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Orazio


Quinto Orazio Flacco fu un poeta romano, nonché uno dei principali esponenti dell’età augustea; nato a Venosa, fu figlio di un liberto che, grazie alle sue risorse economiche, riuscì a farlo studiare dapprima a Roma e successivamente in Grecia.
Proprio ad Atene conobbe Bruto e Cassio, che dopo aver partecipato alla congiura contro Giulio Cesare, fuggirono da Roma per prepararsi alla guerra contro Ottaviano; spinto dagli ideali repubblicani inculcatigli dai cesaricidi, si schierò dalla loro parte: la sfortuna volle però che Bruto e Cassio fossero sconfitti da Ottaviano a Filippi, per cui, una volta rientrato a Roma, Orazio fu punito con la confisca dei beni.
Per sopravvivere, fu costretto a diventare uno scriba quaestorius, e nello stesso periodo pubblicò i suoi primi scritti; in questo modo, divenne ben presto amico di Virgilio, attraverso cui riuscì ad entrare a far parte del circolo di Mecenate. A differenza di Virgilio però, Orazio non compose mai poesia di tipo celebrativo, ad eccezione dell’ultimo periodo della sua vita, durante il quale scrisse il Carmen saeculare sotto esplicita richiesta di Ottaviano Augusto, che gli propose addirittura di diventare il suo segretario: tuttavia Orazio, essendo un animo libero, non poté accettare di ricoprire una simile carica. Possiamo trovare un riscontro di questa caratteristica di Orazio nello stesso Carmen saeculare: difatti, nonostante si tratti di un’opera perfetta dal punto di vista dello stile, non fu scritta da Orazio con il cuore.
Dopo che fu entrato a far parte del suo circolo, Mecenate offrì a Orazio una casa nella campagna sabina: nella tranquillità della vita campagnola, il poeta diede vita a numerosi componimenti, quali epodi, satire (o, come le aveva definite lui stesso, sermones) ma soprattutto odi, suddivise in quattro libri, e divenute le opere più celebri e conosciute dello scrittore latino. È proprio leggendo le odi che possiamo trovare tutti i temi tipici della poetica di Orazio.
Come tanti altri poeti latini, anche Orazio è debitore della poesia greca, in quanto si ispirò a poeti greci dell’età arcaica, in particolar modo ad Alceo, che visse tra il VII e il VI sec. a.C.; lui stesso si definiva “l’Alceo romano” dato che aveva utilizzato i suoi temi e le sue metriche, e si vantò per essere stato il primo ad adattare i metri greci alla lingua latina (ego primus, ovvero “io per primo”).
A differenza di Alceo, i cui scritti erano di ambientazione politica, Orazio scrisse opere di ambientazione filosofica (lui era un epicureo); i temi più importanti erano l’amore, il banchetto e la brevità della vita.
Altri poeti che furono fonte d’ispirazione per Orazio sono stati Saffo, da cui prese il tema della gelosia, Anacreonte, da cui prese il tema della fugacità del tempo (“carpe diem”) e infine Pindoro, che imitò dal punto di vista della sublimità dello stile: Pindoro, infatti, era capace di accostare delle immagini a delle altre attraverso dei passaggi sublimi; sebbene Orazio sapesse di essere meno bravo, cercò sempre di imitarlo e di essere un poeta laborioso, tanto che si paragonava ad un’ape (insetto simbolo di laboriosità).
Orazio era molto attento allo stile, al punto che, prima di pubblicare le sue opere, praticava una revisione paragonabile al labor limae utilizzato dai poetae novi; ciononostante, per quanto il suo stile possa essere alto, non è contorto come quello di Cicerone, in quanto la sintassi è abbastanza semplice. In particolare, nel tentativo di assomigliare a Pindoro, aveva sviluppato una discreta abilità nell’associazione attenta delle parole, vale a dire, nella callida iunctura, il cui esempio più noto è sicuramente il carpe diem (letteralmente “strappa il giorno”, il cui significato è “cogli l’attimo”).
Dal punto di vista filosofico, Orazio era un epicureo, e aveva una visione della vita positiva: era convinto che quest’ultima, essendo breve, dovesse essere vissuta cogliendo l’attimo (all’insegna del carpe diem), cioè godendo del presente e dei piccoli piaceri che la vita stessa ci offre (frui paratis, “godere di ciò che si ha”): non è necessario possedere grandi ricchezze per essere felici, poiché l’uomo si sente gratificato anche dopo la condivisione di un banchetto con gli amici oppure dopo aver bevuto un buon bicchiere di vino invecchiato nelle anfore sabine, accanto ad un focolare durante una fredda giornata d’inverno.
I luoghi in cui questi piccoli piaceri possono consumarsi non sono sfarzose corti o lussuose ville, bensì degli ambienti piccoli e tranquilli, definiti da Orazio con il termine angulus (“piccolo spazio”). Da qui anche il termine lathe biosas, ovvero “vivi nascosto”.
Per quanto riguarda l’amore, nonostante per gli epicurei fosse generalmente qualcosa di negativo dal momento che portava al furor, Orazio non ne aveva una visione tanto negativa, poiché era convinto che esso potesse risultare una esperienza positiva soprattutto in età giovanile se vissuto con un po’ di distacco: l’importante, dunque, è non abbandonarsi alle passioni e non farsi travolgere da questo sentimento, trovando il giusto equilibrio delle passioni, necessario al raggiungimento dell’autarkéia (“autosufficienza interiore”).
Questo equilibrio si può provare attraverso il “giusto mezzo”, ossia il metriotes o aurea mediocritas (“stare in una posizione intermedia”), che insegna che non bisogna né gioire troppo quando le cose vanno bene, né abbandonarsi al dolore quando esse vanno male.

Tu ne quaesieris


Traduzione


Tu non domandare, non è lecito saperlo, quale sorte gli dei daranno a me, quale a te, o Leuconoe, e non tentare/scrutare le cabale babilonesi. Com’è meglio, sopporta qualunque cosa accadrà! Sia che Giove ci abbia concesso molti inverni, sia che questo sia l’ultimo, che adesso fiacca il mar Tirreno contro gli scogli opposti, sii saggia: filtra il vino e spezza la lunga speranza in tempo così breve. Mentre parliamo, sarà già fuggito il tempo invidioso: cogli l’attimo, credendo il meno possibile nel futuro.

Analisi


Ne quaesieris, ne temptaris = 2 imperativi negativi.
Quem…dederint = proposizione interrogativa indiretta.
Numeros Babylonios = iperbato.
Ut melius…pati = proposizione esclamativa.
Quicquid erit = proposizione relativa.
Hiemes = metonimia per anni.
Quae…Tyrrenum = proposizione relativa.
Oppositis pumicibus = iperbato.
Sapias, liques e reseces = 3 congiuntivi esortativi.
Dum loquimur = proposizione temporale.
Invidia aetas = enjambement.
Carpe diem = callida iunctura.
Carpe = imperativo.

Il congedo del libro primo


Questa poesia contiene tutti i temi principali di Orazio: angulus, frui paratis, aurea mediocritas. È il trentottesimo componimento del primo libro.

Traduzione

Odio, o ragazzo, lo sfarzo persiano, non mi piacciono le corone intrecciate di tiglio; smetti di cercare in quale luogo indugi la rosa tardiva.
Non mi preoccupo (per niente) che tu aggiunga qualcosa al semplice mirto: il mirto non è inadatto né a te che mescoli (il vino), né a me che bevo sotto un angusto/folto pergolato.

Analisi


Nella prima strofa vi è il tema del frui paratis, nella seconda dell’angulus, mentre quello dell’aurea mediocritas è il filo conduttore della poesia. Il tiglio veniva utilizzato per intrecciare corone da usare nei banchetti persiani. Il puer al quale si riferisce è il suo schiavo, che gli serve da bere.
Persicos apparatus = iperbato.
Nexae coronae = iperbato.
Mitte = imperativo.
Rosa sera = iperbato.
Allabores = verbo composto, da ad + laboro, e significa affannarsi.
Necque dedecet = litote (doppia negazione).
Arta vite = enjambement.

L’aequa mens di fronte alla morte
Aequa mens significa animo equilibrato. Nella prima strofa è contenuto il tema dell’aurea mediocritas. La vita, per Orazio, è breve. È presente il concetto di uguaglianza davanti alla morte. Nel verso 15 vi è una metafora per indicare la durata della vita.

Parafrasi


Nel dolore dell’animo dell’uomo resti sereno, invece se le cose vanno bene non dare vita ad una smodata allegria, mantieni una moderata letizia perché potrebbero succedere cose negative, perché, Dellio, dovrai morire se tu avrai trascorso tutta la tua vita infelice, o se invece sei vissuto felicemente, è lo stesso. Piuttosto, approfitta dell’ombra ospitale degli alberi, mentre scorre il fiume (ambientazione nel locus amoenus/ angulus), porta il vino (tema del simposio), fino a che il tempo lo consente. Ugualmente, ricco o povero, sarai preda del tartaro.

Non avorio né porpora


Nella prima parte si fa un riferimento autobiografico. Nella seconda vi è il tema del tempo che passa.
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