenti relativi a Roma, avvenuti in quell’anno.

Poesie


Amores, Fasti, Heroides, Metamorfosi, Tristia, Ars amandi, Remedia amoris, Epistulae ex Ponto, Medicamina faciei femineae, Ibis.

Ovidio si dedicò fin dal 25 a.C. (all’età di 18 anni) lla scrittura di poesie a tema amoroso. Visse e operò a Roma dove, dopo essere entrato nel circolo di Messalla Corvino, divenne amico di Tibullo e Properzio, cominciò così a leggere pubblicamente i suoi versi e a riscuotere grande successo

Amores


Raccolta di elegie amorose per una donna chiamata con lo pseudonimo di Corinna. Consistevano originariamente in cinque libri, che poi furono ridotti a tre. Principale argomento è la sottomissione dell’uomo alla domina e alle sofferenze dovute ai costanti tradimenti. I motivi convenzionali sono variati in modo ingegnoso e sorprendente: il distacco intellettualistico dalla materia amorosa, la ricerca di effetti scherzosi, l’ironia e l’autoironia. Non vi è in Ovidio una vera partecipazione passionale. La concezione ludica dell’amore si traduce in un ribaltamento dei temi tradizionali. Con lui la poesia erotico-soggettiva latina tocca «l’estremo opposto rispetto all’ardente passionalità di Catullo» da cui aveva preso le mosse.

Heroides


Insieme di 21 epistole in distici elegiaci, sono divise in due grandi gruppi:

- Prime 15:
Lettere di eroine mitiche che scrivono ai loro mariti o amanti, come ad esempio Didone ad Enea, Fedra ad Ippolito, ecc…

- Altre 6:
Troviamo un personaggio maschile che scrive alla propria amata e lei a sua volta risponde per lettera; le tre coppie sono:
Paride ed Elena
Leandro ed Ero
Aconzio e Cidippe

La maggior parte delle epistole ha come tema il lamento della donna abbandonata.
Presentano analogie con le suasoriae, discorsi fittizi rivolti a personaggi del mito o della storia per persuaderli. Numerosi sono i richiami all’epica e alla tragedia. Le lunghe tirate in forma di lettera, che le donne innamorate rivolgono ai loro uomini, lontani, dimentichi o infedeli ricordano i monologhi e i discorsi delle eroine euripidee. I miti sono reinterpretati in modi originale, reinterpretando le vicende mitiche secondo diverse prospettive.

Il modello virgiliano è rivisitato nella lettera di Didone a Enea, quando ipotizza di aspettare un figlio, presentandola come una circostanza aggravante per l’abbandono da parte dell’eroe, mentre la Didone virgiliana si rammarica di non avere un piccolo Enea che le ricordi l’amato.

Uno degli aspetti più caratteristici delle Heroides è la riduzione dei personaggi mitici ad una dimensione quotidiana ispirata a una visione dell’amore come gioco e come spiritosa e maliziosa schermaglia galante, che ricorda da vicino gli Amores e soprattutto l’Ars amatoria.

Opere erotico-didascaliche


L’Ars amatoria è un poemetto in tre libri in cui il poeta diventa praeceptor amoris, trasponendo la materia erotica, con le sue situazione e i suoi temi, sul piano dell’epica didascalica, di cui adotta gli schemi e le convenzioni.

Ovidio punta alla mescolanza di generi in un brillante gioco letterario (elegia, epica didascalica, precettistica tecnica) e sulla ricchezza dei riferimenti letterari, spesso con effetto di lusus divertito e divertente.

I Libro: Dedicato agli uomini. Tecniche di conquista.
II Libro: Dedicato agli uomini: come far durare una relazione.
III Libro: Dedicato alle donne: galateo femminile.

Dal poemetto emerge un quadro vivacemente realistico della società galante del tempo: i riti sociali, le pratiche moderne, ecc.. Egli dà voce a quella parte dei Romani che apprezzava lo stile di vita moderno, agiato e raffinato, libero e spregiudicato, rifiutando i modelli etici arcaici che la propaganda augustea tentava vanamente di riproporre e di restaurare. Il poeta esclude dai suoi insegnamenti le donne “perbene”, cioè le fanciulle non sposate e le matrone e ribadisce nel libro III che la donna sposata deve rispettare e temere il marito, come vogliono le leges duxque pudorque e che i suoi consigli sono rivolti alle liberte, cioè donne di bassa estrazione sociale.

La visione dell’amore è spregiudicata e disincantata: l’amore come simulazione; l’amore di cui Ovidio diviene maestro è una sorta di negazione dell’amore elegiaco, o meglio, è una simulazione di esso, poiché prescinde dai sentimenti e si serve della finzione e dell’inganno come strumenti di conquista: fallite fallentes. Il quadro, un po’ squallido e volgare, è riscattato dall’ironia e dall’autoironia, dal tono affabilmente scherzoso con cui il lettore è invitato a partecipare a un gioco frivolo ma raffinato.

Completano la produzione erotico-didascalica Remedia amoris, “rimedi all’amore”; terapia per liberarsi da un amore non corrisposto. Restano inoltre un centinaio di versi di un’operetta incompiuta “i cosmetici delle donne”, dedicata a consigli ed a ricette di cosmesi.

I Fasti

Sul modello si Callimaco e Properzio Ovidio affronta l’elegia eziologica. Seguendo il calendario giuliano Ovidio si sofferma sulle festività; l’opera è incompiuta.
Si tratta di un’opera di carattere erudito, secondo il gusto alessandrino, che fonde tratti elegiaci con elementi propri della tradizione didascalica. Il poeta impartisce nozioni di astronomia, spiega usanze, tradizioni e credenze popolari; narra aneddoti, favole, episodi di storia romana attingendo a svariate fonti antiquarie e storiografiche.
La trattazione è ravvivata dalle frequenti apostrofi ad Augusto o al lettore. L’intento celebrativo rimane esteriore, non è sorretto né da un vero e profondo interesse storico o religioso né dal senso eroico e patriottico della grandezza di Roma.

Le Metamorfosi

È un poema in esametri in quindici libri, che canta le trasformazioni; definisce la sua opera con l’espressione perpetuum carmen che disdegna l’epos dotato di un impianto vasto e complesso. L’impostazione cronologica che afferma di voler seguire segnala al lettore “dotto” che egli non s’impegna sul versante dell’epos eroico, ma su quello del poema mitologico. Il primo filone infatti è caratterizzato dal racconto di una vicenda unitaria, racchiusa in un arco di tempo limitato; l’epos mitologico, invece, narra la storia degli dei e degli eroi senza precisi limiti di tempo, secondo il succedersi delle età e delle generazioni. Il racconto del poema ovidiano ha inizio, appunto, dal Caos originario e dalla creazione del mondo e dell’uomo, e segue via via il succedersi delle età mitiche e delle generazioni eroiche, fino all’età contemporanea.

Libro I-II: Miti cosmogonici, diluvio universale, rinascita del genere umano, storie metamorfiche connesse a varie divinità, amore Dio-donna mortale.
Libro III-VI: Era eroica, dai miti tebani a quelli in relazione a Perseo, leggende ateniesi, riprese di storie divine.
Libro VII: Età degli Argonauti, imprese di Medea.
Libro VIII: Storie di Minosse e del cinghiale Caledonio, mito di Dedalo e Icaro, Filemone e Bauci.
Libro IX-X: Centro rispettivamente in Ercole e Orfeo.
Libro XI: Presenta Pèleo e il suo contemporaneo Ceìce, con la patetica vicenda di costui e della moglie Alcione.
Libro XII-XIV: Si arriva all’età della guerra di Troia, si collega al viaggio di Enea e consente il passaggio alle storie di Roma.
Libro XV: Viene introdotto un discorso che Pitagora rivolge al re Numa Pompilio illustrando la metempsicosi. Il finale del poema è dedicato agli uomini discendenti da Enea: la rievocazione delle vicende romane trova il suo coronamento nella divinizzazione di Giulio Cesare e nella celebrazione di Augusto.

La struttura è molto complessa e l’impostazione cronologica affiora solo all’inizio e alla fine dell’opera, la parte centrale ha un principio ordinatore soltanto latente, mentre il racconto ora segue l’ordine logico-temporale, ora introduce dislocazioni cronologiche, ora collega le storie dei personaggi in base ai loro familiari, ora elabora passaggi e raccordi secondo criteri di contiguità o separazione nello spazio e nel tempo.

I raccordi fra gli episodi sono molto vari per evitare la monotonia, il principio unificatore è la metamorfosi, essa costituisce la vera cifra della narrazione, in cui ricompare continuamente, anche se non avviene in tutti gli episodi e talora resta in posizione marginale, questo è il criterio di inclusione della mitologia. Particolare rilievo assume la tecnica del “racconto nel racconto”: egli inserisce una nuova narrazione il quella principale e trasforma i personaggi “narrati” in “narranti”.

Le Metamorfosi, tramite il loro meccanismo letterario, coinvolgono in un movimento concentrico il maggior numero di miti possibili, facendo scaturire storia da storia in una successione inesauribile.
Notevole è la propensione verso l’intertestualità che riprende all’interno dell’epos mitologico l’epica eroica, riproponendo parzialmente e imitando le opere dei suoi illustri predecessori. Tra i modelli epici vi è l’Eneide; questa sezione si avvicina all’epos virgiliano anche nell’intento di esaltare lo spirito nazionale. È l’omaggio che Ovidio rende all’ideologia augustea.

Le Metamorfosi si riappropriano anche della poesia didascalica: essa è divisa in due ampie sezioni che richiamano sia i contenuti che particolari movenze. I personaggi non hanno una storia, vivono solo la loro breve vicenda; le eroine sono spesso innamorate e strumento privilegiato dell’effusione sentimentale e dell’indagine psicologica è il monologo; le divinità sono colte nella dimensione privata che le coinvolge in amori, gelosie e vendette. Ovidio rifiuta l’oggettività dell’epos e interviene nel racconto, non esprime simpatia nè emozione di fronte ai fatti narrati, le sue osservazioni mirano piuttosto a porre in rilievo l’eccezionalità degli eventi rappresentati. Il poeta ostenta le proprie capacità espressive, è ben conscio della sua bravura e dei risultati sorprendenti che riesce ad ottenere.
I registri stilistici sono vari, la stessa tecnica narrativa incoraggia l’impiego di toni di modulazioni differenti: in generale le Metamorfosi adottano una lingua e uno stile elevati ma al tempo stesso facili e fluidi.

Le elegie dell'esilio

Dopo la condanna alla relegazione a Tomi, Ovidio ritornò alla forma elegiaca, riproponendone la caratteristica del lamento. Le elegie dei Tristia sono prive di specifici destinatari e sono divise in cinque libri; le Epistulae ex Ponto sono divise in quattro libri, sono spesso rivolte a persone influenti a cui scrive illustrando la sua penosa condizione di esule, nella speranza di poter ottenere dall’imperatore la grazia.

Le elegie del I libro dei Tristia furono scritte nel viaggio dall’Italia a Tomi; il II secondo libro è costituito da un’unica elegia in cui Ovidio racconta le sue vicende rivolgendosi direttamente ai posteri e definendosi “giocoso poeta dei teneri amori”. I testi sono caratterizzati dalla ripetitività dei temi; rimane il documento di un dramma umano, in cui la poesia è unico conforto. L’ibis è un’invettiva contro un nemico, calunniatore e traditore, e appartiene alla forma letteraria "dirae", “maledizioni, imprecazioni”. D’incerta attribuzione è invece il frammento, conservato sotto il nome di Ovidio, di un’opera didascalica dal titolo greco Halieutica, sull’arte della pesca.

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