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Ovidio


Nasce a Sulmona nel 43 a.C in Abruzzo e muore nel 17 a.C.
Prende in pieno l'età Augustea.
Frequenta le migliori scuole filosofiche di Roma. Aveva contatti con Virgilio e Orazio perché gli interessava il loro stile. Vi erano tre circoli letterari quelli di Mecenate, Asinio Pollione e Messalla Corvino. Si lega al circolo culturale di Messalla Corvino. In questo circolo troviamo i poeti elegiaci come Cornelio Gallio, Tibullo, Properzio.
Sin da giovane pubblica ossia legge in pubblico (eventi culturali) i suoi versi (versetti perfetti). Il pubblico era formato da poche persone scelte, colte e raffinate. Amava mettersi in mostra.
Era campione nell'elegia.
Colui che ispira la poesia elegiaca è Cupido.
Ovidio attorno al 20 a.C. Scrive gli Amores, una sillogia di componimenti elegiaci.
Nel 15 a.C scrive Le Heroides (le eroine).
Dal 1 a.C. al 1 d.C scrive la sua opera indiscussa l'Ars Amatoria (l’arte di amare), questo era un manuale per come corteggiare una donna.
Dal 1 d.C. al 8 d.C. cerca di staccarsi dal genere elegiaco così scrive le Metamorfosi, sono i miti greci scritto in latino (opera incompiuta), e i Fasti (poesia eziologica).
8 d.C. viene espulso da Roma, inviato a Tomi, odierna città di Costanza sul mar nero. Muore a Tomi nel 17 a.C. in esilio.
Viene espulso perché fece due errori: il primo è il libro "Ars Amatoria" veniva considerato un testo scomodo; sono tre libri, nei primi due libri spiega quali sono le cose che deve sapere l'amante per conservare l'amore, mentre nel terzo spiega cosa deve fare la donna per sentirsi amata e quali devo essere le caratteristiche della donna. Il secondo errore è che aveva avuto una storia d'amore con la nipote di Ottaviano.

I "Tristia" e "Le epistole ex ponto" le scrive mentre era in esilio, in queste opere implora la remissione della pena.

L'elegia era un genere greco in origine nel VII a.C. si parlava di elegia amorosa, era un componimento triste e malinconico, questo tema prevale su tutti gli altri. Questo tipo di elegia era associato a Mimermo.
L'elegia aveva una struttura metrica riconoscibile perché era fissa, verso distico elegiaco: 2 versi di cui un esametro dattilico e un pentametro di cinque sillabe.

Nel III a.C. età Alessandrina Callimaco apre l'elegia a nuovi contenuti raccogliendo l'esperienza di autori precedenti che avevano parlato di politica e temi sociali e civili. Callimaco cerca origini mitiche, era un grande scrittore di elegie, si specializza in elegie eziologiche--> centrare le cause di un evento in questo caso di un di natura mitologica.
A Roma arriva l'esperienza greca del l'elegia e viene coltivata prima da Cornelio Gallio e in seguito da i poeti novi tra cui Catullo.
Cornelio Gallio era il padre dell'elegia latina. I testi scritti da Catullo parlano della sua biografia, mentre i poeti elegiaci inventavano storie d'amore, magari realmente accadute, ma non hanno mai fatto parte della vita dei poeti.

L'elegia diventa una moda letteraria.
Amores era il titolo dell'opera principale di Cornelio Gallio. (Amores Licoride
Corpus Tibullianus--> Tibullo innamorato sia di una donna che di un uomo. (Delia)
Raccolta di elegie di Properzio (Cinzia)
Cornelio Gallio scrive storie d'amore tra giovani amanti sempre contrastate, l'amante era disposto subire le peggiori umiliazioni pur di averla, la donna era rappresentata come superba e traditrice.
Catullo--> labor lime
Altri autori--> livello piano
Elegia--> livello basso

Gli Amores


Nel 20 a.C. pubblica la prima raccolta di elegie composta da cinque libri e nel 1 a.C. pubblica la seconda raccolta delle elegie composta da tre libri. La seconda raccolta che pubblica sono tre il libri, nel primo 15 racconti, nel secondo 19 racconti e nel terzo 15. Il titolo riprende quello dell’opera di Cornelio Gallo. Utilizza la tecnica della brevitas e del labor lime (fortemente elaborato stilisticamente).
Gli Amores fanno parte del filone erotico soggettivo.
La tematica è amorosa, la donna è Corinna, ci viene rappresentato un amore contrastato.
L'uomo si sottopone sotto forma di servo. Servizius Amoris è una caratteristica dell'elegia, questo rappresenta la sottomissione dell'uomo alla donna, la donna è bellissima estremamente colta, volubile, raffinata e capricciosa. La donna deve essere accontentata in tutto. Le vicende che ci vengono raccontate sono irreali quindi del tutto inventate.
Ovidio sostituisce il Servizius Amoris con Militia Amoris ossia l'amante passa da servo a soldato che si arruola al servizio di una donna.
L'amore più è contrastato più è bella l'elegia.
Poesia e sentimento sono smorzati dal tono ironico, racconta e ride di se stesso. Gli argomenti sono trattati con estrema leggerezza, l'ironia è velata ed elegantissima, il lettore attento la deve cercare nei versi.


Si rivolge alla sua donna. Ovidio tiene presente i modelli di Catullo. Più l'amante soffre più si innamora. L'amore è di natura contrastata. L'amante è lacerato, non sa scegliere, rigetta la regolarità della passione.

Proemio Amoris


Qui modo Nasonis fueramus quinque libelli,
tres sumus: hoc illi praetulit auctor opus.
Ut iam nulla tibi nos sit legisse voluptas,
at levior demptis poena duobus erit.
Arma gravi numero violentaque bella parabam
edere, materia conveniente modis.
Par erat inferior versus; risisse Cupido
dicitur atque unum surripuisse pedem.
«Quis tibi, saeve puer, dedit hoc in carmina iuris?
Pieridum vates, non tua turba sumus.

Noi che poco fa eravamo stati cinque libretti di Nasone ora sia tre, l'autore preferì questa fatica a quella (dei cinque libri). Anche se tu non hai nessun desiderio di leggerci, almeno sottratti due libri la fatica sarà minore.
Mi preparavo a scrivere armi e guerre violente con il metro adatto con l'esametro, con il modo conveniente alla materia da trattare. Si dice che Cupido si sia fatto una grossa risata e ha sottratto un piede (una sillaba). Chi, o crudele, fanciullo ti ha dato il permesso di togliermi una sillaba. O poeta delle pieridi non siamo della tua schiera.

La Militia amoris
Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido;
Attice, crede mihi, militat omnis amans.
quae bello est habilis, Veneri quoque convenit aetas.
turpe senex miles, turpe senilis amor.
quos petiere duces animos in milite forti, 5
hos petit in socio bella puella viro.
pervigilant ambo; terra requiescit uterque—
ille fores dominae servat, at ille ducis.
militis officium longa est via; mitte puellam,

strenuus exempto fine sequetur amans. 10
ibit in adversos montes duplicataque nimbo
flumina, congestas exteret ille nives,
nec freta pressurus tumidos causabitur Euros
aptaque verrendis sidera quaeret aquis.
quis nisi vel miles vel amans et frigora noctis 15
et denso mixtas perferet imbre nives?
mittitur infestos alter speculator in hostes;
in rivale oculos alter, ut hoste, tenet.

Ogni amante è un soldato, Amore ha i suoi accampamenti, credimi, Attico, ogni amante è un soldato.
L’età adatta alla guerra è la stessa all’amore:
è indecoroso un vecchio soldato come un amore senile.
5 Gli anni che i comandanti chiedono a un forte soldato, li richiede al suo uomo una bella ragazza.
Ambedue vegliano e ambedue riposano sulla terra, l’uno sorveglia la porta dell’amata, l’altro del capo;
al soldato toccano i lunghi viaggi, ma se parte l’amata 10 l’amante la seguirà con coraggio e senza limiti;
attraverserà i monti e i fiumi ingrossati
dalla tempesta, calpesterà mucchi di neve.
Prendendo il mare, non prenderà a pretesto i venti torbidi, non richiederà stelle favorevoli a solcare le acque.
15 Chi, tranne un soldato o un amante, sopporterà il freddo della notte, e la neve mista alla fitta pioggia?
Se l’uno è mandato a spiare il nemico,
l’altro tiene gli occhi sul rivale come un nemico.


Le Metamorfosi

È scritto il esametri, il tema è la metamorfosi ossia la trasformazione di stato. La metamorfosi è rappresentata da una divinità che si trasforma in umano o viceversa, e da anche il perché delle risposte ad alcune domande.
Apollo e Dafene: Dafene si trasforma in una pianta sempre verde, la pianta dell'alloro, questa diventerà il simbolo della poesia e della gloria terrena.
Sono 15 libri che contengono oltre 250 miti quasi tutti di ambiente greco. Gli ultimi miti sono ambientati a Roma e traggono origine dalla nascita leggendaria della città di Roma. L'ultimo mito la metamorfosi di Cesare in una cometa, getta così le basi per divinizzazione di Cesare.
Tutti i racconti metamorfici raccontano qualcosa.
L'elemento cronologico non è garantito.
Parte iniziale e parte finale legate e poi la parte centrale è tenuta unità da espedienti di natura tecnica come l'uso delle cerniere che consiste nel l'associazione di miti in base alle affinità di contenuti, affinità di personaggi, affinità di luoghi e affinità di parentela dei personaggi. L'altro espediente di natura tecnica è il racconto nel racconto cioè il primo narratore lascia il racconto ad un secondo narratore.
Autori di riferimento
Esiodo VIII-VII a.C. parla di "teogonia" ossia nascita degli dei
Apollonio Rodio parla di miti legato "le Argonautiche" che muove la ricerca del vello d'oro.
Virgilio parla dell'epica mitologica.
Si parte della creazione dell'universo:
-miti cosmogonici in prima battuta, il caos si sistema e nasce l'universo
-miti teogoni nascita degli dei
-miti degli eroi
-miti sulla nascita e rinascita dell'uomo--> Pandora
-età dell’oro Crono (padre di Zeus) poi Zeus.
-miti italici testimonianza l'eneide

Rapporti con la materia narrata


L'epica ritaglia una particola vicenda, mentre Ovidio narra l'origine della fine. L'epica di Ovidio è di natura soggettiva (Ovidio commenta e cuce le varie vicende ma non si immedesima) come Virgilio il narratore interviene in continuazione nel racconto.
Le divinità vengono rappresentate come umani.

Apollo e Dafne

Il primo amore di Febo fu Dafne, figlia di Peneo,
e non fu dovuto al caso, ma all'ira implacabile di Cupido.
Ancora insuperbito per aver vinto il serpente, il dio di Delo,
vedendolo che piegava l'arco per tendere la corda:
«Che vuoi fare, fanciullo arrogante, con armi così impegnative?»
gli disse. «Questo è peso che s'addice alle mie spalle,
a me che so assestare colpi infallibili alle fiere e ai nemici,
a me che con un nugolo di frecce ho appena abbattuto Pitone,
infossato col suo ventre gonfio e pestifero per tante miglia.
Tu accontèntati di fomentare con la tua fiaccola,
non so, qualche amore e non arrogarti le mie lodi».
E il figlio di Venere: «Il tuo arco, Febo, tutto trafiggerà,
ma il mio trafigge te, e quanto tutti i viventi a un dio
sono inferiori, tanto minore è la tua gloria alla mia».
Disse, e come un lampo solcò l'aria ad ali battenti,
fermandosi nell'ombra sulla cima del Parnaso,
e dalla faretra estrasse due frecce
d'opposto potere: l'una scaccia, l'altra suscita amore.
La seconda è dorata e la sua punta aguzza sfolgora,
la prima è spuntata e il suo stelo ha l'anima di piombo.
Con questa il dio trafisse la ninfa penea, con l'altra
colpì Apollo trapassandogli le ossa sino al midollo.
Subito lui s'innamora, mentre lei nemmeno il nome d'amore
vuol sentire e, come la vergine Diana, gode nella penombra
dei boschi per le spoglie della selvaggina catturata:
solo una benda raccoglie i suoi capelli scomposti.
Molti la chiedono, ma lei respinge i pretendenti
e, decisa a non subire un marito, vaga nel folto dei boschi
indifferente a cosa siano nozze, amore e amplessi.
Il padre le ripete: «Figliola, mi devi un genero»;
le ripete: «Bambina mia, mi devi dei nipoti»;
ma lei, odiando come una colpa la fiaccola nuziale,
il bel volto soffuso da un rossore di vergogna,
con tenerezza si aggrappa al collo del padre:
«Concedimi, genitore carissimo, ch'io goda», dice,
«di verginità perpetua: a Diana suo padre l'ha concesso».
E in verità lui acconsentirebbe; ma la tua bellezza vieta
che tu rimanga come vorresti, al voto s'oppone il tuo aspetto.
E Febo l'ama; ha visto Dafne e vuole unirsi a lei,
e in ciò che vuole spera, ma i suoi presagi l'ingannano.
Come, mietute le spighe, bruciano in un soffio le stoppie,
come s'incendiano le siepi se per ventura un viandante
accosta troppo una torcia o la getta quando si fa luce,
così il dio prende fuoco, così in tutto il petto
divampa, e con la speranza nutre un impossibile amore.
Contempla i capelli che le scendono scomposti sul collo,
pensa: 'Se poi li pettinasse?'; guarda gli occhi che sfavillano
come stelle; guarda le labbra e mai si stanca
di guardarle; decanta le dita, le mani,
le braccia e la loro pelle in gran parte nuda;
e ciò che è nascosto, l'immagina migliore. Ma lei fugge
più rapida d'un alito di vento e non s'arresta al suo richiamo:
«Ninfa penea, férmati, ti prego: non t'insegue un nemico;
férmati! Così davanti al lupo l'agnella, al leone la cerva,
all'aquila le colombe fuggono in un turbinio d'ali,
così tutte davanti al nemico; ma io t'inseguo per amore!
Ahimè, che tu non cada distesa, che i rovi non ti graffino
le gambe indifese, ch'io non sia causa del tuo male!
Impervi sono i luoghi dove voli: corri più piano, ti prego,
rallenta la tua fuga e anch'io t'inseguirò più piano.
Ma sappi a chi piaci. Non sono un montanaro,
non sono un pastore, io; non faccio la guardia a mandrie e greggi
come uno zotico. Non sai, impudente, non sai
chi fuggi, e per questo fuggi. Io regno sulla terra di Delfi,
di Claro e Tènedo, sulla regale Pàtara.
Giove è mio padre. Io sono colui che rivela futuro, passato
e presente, colui che accorda il canto al suono della cetra.
Infallibile è la mia freccia, ma più infallibile della mia
è stata quella che m'ha ferito il cuore indifeso.
La medicina l'ho inventata io, e in tutto il mondo guaritore
mi chiamano, perché in mano mia è il potere delle erbe.
Ma, ahimè, non c'è erba che guarisca l'amore,
e l'arte che giova a tutti non giova al suo signore!».
Di più avrebbe detto, ma lei continuò a fuggire
impaurita, lasciandolo a metà del discorso.
E sempre bella era: il vento le scopriva il corpo,
spirandole contro gonfiava intorno la sua veste
e con la sua brezza sottile le scompigliava i capelli
rendendola in fuga più leggiadra. Ma il giovane divino
non ha più pazienza di perdersi in lusinghe e, come amore
lo sprona, l'incalza inseguendola di passo in passo
Come quando un cane di Gallia scorge in campo aperto
una lepre, e scattano l'uno per ghermire, l'altra per salvarsi;
questo, sul punto d'afferrarla e ormai convinto
d'averla presa, che la stringe col muso proteso,
quella che, nell'incertezza d'essere presa, sfugge ai morsi
evitando la bocca che la sfiora: così il dio e la fanciulla,
un fulmine lui per la voglia, lei per il timore.
Ma lui che l'insegue, con le ali d'amore in aiuto,
corre di più, non dà tregua e incombe alle spalle
della fuggitiva, ansimandole sul collo fra i capelli al vento.
Senza più forze, vinta dalla fatica di quella corsa
allo spasimo, si rivolge alle correnti del Peneo e:
«Aiutami, padre», dice. «Se voi fiumi avete qualche potere,
dissolvi, mutandole, queste mie fattezze per cui troppo piacqui».
Ancora prega, che un torpore profondo pervade le sue membra,
il petto morbido si fascia di fibre sottili,
i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami;
i piedi, così veloci un tempo, s'inchiodano in pigre radici,
il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva.
Anche così Febo l'ama e, poggiata la mano sul tronco,
sente ancora trepidare il petto sotto quella nuova corteccia
e, stringendo fra le braccia i suoi rami come un corpo,
ne bacia il legno, ma quello ai suoi baci ancora si sottrae.
E allora il dio: «Se non puoi essere la sposa mia,
sarai almeno la mia pianta. E di te sempre si orneranno,
o alloro, i miei capelli, la mia cetra, la faretra;
e il capo dei condottieri latini, quando una voce esultante
intonerà il trionfo e il Campidoglio vedrà fluire i cortei.
Fedelissimo custode della porta d'Augusto,
starai appeso ai suoi battenti per difendere la quercia in mezzo.
E come il mio capo si mantiene giovane con la chioma intonsa,
anche tu porterai il vanto perpetuo delle fronde!».
Qui Febo tacque; e l'alloro annuì con i suoi rami
appena spuntati e agitò la cima, quasi assentisse col capo.

In questo mito spiega il perché della pianta sempre verde e spiega il perché l'allor è diventato la pianta di Apollo.
Febo-->Apollo--> colui che irradia i raggi, Dio del sole.
Dafne--> ninfa, figlia di Peneo Dio del fiume.
L'amore è indotto da Cupido, Dio dell'amore. Cupido ha due possibilità la prima è quella di far innamorare e la seconda è quella di far respingere l'amante. Cupido colpisce Apollo con la freccia che fa innamorare e Dafne con la freccia che fa respingere l'amante.
Apollo era costretto a inseguire a Dafne a causa dell'effetto della freccia di Cupido.
Dafne viene immaginata sensuale una fanciulla bellissima.

Nel modo greco l'alloro era la pianta delle divinità, vi erano tanti boschetti di allori, Apollo mette sulla testa l'alloro e infine l'allora rappresenta la poesia.
L'incoronazione poetica di Dante e Petrarca viene fatta con la pianta la corona di alloro, l'incoronazione dei grandi atleti era fatta con l'alloro.
I documenti ufficiali a Roma erano avvolto dal ramo di alloro.


Pigmalione


«Poiché Pigmalione aveva visto che le donne vivevano nella colpa, 
offeso dai vizi che in gran numero la natura ha dato all’animo
femminile, viveva celibe, senza consorte, e da tempo
era privo di una compagna con cui condividere il letto.
Frattanto scolpì con arte mirabile e con felice riuscita
un niveo avorio e gli diede una bellezza quale nessuna
donna vivente può avere, e s’invaghì dell’opera sua.
Ha l’aspetto di una vera fanciulla: crederesti che sia viva
e che desideri muoversi, se non fosse impedita dal pudore;
tanto l’arte dissimula l’arte. Pigmalione la guarda ammirato
e il suo cuore è pervaso dalla passione per quel corpo fittizio.
Spesso accosta le mani alla statua, per accertarsi
se sia carne o avorio, e non vuol ammettere che sia avorio.
Le dà baci e immagina che lei ricambi, le parla e l’abbraccia.
e crede che le dita affondino nelle membra che tocca,
e teme che restino lividi negli arti che preme;
ora la vezzeggia, ora le porta doni graditi
alle fanciulle: conchiglie, pietruzze levigate,
uccellini, fiori di mille colori,
gigli, palline dipinte di lacrime cadute
dall’albero delle Elìadi; la adorna anche di vesti,
mette gemme alle sue dita, dona al collo lunghi monili;
dalle orecchie pendono perle leggere, sciarpe dal petto:
tutto le sta bene, ma nuda non appare meno bella.
L’adagia sopra coperte tinte di porpora sidonia,
la chiama compagna del suo letto, e le appoggia il capo
reclinato su molli guanciali, come se sentisse.
Era giunto il giorno di Venere, festeggiatissimo in tutta
Cipro, e le giovenche, con le corna ricurve coperte d’oro,
eran cadute, colpite nel niveo collo, e fumavano
gli incensi, quando, reso il suo omaggio agli altari,
si fermò e timidamente: «O dèi, se tutto potete concedere,
vorrei avere per moglie», non osò dire «la fanciulla d’avorio»,
ma disse: «una donna come quella d’avorio».
Capì l’aurea Venere, che era presente alla sua festa,
il senso di quella preghiera e, presagio del favore divino, 
la fiamma tre volte si accese e mosse la punta nell’aria.
Tornato a casa, egli andò alla statua della sua donna,
e chino sul letto la baciò: gli sembrò intiepidirsi,
avvicina ancora la bocca e intanto le tocca il petto con le mani:
l’avorio al tatto s’ammorbidisce e, perduta la sua rigidezza,
si abbassa e cede sotto le dita, come la cera d’Imetto
si rammollisce al sole e, trattata con il pollice, si piega
in molte forme e nell’atto di usarla si adatta all’uso.
Mentre stupisce e gioisce esitante e teme d’ingannarsi,
l’amante più e più volte con le mani tocca l’oggetto della sua brama:
era di carne! Pulsano, alla pressione del pollice, le vene.
Allora l’eroe di Pafo pronuncia parole entusiastiche
di ringraziamento a Venere, e finalmente con la bocca
preme una bocca non falsa; i baci di lui sentì la fanciulla, 
arrossì, e alzando alla luce un timido sguardo,
vide al tempo stesso il cielo e il suo amante.»
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