Orazio

Quinto Orazio Flacco vive in epoca Augustea ed è contemporaneo di Virgilio. Non è di origini romane ed, infatti, nasce a Venosa, tra la Lucania e la Puglia, nel 65 a.C.; la sua è una famiglia modesta: il padre era esattore delle vincite all’asta. Tuttavia, le origini e condizioni familiari non impedirono ad Orazio di studiare (celebre è la definizione che l’autore diede del suo maestro, definito “Plagosus”, per il fatto che era solito picchiarlo quando necessario).
Orazio fa un viaggio in età giovanile in Grecia: questo significò molto all’interno del suo percorso formativo perchè entrò in contatto con coloro che erano fedeli alla Repubblica e contrari a Cesare. Diventa ufficiale dell’esercito repubblicano.
In occasione della sconfitta repubblicana durante la battaglia di Filippi del 42, Orazio sarà costretto ad abbandonare il campo di battaglia ed a tornare a Roma solo l’anno successivo. Qui diventa Scriba Censorum: ormai Orazio ha perso tutti i suoi poderi ed è costretto a lavorare per tirare avanti.

Poco dopo l’autore comincia a comporre i primi versi, la chiave che gli permetterà di accedere all’alta società; nel 38, infatti, viene presentato a Mecenate da Virgilio e dopo nove mesi entra a far parte del circolo in modo attivo. Intanto, Mecenate gli regala una villa ed alcuni poderi.
Nel 31 abbiamo la sconfitta di Cleopatra ed Antonio inflitta da Augusto durante la battaglia di Azio, segno dell’inizio dell’Impero: Orazio reagisce a tutto ciò in modo positivo (“Nunc bibendum est, nunc est pulsanda terra libero pede”), aderendo completamente agli ideali imperiali, come tutti gli intellettuali dell’epoca.
E’ in questo periodo, dopo la chiusura del tempio di Giano, che Orazio, assieme ad altri autori, si unisce ai cori di esaltazione della grandezza di Augusto. Inoltre, ad un certo punto, Orazio si troverà a dover rifiutare il posto di segretario imperiale, offertogli da Augusto, al fine di mantenere una propria autonomia e di continuare a vivere una vita semplice e senza cariche ufficiali.
Orazio non era mai soddisfatto di dove si trovava: per questo, infatti, si spostò spesso, privo di moglie e figli. D’altra parte, in un certo senso, la sua situazione era in contrasto con quelli che erano gli ideali e le direttive di Augusto che aveva dintenzione di restaurare gli antichi costumi.
Quando nel 19 Virgilio muore, Orazio si trova ad essere il maggiore poeta di Roma. Nel 17, infatti, in occasione dei Ludi Seculares, gli venne affidato l’incarico di scrivere l’inno che avrebbe dovuto accompagnare il corteo solenne nella celebrazione di Augusto e della nuova età dell’oro.
Orazio capisce che se vuole essere libero di comporre le proprie opere ha bisogno di un periodo di pace e che, nonostante i suoi ideali epicurei, ha pure bisogno di cose concrete per poter essere, comunque, autosufficiente: per queste ragioni decide di appoggiare pienamente Augusto e gli incarichi da lui assegnatigli.
Gli ultimi anni della sua vita furono anni di insoddisfazione e solitudine, sebbene, dalle sue odi, risulti che questo periodo fu fondamentalmente sereno. Orazio muore esattamente due mesi dopo la morte di Mecenate che, in punto di morte, lo aveva raccomandato ad Augusto.

Gli Epodi

Orazio scrive Epodi e Satire in contemporanea. Per quanto riguarda gli Epodi, essi sono diciassette componimenti, scritti in distici più brevi e caratterizzati dal metro giambico, già utilizzato in Grecia per la stesura di composizioni più aggressive che non volevano esprimere sentimenti ma volevano fare critica e satira. Gli argomenti degli Epodi sono vari: troviamo alcune invettive contro una vecchia, contro una strega, contro un poetastro, alcuni di argomento erotico, altri di argomentazioni dedicate a Mecenate, altri ancora di carattere politico, come le imprecazioni contro le guerre civili, altri ad elogio della vita rustica vissuta da un usuraio che va in città a riscuotere i suoi soldi. In pratica, possiamo affermare di avere una decisa rottura con la tradizione di Virgilio.

Le Epistole

Sono vere e proprie opere letterarie. Nella lettera scritta a Mecenate si capisce che Orazio è cambiato, ormai è più anziano ed inoltre si capisce che i discorsi che tiene sono rivolti a sé stesso. L’autore abbandona tutto e arriva a fare un discorso filosofico come nelle Satire e anche il metro torna ad essere quello delle satire, l’esametro. D’altra parte, esse differiscono dalle satire per il fatto che sono in possesso di un personaggio a cui l’autore si rivolge; inoltre, queste lettere sono scritte tutte in versi, ad inaugurare un nuovo genere di opera letteraria. Anche l’ambiente cambia rispetto alle Satire: infatti, nelle Satire troviamo l’ambiente degli equites, mentre nelle epistole si spostano in campagna, in un luogo appartato, adatto per il dialogo con se stessi, adatto al parto di idee filosofiche atte al raggiungimento della saggezza.
Il tono aggressivo delle Satire viene a mancare ed anzi troviamo la presenza di un dialogo dove il poeta riesce a fare il punto sui propri problemi. D’altra parte, Orazio è ben cosapevole del fatto di non poter né offrire né trovare la saggezza e per questo non cerca di scrivere ricette atte al raggiungimento di quest’ultima.
Ciò che caratterizza queste epistole è lo stato d’animo di Orazio, uno stato d’animo di inquietudine e noia. Egli lo definisce con un ossimoro “strenua inertia”, ovvero “accidia smaniosa”, un torpore che non si adagia, ma cerca di uscire, che quale deriva dal contrasto tra la situazione reale e ciò che l’autore desidera.

Orazio non segue né virtù né piaceri, né stoici né epicurei; oramai non gli serve cambiare aria in quanto il suo animo non può cambiare, però non si astiene dal mandare messaggi ai destinatari delle sue epistole: non vuole essere un maestro ma vuol far capire che qualcosa dei suoi discorsi può essere forse utile.
Nel primo libro delle epistole, Orazio afferma che l’uomo deve creare da sé la propria vita e deve passare inosservato, al fine di riuscire a dialogare con sé stesso in mezzo alla confusione.
Nel secondo libro invece tratta di temi letterari, com il teatro: Augusto voleva far rinascere il teatro, ma Orazio critica il Teatro Arcadico definendolo rozzo e puntando così sulla poesia da leggere e non da cantare.
L’epistola Ad Pisones è molto importante ed è riferita a Pisone, un poeta, ed ai suoi figli. In quest’ultima l’autore fa capire che lo stile deve essere adeguato al contenuto ed inoltre questo è molto importante perché trasforma il notum in novum, ovvero il noto in nuovo.
Orazio afferma che la poesia è il risultato della fusione tra ingegnum (aspirazione) e ars (perfezione formale). Inoltre l’arte deve unire il piacevole; essa deve essere: raffinata, paziente, e cioè non si deve aver fretta di scrivere e concludere un’opera, colta, e cioè il poeta deve conoscere gli autori passati più importanti, attenta, e cioè deve rispettare il decoro e la coerenza. Il poeta, infine, deve anche avere una cultura filosofica, per non affrontare le questioni in modo superficiale.

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